SANTA MARIA MAGGIORE (O SAN FRANCESCO): LO SPIRITO BENEDETTINO E FRANCESCANO DELLA TIVOLI MEDIEVALE

scultura piazzaA PRIMA VISTA

Dall’ incrocio della chiesa di Santa Maria Maggiore con il Palazzo estense, si costruisce l’unico angolo della storica piazza Trento, la quale si allarga irregolare scendendo da piazza Garibaldi.

La chiesa, che in questo modo direziona e accompagna lo sguardo verso l’entrata di villa d’Este, colpisce per la monumentalità e per la bellezza della facciata che ancora conserva, a dispetto dell’interno, la sua facies medievale, abbellita da evidenti elementi gotici e neogotici.

È una chiesa che racconta la sua storia attraverso i cambiamenti architettonici ancora visibili dal prospetto, ma anche la storia di una piazza le cui vicende sono così strettamente legate al suo culto, e infine la storia di una comunità, quella tiburtina, che ogni anno, il 14 e il 15 agosto, si riunisce di fronte ad essa, per celebrare la tradizionale festa dell’Inchinata.

UN PO’ DI STORIA …

Secondo la tradizione, pare che anche questa chiesa (al pari di San Silvestro e Santo Stefano) sia stata edificata da papa Simplicio nel V secolo, sui ruderi di una antica villa romana.

In realtà sembra più probabile l’ipotesi che vuole la fondazione della chiesa al IX secolo, in occasione dell’avvento a Tivoli di una comunità di monaci benedettini provenienti da Farfa, che per alcuni secoli usufruirono della basilica e dell’annesso monastero.

FRONTE

Originariamente l’ingresso di quest’ultima non si affacciava, come lo troviamo oggi, sulla piazza, ma si apriva sul lato opposto verso la campagna. Fu in seguito all’inserimento dell’edificio nelle mura cittadine, nel XII secolo, che se ne invertì il verso, realizzando la facciata su un muro laterale del precedente monastero, come dimostrano i resti delle intelaiature in marmo bianco delle antiche finestre, ancora visibili.

L’importanza di questo luogo, garante della cultura e delle civiltà antiche, risiedeva in particolare nella presenza di una ricca biblioteca che conservava e produceva manoscritti, grazie al lavoro dei monaci copisti.

Nei secoli a venire la chiesa passò a diversi ordini, tra cui nel 1256 a CAMPANILEquello dei Francescani, dai quali derivò il secondo nome dell’edificio, che tuttavia non ebbe molta fortuna tra i tiburtini ormai tradizionalmente legati all’ origine mariana del culto.

In occasione poi della costruzione di villa d’Este, secondo la volontà del cardinal Ippolito, il vecchio chiostro benedettino fu annesso al complesso del palazzo estense.

In ultimo, alla fine del ‘500 risale la costruzione del campanile, per opera dell’architetto Galvani.

 

Il francescanesimo a Tivoli

Secondo gli studi di alcuni storici locali del secolo scorso, pare che San Francesco abbia fatto, tra il 1218 e il 1222, una piccola sosta a Tivoli, nel corso di un viaggio verso Subiaco.

Fu in questa occasione che i tiburtini ebbero l’opportunità di ascoltare le prediche del Santo che, da quel momento in poi, suggellarono l’appartenenza al suo grande esempio di fede e di carità a cui la città di Tivoli, nei secoli, ha voluto ispirarsi.

Tuttavia, nonostante ciò, il passaggio tra i due Ordini, Benedettini e Francescani, avvenuto nel 1256 sotto Papa Alessandro IV, non fu subito accettato favorevolmente dalla comunità locale, soprattutto in seguito alla chiusura della scuola, particolarmente benvoluta, gestita appunto dai monaci di San Benedetto.

I primi malcontenti, però, fecero ben presto spazio a un più sperato clima di fiducia e affetto nei confronti dei Frati minori Conventuali, fino a quel momento vissuti fuori la porta del Colle.

Nel 1461 Papa Piccolomini siglò un documento pontificio con il quale vennero ceduti ai Frati Minori Osservanti sia il convento che la chiesa di Santa Maria Maggiore.

L’Inchinata

La cerimonia che ogni anno, ad agosto, in occasione della festa dell’Assunta, vede la partecipazione di moltissime persone che giungono presso Santa Maria Maggiore, ha origini molto antiche, oltre che un importante valore simbolico per questa città.

Che la processione fu indetta la prima volta dai francescani nel XIII secolo, o risalisse ai tempi di papa Simplicio nell’ alto medioevo non è certo, tuttavia sembrerebbe che la cerimonia con tanto di teoforia (letteralmente: “trasporto dell’immagine di Dio”) ripeta le processioni fatte nel mese di agosto in onore di Cesare Augusto, con la sostituzione dell’immagine di Cristo a quella imperiale.

L’occasione di questa commemorazione è la dormitio virginis (dormizione della Vergine) e la sua successiva assunzione in cielo, in seguito all’incontro di Maria con il figlio Gesù.

Secondo le Sacre Scritture, Cristo scese dal cielo avvolto da un fascio di luce, per confortare la madre negli ultimi momenti che la tenevano in vita. Così, stringendola in braccio come fosse una figlia, la condusse con sé in Paradiso.

La processione che ha inizio il 14 agosto con il trasporto dell’immagine di Cristo, partendo dal Duomo dove è conservata durante l’anno e continuando per le vie di Tivoli, rievoca il lungo cammino fatto per giungere al cospetto di Maria.

Durante questa sfilata, una prima sosta viene fatta sul Ponte Gregoriano, per la benedizione delle acque dell’Aniene, mentre una seconda nei pressi dell’Ospedale, dove il cappellano lava simbolicamente i piedi di Cristo.

Il rito dell’Inchinata, invece, si riferisce al momento del saluto della Madre con il Figlio, attraverso i tre inchini delle due macchine processionali, che un tempo avvenivano sotto gli antichi archi trionfali che scandivano la facciata della chiesa.

Il giorno dopo, gli abitanti di Tivoli, per celebrare l’assunzione della Vergine in cielo, ripetono nuovamente la stessa funzione.

 

RACCONTO DELL’OPERA

Partendo dall’esterno, la chiesa di Santa Maria Maggiore presenta una muratura irregolare in laterizi, tufelli rettangolari e inserti di pietra calcarea.

Il prospetto è arricchito dal tipico portale gotico strombato ad arco ogivale e in marmo bianco, sovrastato da un tabernacolo (opera dello scultore Angelo da Tivoli), da quattro strette monofore disposte in prossimità delle due navate laterali, e da due oculi.

Nella parte superiore, invece, s’innalza il fronte della navata centrale, decorato da un grande rosone e abbellito dalla presenza del campanile di fine Cinquecento che spunta a sinistra.

Come già evidenziato, la facciata della chiesa mostra ancora chiaramente le tracce dei vari cambiamenti a cui nei secoli è andata incontro, in particolare si notano ancora le arcate delle antiche aperture in prossimità delle due navate laterali, che vennero chiuse nel XV secolo.

Ma le trasformazioni maggiori si ebbero nel secolo successivo, quando, con la costruzione di Villa d’Este, fu distrutto l’antico convento e ridotto lo spazio della navata destra, un tempo scandita dalla presenze delle cappelle.

Una volta superato l’ingresso della chiesa, subito ci si accorge che ben poco conserva dell’atmosfera medievale assaporata all’esterno.

Infatti, fatta eccezione per il portale gotico di forma ogivale, che dall’ antico nartece immette nella navata centrale, per il dipinto contenuto all’interno del tabernacolo di scuola toscana (quest’ultimo di epoca rinascimentale) sulla destra, per i pavimenti cosmateschi del XIII secolo (voluti dalla nobildonna tiburtina Maria Bonini) e per qualche altra suppellettile, il resto delle decorazioni e degli interni restituisce un aspetto dato dalla compresenza di epoche successive.

Oltrepassato l’atrio, dove sono disposte diverse lapidi recanti iscrizioni funerarie, si accede alla navata centrale cadenzata, oltre che dalle cromie del pavimento cosmatesco, dalla presenza di clipei nella parte alta delle pareti, con all’ interno le raffigurazioni dei Santi francescani, che conducono il fedele sino alla zona presbiteriale dove, nella volta, è rappresentata la colomba dello Spirito Santo con intorno i Santi Francesco, Bernardino da Siena, Antonio da Padova e Simplicio.

La serie fu realizzata negli anni intorno all’ultimo ventennio dell’Ottocento da Michelangelo Cianti, pittore appartenente all’Ordine francescano e di chiara ispirazione rinascimentale per l’impostazione ieratica delle figure e le linee marcate del panneggio.

Sul fondo della navata, si staglia l’altare maggiore, realizzato con molta probabilità alla fine del Cinquecento dallo stesso architetto estense, Galvani, che realizzò il campanile.

Purtroppo però nel 1698 l’altare fu colpito da un fulmine, necessitando di un intervento di restauro.

Lo stile preannuncia evidentemente alcuni dettami barocchi, segnalati dalla presenza dello sfondo color oro e delle colonne di finti marmi che sostengono un timpano culminante in una raggiera.

Al di sotto, la mensa d’altare reca al centro lo stemma dell’ordine francescano, rappresentato da due braccia che si incrociano dinanzi alla croce.

L’intera struttura incorona e accoglie al centro, protetta da una lastra vitrea, l’immagine della “Vergine Avvocata” o dell’Intercessione (così chiamata perché allude all’incarico conferitole dall’arcangelo Gabriele di intercedere presso di noi per conto di Dio), a lungo creduta opera del pittore romano Jacopo Torriti, il quale avrebbe dipinto su tavola, alla fine del XIII secolo, l’immagine della Vergine, rifacendosi chiaramente allo stile delle icone bizantine per la marcata staticità della figura, e per il fondo oro.

Tuttavia, con il restauro del dipinto condotto nel 1969 è emerso evidentemente che, quella che sembrava essere l’opera del pittore romano, nonché la copia della Madonna Avvocata conservata nella basilica romana di Santa Maria in Aracoeli, fosse in realtà una copia “recente”, risalente al XVIII – XIX secolo, rifatta “all’antica” per sostituire l’originale, danneggiatosi a causa dell’incidente con il fulmine.

Il culto di questa immagine divenne, sin dal 1592 (quando fu posta presso l’altare), particolarmente sentito a Tivoli, tanto che ogni anno, in occasione dell’Inchinata, viene portata in processione insieme al Trittico del Salvatore, conservato invece presso il Duomo.

Passando alla navata sinistra, questa è arricchita dalla presenza delle cappelle decorate da affreschi realizzati in epoche diverse.

Merita sicuramente un’attenzione in più quella dedicata a S. Francesco (la terza cappella venendo dall’ingresso) ricoperta dagli affreschi che ritraggono scene di vita del fondatore dell’ordine francescano, da S. Francecsco che riceve le sante stimmate alla Morte di S. Francesco, inserite all’interno di riquadri ed elementi decorativi in stucco bianco e dorato.

Sulla datazione, i vari studiosi sembrano concordi nel collocare le scene dipinte al XVI secolo, mentre più incerta è l’attribuzione, per alcuni riconducibile alla scuola degli Zuccari (per cui immediato risulta il riferimento a Villa d’Este e alla sue sale affrescate proprio da Federico Zuccari), ma per altri più probabile che si tratti di artisti locali formatisi a Roma.

Anche la navata destra un tempo era articolata da diverse cappelle, volute dalle varie Università dei mestieri che le avevano dotate di altari, di cui oggi non rimane più nulla. L’ampiezza originaria della navata, infatti, è stata mutata per consentire la costruzione del Palazzo estense.

In questa navata, in prossimità di quella che doveva essere la terza cappella, è possibile ammirare il crocefisso quattrocentesco, recentemente restaurato, e attribuito allo scultore toscano Baccio da Montelupo, autore di diverse sculture disseminate in varie chiese dell’Italia centrale.

Il Cristo seraficamente contenuto nell’esprimere il dolore, sembra celare la drammaticità dell’evento a favore di una più beata accettazione del suo sacrificio, addolcito oltretutto dalla presenza degli angeli dipinti nell’affresco che decora lo sfondo, e datato al XVI secolo.

Di particolare pregio, in ultimo, sono le opere ospitate nel presbiterio e disposte sulle sue pareti.

In quella di sinistra troviamo il Trittico di Bartolomeo Bulgarini, artista senese del XIV secolo, nonché allievo di Piero Lorenzetti.

Ancora avvolta da misteriosi dubbi circa la sua originaria destinazione e composizione, la tavola, costituita da due ante e da un corpo centrale, inizialmente era smembrata e custodita in luoghi diversi. In ottimo stato conservativo, grazie anche al restauro avvenuto negli anni ’20 del secolo scorso, l’opera presenta al centro la figura della Vergine assisa in trono con il Bambino sorreggente un cartiglio che arreca la scritta a caratteri gotici “Ergo sum via veritas et vita” , mentre ai lati sono ritratti rispettivamente S. Francesco e il vescovo di Tolosa, il tutto su fondo dorato. Sul dorso del bellissimo trittico è presente invece un’Annunciazione.

Sulla parete di destra, invece, è possibile ammirare il Polittico della Vergine datato tra il XV e il XVI secolo e probabile opera di un allievo di Luca Signorelli. Anche in questo caso la scena è tripartita, con al centro una Vergine assisa in trono con il braccio il Bambino e il piccolo S. Giovanni Battista, e ai lati S. Lorenzo e S. Giuseppe accompagnati rispettivamente dai francescani S. Francesco e S. Bernardino da Siena. Al centro della predella, originariamente decorata da sette scene, sono raffigurati i santi martiri tiburtini Getulio e Sinforosa con i loro sette figli, a conferma del fatto che il Polittico sia stato da sempre destinato a questa chiesa.

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

La coperta argentea

In occasione del giorno dell’Inchinata, anche l’immagine della Vergine si veste a festa, indossando l’abito argenteo che risplende, nel corso della processione, sotto i raggi del sole agostano.

Durante l’anno, la coperta argentea è custodita all’interno della chiesa di Santa Maria Maggiore, da quando venne realizzata nel XVII secolo su commissione dell’Università dei muratori e dei cementari (come riportato da un’iscrizione sul fondo della coperta), gli stessi che dovevano scortare l’immagine della Vergine durante la processione. Possibile opera dell’argentiere Marco Gamberucci, la coperta ha necessitato di diversi restauri (l’ultimo nel 1991) a causa di un notevole deterioramento della sua integrità strutturale, dovuto in buona parte proprio per via delle oscillazioni durante il trasporto processionale.

Il rilievo raffigura S. Gregorio Magno tra due angeli su uno sfondo di stelle e nuvole, mentre altri due angeli in volo sorreggono la corona che cinge il capo della Vergine che si affaccia in corrispondenza dell’apposita apertura.

Ad oggi la decorazione della coperta argentea si mostra ulteriormente impreziosita dalla corona dorata, eseguita nel secolo scorso come copia di quella donata nel 1851 dal capitolo della basilica Vaticana (purtroppo rubata) e una stella d’oro con croce centrale donata nel esattamente un secolo dopo.

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