ANFITEATRO c.d. DI BLESO

 A PRIMA VISTA

Ai piedi dell’imponente costruzione della Rocca Pia sono più o meno anfoteatrovisibili dalla strada i resti di un’altrettanto imponente struttura di epoca imperiale, sebbene poco e male conosciuta: l’Anfiteatro detto di “Bleso”.

La recinzione metallica che lo circonda con le sue fitte maglie non consente dall’esterno di apprezzare pienamente le potenzialità evocative che questo monumento potrebbe offrire; quando infatti si ha la possibilità di accedervi si entra in una dimensione nuova, quantomeno inaspettata proprio perché celata dall’esterno, vuoi per la recinzione di cui sopra, vuoi per la struttura dell’anfiteatro stesso con i suoi muri superstiti nascosti dall’avvallamento naturale nel quale fu realizzato.

 

UN PO’ DI STORIA…

L’Anfiteatro sorge in un’area che fu protagonista dell’espansione urbanistica che caratterizzò Tibur tra la fine del I sec. a.C. fino al pieno II sec. d.C.; è detto di “Bleso” per un’iscrizione che cita un tale M. Tullius Blaesius (metà II sec. d.C.) che “contribuì” all’inaugurazione del monumento con 200.000 sesterzi e 200 giornate lavorative.

Un’altra iscrizione, del 24 luglio del 184 d.C., posta dai “Tiburtes municipes” ricorda un certo M. Lurius Lucretianus il quale avrebbe indetto nell’anfiteatro giochi con venti coppie di gladiatori e una venatio.

L’attribuzione a Bleso risulta quindi inesatta, anche se ormai è diventato automatico attribuire a lui la costruzione del monumento, dal momento che egli si preoccupò “solo” di pagare le spese per l’inaugurazione.

Fonti medievali parlano di un fundum amphiteatrum ma per lungo tempo si credette che qualsiasi traccia del monumento fosse andata persa per sempre poiché un documento del 14 agosto del 1461 ci descrive come in quella data iniziarono i lavori della Rocca Pia; il significato del testo fu male interpretato per cui a lungo si credette che la Rocca fosse stata eretta nel luogo esatto in cui in antico era l’anfiteatro e non, come poi invece è stato scoperto, “nei pressi” del monumento, anche se per chiare motivazioni strategiche tutte le strutture murarie che si alzavano oltre lo spiccato della Rocca furono livellate e non superano oggi un’altezza di tre metri.

Del tutto inaspettatamente emersero dunque i resti dell’anfiteatro nel 1948, durante i lavori intrapresi per l’apertura di una via di collegamento tra Largo Garibaldi e Via dell’ Inversata.

Successivamente alla sua scoperta si succedettero negli anni una serie di campagne di scavo che contribuirono a riportare alla luce il monumento così come possiamo apprezzarlo oggi.

RACCONTO DELL’ OPERA…

Analizzando l’urbanistica antica l’Anfiteatro risultava posto all’estremità meridionale dell’area abitata, quasi adagiato sul pendio della collina, e per questo strutturalmente si colloca a metà fra la tipologia degli anfiteatri detti a struttura piena” (o “provinciali”) e quelli detti a “struttura aperta” (o “canonica”), dal momento che sfrutta allo stesso tempo sia il pendio naturale sia il terrapieno ricavato dall’ escavazione del catino dell’area e le macerie degli edifici precedenti, rappresentando un esempio particolare di adattamento architettonico.

L’ellisse esterna misura 83 metri lungo l’asse maggiore e 64 metri lungo quella minore; gli assi dell’arena misurano rispettivamente 57 e 37 metri.

I paramenti esterni (cortina e facciata) e interni (podio e ambulacro) sono delimitati da muri curvilinei collegati da setti murari radiali all’ellisse.

L’ambulacro di servizio è largo 2,20 metri e si sviluppava intorno all’arena con la quale era collegato direttamente per mezzo di porte o finestre, mentre altre aperture consentivano di raggiungere i cunei retrostanti dei settori settentrionali.

Gli accessi all’Anfiteatro erano quattro: due principali e due secondari (in realtà di questi ultimi solo uno fu completato).

Per quanto riguarda la tecnica costruttiva impiegata nella realizzazione delle cortine murarie risulta essere preponderante l’opus mixtum con reticolato di tufo e travertino e liste di mattoni; in corrispondenza dei muri radiali della cavea si incontrano, come ornamenti architettonici, delle semicolonne con paramento in parallelepipedi di travertino.

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Il monumento fu riutilizzato in seguito al suo abbandono almeno fino al XVI secolo, come testimoniano sia alcune sepolture di epoca medievale rintracciabili in vari ambienti dell’Anfiteatro sia i documenti tiburtini che ci ricordano come l’area in questione fosse stata trasformata dal Cardinale D’Este in un “Barchetto” o piccolo parco di caccia.

 

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