IL MUSEO DIDATTICO DEL LIBRO ANTICO A VILLA D’ ESTE: IL “MITO LIBRARIO” NELL’ANTICA TIBUR

Forse non tutti sono a conoscenza dell’eccellenza e del prestigio di cui può lodarsi il Laboratorio e Museo del libro antico di Tivoli, sito, non a caso, nel luogo che più di tutti costituisce l’emblema di questa città: Villa d’Este.

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All’interno dei due locali, accessibili passando dal piazzale che accoglie la meravigliosa fontana dell’Ovato, si conservano numerosi testi librari antichi, documenti e stampe d’epoca del territorio, oltre ai vari “strumenti del mestiere” tra cui i torchi lignei (risalenti al XVII e al XIX secolo e tutt’ora utilizzabili per la riproduzione di libri ed incisioni), gli arnesi per la scrittura (stili, tavolozze, mortai) i supporti (pergamene, papiri miniati, tabulae ceratae) e altri materiali (pigmenti naturali, colle, resine).

Il Museo Didattico, aperto gratuitamente al pubblico, è una struttura permanente nata nel 1979 per il mondo della scuola che acquisisce conserva ed espone beni culturali con finalità di educazione e di studio.

Svolge le sue attività in collaborazione del MIBAC e del Ministero della Pubblica Istruzione.

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I locali, concessi dalla Soprintendenza ai Beni Architettonici e Ambientali del Lazio sono stati recuperati e resi fruibili a cura e spese del fondatore prof. Antonio Basile, grazie ad un pionieristico rapporto di collaborazione pubblico – privato.

 

UN PO’ DI STORIA …

Sin dai tempi più remoti, la città di Tivoli ha avuto un rapporto diretto con la tradizione letteraria e scrittoria, ospitando biblioteche di rinomato prestigio come ad esempio la biblioteca del Santuario d’Ercole Vincitore, risalente al II secolo a.C. e scomparsa nel IV secolo, ed una delle ventotto biblioteche pubbliche più importanti dell’antichità.

La biblioteca del Santuario d’Ercole rivestì un ruolo centrale nell’ambito politico e culturale romano in quanto la città di Tivoli, meta di numerosi patrizi in villeggiatura, divenne dall’età repubblicana, una vera e propria succursale di Roma.

Più tarda, ma ugualmente rinomata nel contesto culturale della Roma imperiale fu , suddivisa nelle due biblioteche private finora identificate, presso la sua villa imperiale nei pressi di Tivoli.

 

La pergamena  a Tivoli

La produzione della pergamena, ebbe inizio a Tivoli in epoca romana, come dimostra il ritrovamento in quest’area di un impianto per la calcinatura delle pelli, utile alla lavorazione della membrana animale che diventerà, specie nel Medioevo, il supporto maggiormente utilizzato per la scrittura, al posto del papiro.

Tale pratica non si arrestò nel corso dei secoli, come dimostrano le fonti duecentesche rinvenute nelle pergamene degli archivi ecclesiastici, e proprio al XIII secolo risale la trascrizione su pergamena dei Papiri delle Chiese di Tivoli (attualmente conservati presso l’archivio vescovile).

Questi documenti sono i più antichi del Regesto Tiburtino, volume img_9394webpergamenaceo di notevole importanza, iniziato tra l’XI e il XII secolo per volontà del vescovo Ottone, o del suo successore Milo, e contenente importanti testimonianze relative alla diocesi tiburtina, oltre che delle decorazioni miniate realizzate dagli stessi amanuensi che copiarono i testi.

Stando allo studio delle fonti analizzate da alcuni storici locali, è emerso che la produzione di pergamena continuò nei secoli successivi, sino alla fine delle XVIII secolo, quando ormai il suo uso nel mondo librario era quasi del tutto scomparso, e Tivoli era già da tempo rinomata per la produzione della carta.

 

I magistri cartari di TivoliDSC_4778 2

Le prime testimonianze di una cospicua produzione di carta a Tivoli risalgono addirittura al Quattrocento, quando cominciava a diventare una delle attività maggiormente redditizie della città, e come lo rimase fin quasi ai nostri giorni costituendo l’impiego più diffuso di molte famiglie tiburtine, dedite per decenni al lavoro presso le famose cartiere.

Purtroppo ad oggi, pur essendo rimaste un significativo esempio di archeologia industriale, le cartiere versano in uno stato di quasi totale abbandono.

 

La stampa e gli artigiani del libro

Con la costruzione di Villa d’Este nel‘500, Tivoli ricevette un ulteriore impulso alla produzione di libri, incisioni e materiale atto alla divulgazione e alla formazione, incoraggiata proprio dall’intensa attività culturale promossa della corte estense, che divenne un punto di ritrovo per uomini illustri e intellettuali.img_9397web

Per questi motivi nacque la figura dello “stampatore”, avviata a Tivoli da un tale Domenico Piolati che stampò, per la prima volta in una tipografia tiburtina, l’opuscolo dal titolo “Brevissima et utilissima istruttione del modo che ha di tener il Cortegiano, o cittadino, per sàpersi rettamente e convenientemente governare nelle Corti o nella Città Ritratta da precetti di Plutarco”.

Questo testo, scritto da uno sconosciuto Renato Gentili, merita sicuramente di essere ricordato, non soltanto per essere stato il primo stampato a Tivoli, ma anche perché ha attribuito a questa città il vanto di essere stata tra le prime a conoscere la stampa.

Infatti, in Italia, dopo il primato sublacense del primo libro pubblicato nel 1465, precedettero Tivoli solamente Roma (1466), e Viterbo (1488).

 

IL FONDATORE ED ALCUNI IMPORTANTI LAVORI DEL LABORATORIO … 

Il fondatore

Antonio Basile, Presidente dell’ass. Fannius,  nasce in Sicilia nel 1948 in provincia di Siracusa. Figlio d’arte, da ragazzo lavora con i propri genitori la mitica pianta di papiro (cyperus papyrus) per realizzare plagule miniate con scene mitologiche e ricostruzioni di testi storici antichi. Ben presto la tradizione di famiglia diviene un vero e proprio “lavoro”: le opere preparate su richiesta di studiosi ed esperti, vengono esposte nei musei di Siracusa, Agrigento e Palermo.

In seguito la vocazione all’insegnamento lo porterà a lasciare la sua terra d’origine, ma con sè porterà il valore didattico della pratica, della lavorazione della materia e il bagaglio tecnico- scientifico acquisito in anni di esperienza pratica.

Consapevole dell’importanza e del valore del proprio bagaglio di conoscenze ed esperienze tecniche decide di tramandare questa tradizione non solo ai suoi figli, ma a tutti “i suoi ragazzi”, i suoi giovani allievi.

Così all’inizio degli anni ‘70  avvia l’attività sperimentale di laboratorio, in una scuola media della capitale.

img_9425webBen presto altre scuole ed altri insegnanti chiedono di poter partecipare e i “suoi allievi” diventano centinaia, ragazzi provenienti da scuole di ogni ordine e grado, scuole d’arte, corsi di specializzazione, università e studenti stranieri.

Nel 1979 viene concesso un locale sito in Villa d’Este – Tivoli da adibire a laboratorio didattico autorizzato dal M.B.C. (Soprintendenza per i Beni Architettonici del Lazio), ristrutturato e reso fruibile al pubblico a proprie spese.

Nel 1984 il prof. Basile da ufficialmente avvio alle attività didattiche e pratiche del Laboratorio – Museo, in seguito ad una circolare del Ministero della Pubblica Istruzione, trasmessa ai Provveditori agli Studi di Roma e del Lazio e ai capi di Istituto, che, oltre a riconoscere la scientificità delle tecniche usate per la lavorazione e la miniatura del libro antico ne evidenziava le finalità culturali.

Il prof. Basile inizia a collaborare con le più importanti istituzioni scientifiche ed universitarie e rappresenta l’Italia in diverse occasioni ed eventi culturali di rilevanza internazionale.

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Nel 1982 all’interno del Laboratorio di Villa d’Este il Professore, esperto di ricostruzione dei testi antichi, ha riprodotto, per il Museo Egizio Vaticano, il famoso papiro del sacerdote Pacherientaihet.

La traduzione del titolo di questo antico Libro dei Morti significa “libro per uscire dal o nel giorno”, ed è un documento papiraceo costituito da trenta fogli scritti in carattere ieratico.

Con il passare dei secoli, la vernice utilizzata per la scrittura è divenuta di un colore scuro che impediva sia la lettura che la possibilità di un eventuale recupero. Il lavoro del prof. Basile è quindi  consistito nel riprodurre l’intero papiro dalla lunghezza di 16 metri, grazie a studi scrupolosi sia di carattere bibliografico che chimico-fisico su esemplari coevi.

L’opera è stata condotta magistralmente, ottenendo un prodotto identico al modello originale, tanto da esser valutato eccellentemente dai più grandi esperti mondiali.

Nel 1989 è stata invece realizzata, dal medesimo laboratorio, la riproduzione della miniatura del Papiro di Kha per il McClung Museum dell’Università del Tennesse.

Il pregiato papiro risalente alla XVIII dinastia, venne lavorato dal prof. Basile che si avvalse di pennelli particolari costituiti da fasci di fibre vegetali legati tra loro di diverse dimensioni e livelli di finezza, in base al tipo di intervento che andava eseguito. Minuziose ricerche sono state eseguite anche sulla tipologia dei pigmenti, per lo più di natura inorganica, che vennero appositamente riprodotti.

Infine al 1996 risale la ricostruzione della biblioteca Romana nel Museo della Civiltà Romana sul modello della biblioteca dell’imperatore Adriano nella storica villa di Tivoli. Per questa occasione il Museo Laboratorio di Villa d’Este ha riprodotto i vari utensili che servivano alla scrittura e alla lettura nella Roma antica, che arredano le nicchie della biblioteca. Tra questi oggetti troviamo volumen papiracei con umbilicus, tavolozza dello scriba- pittore, papiri greci e latini, fasci di volumina, libri lintei, tavolette dealbatae, tabulae ceratae con stylus, plumbea charta, capsae e pergamene.

 

Info

Il Museo Didattico del Libro Antico si trova presso il Piazzale dell’Ovato, all’interno del sito UNESCO di Villa d’Este – Tivoli (RM)

 Apertura ordinaria al pubblico: martedì, giovedì e domenica dalle ore 9:30 alle ore 13:30.

Attività didattiche disponibili  su richiesta ogni giorno della settimana.

Tel.   06 4120 4709

Mail   associazionefannius@gmail.com

Sito internet: http://www.fannius.it/

 

 

 

 

 

 

ANFITEATRO c.d. DI BLESO

 A PRIMA VISTA

Ai piedi dell’imponente costruzione della Rocca Pia sono più o meno anfoteatrovisibili dalla strada i resti di un’altrettanto imponente struttura di epoca imperiale, sebbene poco e male conosciuta: l’Anfiteatro detto di “Bleso”.

La recinzione metallica che lo circonda con le sue fitte maglie non consente dall’esterno di apprezzare pienamente le potenzialità evocative che questo monumento potrebbe offrire; quando infatti si ha la possibilità di accedervi si entra in una dimensione nuova, quantomeno inaspettata proprio perché celata dall’esterno, vuoi per la recinzione di cui sopra, vuoi per la struttura dell’anfiteatro stesso con i suoi muri superstiti nascosti dall’avvallamento naturale nel quale fu realizzato.

 

UN PO’ DI STORIA…

L’Anfiteatro sorge in un’area che fu protagonista dell’espansione urbanistica che caratterizzò Tibur tra la fine del I sec. a.C. fino al pieno II sec. d.C.; è detto di “Bleso” per un’iscrizione che cita un tale M. Tullius Blaesius (metà II sec. d.C.) che “contribuì” all’inaugurazione del monumento con 200.000 sesterzi e 200 giornate lavorative.

Un’altra iscrizione, del 24 luglio del 184 d.C., posta dai “Tiburtes municipes” ricorda un certo M. Lurius Lucretianus il quale avrebbe indetto nell’anfiteatro giochi con venti coppie di gladiatori e una venatio.

L’attribuzione a Bleso risulta quindi inesatta, anche se ormai è diventato automatico attribuire a lui la costruzione del monumento, dal momento che egli si preoccupò “solo” di pagare le spese per l’inaugurazione.

Fonti medievali parlano di un fundum amphiteatrum ma per lungo tempo si credette che qualsiasi traccia del monumento fosse andata persa per sempre poiché un documento del 14 agosto del 1461 ci descrive come in quella data iniziarono i lavori della Rocca Pia; il significato del testo fu male interpretato per cui a lungo si credette che la Rocca fosse stata eretta nel luogo esatto in cui in antico era l’anfiteatro e non, come poi invece è stato scoperto, “nei pressi” del monumento, anche se per chiare motivazioni strategiche tutte le strutture murarie che si alzavano oltre lo spiccato della Rocca furono livellate e non superano oggi un’altezza di tre metri.

Del tutto inaspettatamente emersero dunque i resti dell’anfiteatro nel 1948, durante i lavori intrapresi per l’apertura di una via di collegamento tra Largo Garibaldi e Via dell’ Inversata.

Successivamente alla sua scoperta si succedettero negli anni una serie di campagne di scavo che contribuirono a riportare alla luce il monumento così come possiamo apprezzarlo oggi.

RACCONTO DELL’ OPERA…

Analizzando l’urbanistica antica l’Anfiteatro risultava posto all’estremità meridionale dell’area abitata, quasi adagiato sul pendio della collina, e per questo strutturalmente si colloca a metà fra la tipologia degli anfiteatri detti a struttura piena” (o “provinciali”) e quelli detti a “struttura aperta” (o “canonica”), dal momento che sfrutta allo stesso tempo sia il pendio naturale sia il terrapieno ricavato dall’ escavazione del catino dell’area e le macerie degli edifici precedenti, rappresentando un esempio particolare di adattamento architettonico.

L’ellisse esterna misura 83 metri lungo l’asse maggiore e 64 metri lungo quella minore; gli assi dell’arena misurano rispettivamente 57 e 37 metri.

I paramenti esterni (cortina e facciata) e interni (podio e ambulacro) sono delimitati da muri curvilinei collegati da setti murari radiali all’ellisse.

L’ambulacro di servizio è largo 2,20 metri e si sviluppava intorno all’arena con la quale era collegato direttamente per mezzo di porte o finestre, mentre altre aperture consentivano di raggiungere i cunei retrostanti dei settori settentrionali.

Gli accessi all’Anfiteatro erano quattro: due principali e due secondari (in realtà di questi ultimi solo uno fu completato).

Per quanto riguarda la tecnica costruttiva impiegata nella realizzazione delle cortine murarie risulta essere preponderante l’opus mixtum con reticolato di tufo e travertino e liste di mattoni; in corrispondenza dei muri radiali della cavea si incontrano, come ornamenti architettonici, delle semicolonne con paramento in parallelepipedi di travertino.

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Il monumento fu riutilizzato in seguito al suo abbandono almeno fino al XVI secolo, come testimoniano sia alcune sepolture di epoca medievale rintracciabili in vari ambienti dell’Anfiteatro sia i documenti tiburtini che ci ricordano come l’area in questione fosse stata trasformata dal Cardinale D’Este in un “Barchetto” o piccolo parco di caccia.

 

TEMPIO c.d. DELLA TOSSE: OCCHIO MISTERIOSO DI PAESAGGIO

A PRIMA VISTA

Scendendo o salendo lungo quello che una volta era il Clivus Tiburtinus (tratto in salita della via Tiburtina antica) tempio oculoci si imbatte in una costruzione che attrae perchè si stacca dal paesaggio agricolo con forme inaspettate.

L’armonia architettonica ci stupisce e poi ci costringe a osservarla. Sembra quasi un piccolo Pantheon, un occhio o comunque un punto simbolico su cui idealmente far ruotare le meraviglie di Villa d’Este, del Santuario d’Ercole e del paesaggio che ci circonda.

Questa piacevole vista è allietata dal piccolo gorgheggio del canale degli Ortolani lungo la via, stessa acqua dell’Aniene che ha gia’ gorgheggiato a monte nelle splendide fontane di Villa d’Este; ennesima ‘espressione’ di come questo fiume accompagna chi viene a visitare Tivoli.

 

UN PO’ DI STORIA..

Il c.d. Tempio della tosse è una costruzione per la quale mancano precise notizie o letterarie e va generalmente datato al IV sec. d.C, per l’architettura e l’opera usata, l’opus vittatum (filari di tufelli o conci calcarei con file  di laterizi). Colpì l’ attenzione dei visitatori del Santuario d’Ercole a monte e vi sono descrizioni e disegni di Pirro Ligorio, Piranesi, Giuliano da Sangallo che testimoniano l’estremo interesse del monumento.

 

RACCONTO DELL’ OPERA

E’ una costruzione robusta alla base e gradatamente più snella, costituito da un tamburo cilindrico coperto da una cupola a calotta semisferica del diametro di 12 m, dotata di un oculo.

Il cilindro si rettifica in corrispondenza di un muro di recinzione esterno tangente, dove era l’accesso antico sul Clivus tiburtinus (si conserva una soglia e l’architrave di marmo protetti da archi di scarico); un’altro ingresso era diametralmente opposto.

Si distinguono due piani: sul primo delle grandi nicchie in corpi aggettanti, sul secondo altre 7 nicchie di cui 4 semicircolari, in cui si aprono grandi finestre per la luce. La cupola è delineata da mensole in laterizio e travertino(che sostenevano una cornice oggi inesistente) e presenta tre alti gradini(di restauro) interrotti da quattro piccole scale disposte in croce: l’aspetto originale
t nicchieè ancora ignoto.

L’interno è a pianta circolare con varie nicchie (4 semicircolari e 2 rettangolari e profonde); la volta emisferica presenta l’occhio centrale da cui si dipartono nervature in laterizio, escamotage tecnico per ‘intelaiare’ la volta.

Il pavimento è assente, sono presenti piccole tessere musive relative però ad una struttura in opus reticulatum presente all’esterno, probabilmente una villa di prima età augustea, precedente alla fase del c.d. Tempio della tosse.

Età medioevale

In epoca medioevale fu destinato a luogo di culto, S.Maria di Porta Scura facendo cristo benedicenteriferimento alla galleria di passaggio del Santuario d’Ercole Vincitore, posto nelle vicinanze, denominata Porta Scura; dal santuario d’Ercole fu prelevato del materiale per i restauri ed adattamenti medioevali; fu rialzata la soglia d’accesso e ristretta la porta(come si vede). Alcune pitture presenti in alcune nicchie sono del periodo X-XIII secolo: un’ Ascensione di Gesù e una figura di Cristo benedicente.

Nei secoli successivi fu abbandonato.

 

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CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

L’enigma irrisolto..

Un tempio? Un ninfeo?Una tomba?

Magari quel sepolcro della Gens Tuscia citata da Ashby: per corruzione della parola qualcuno per un gioco semiserio della storia e delle credenze ha creduto che qui, fuori le mura, fosse curata la  malattia della tosse.. Forse associato a quel Lucio Turcio, che ha ‘spianato’ il Clivus Tiburtinus, menzionato nella epigrafe più avanti lungo la strada..

Resta il dubbio, che nasce già dalla presenza a sorpresa in questa area della città.

Vista la mancanza di tanti elementi(pavimento, intonaco,marmi,etc.) l’opera, verosimilmente un atrio di una villa(secondo il Giuliani), non fu mai finita..

Una guerra?una crisi personale del proprietario che non conosciamo? Sicuramente chi ha provato a costruire una villa grandiosa aveva capito la preziosità del paesaggio tiburtino: di lì a 11 secoli dopo un cardinale eresse poco a monte la sua Villa d’Este..

tempio e luce

 

Il sole

Tra le innumerevoli attribuzioni il Sebastiani lo crede tempio del Sole..

Al tramonto vien da pensarlo: la luce chiara e radente abbraccia pienamente tutta l’architettura del tempio della Tosse e regala sensazioni che sicuramente percepivano e percepiscono i viaggiatori attenti.

 

Spunta una cupola dal.. pizzutello 

Il famoso pizzutello, l’uva di Tivoli, nota fin dall’antichità è chiamata uva corna dagli abitanti per la sua forma a punta; è un’uva polposa, croccante, da tavola, nutritiva che era apprezzata alla corte Estense come dal Papa Gregorio XVI (responsabile della creazione della Villa Gregoriana). Dal 1845 si celebra la sagra del Pizzutello, anche se oggi la produzione è fortemente diminuita.

Chi si imbatteva in questa area del paesaggio tiburtino nei primi anni del 1900, oltre a notare l’importante area industriale vedeva un tappeto uniforme a scalea fatto di coltivazioni proprio del   pizzutello, improvvisamente interrotto da una cupola armoniosa: una curiosa sintesi di agricoltura e archeologia..

 

 

MENSA PONDERARIA E SACELLO DI AUGUSTO

 UN PO’ DI STORIA..

Durante dei lavori per la ristrutturazione di un fabbricato di proprietà di Felice Genga, ubicato tra via del Duomo e via Canonica, vennero alla luce nel 1883 dei resti di un edificio poi identificato come una .

In seguito a questa scoperta vennero intrapresi altri scavi nel 1902 per implementare l’analisi del sito con
mensa2servato lungo i lati SE e NE di un seminterrato rettangolare; i muri risultano essere stati realizzati con diverse tecniche edilizie, dall’opus reticulatum all’opus incertum con frammenti residui dell’iniziale rivestimento marmoreo. Il muro in reticolato è limitato da due muri ad esso ortogonali che formano una sorta di nicchia all’interno della quale sono state riconosciute dal Lanciani appunto due mense ponderarie. Come trapezofori hanno dei pilastri marmorei decorati rispettivamente con una clava (attributo di Ercole) e un tirso (bastone divino) per la prima mensa e due tirsi e una clava per la seconda mensa.

Un iscrizione è leggibile sulla fronte delle lastre marmoree: M. Varenus, (Varenae) et M. Latridi l., Diphilus, mag(ister) Hercul(aneus) d(e) s(ua) p(ecunia) f(aciundum) c(uravit): tale iscrizione ci informa dunque che un tal Vareno, sacerdote del culto di Ercole, sovvenzionò di tasca sua i lavori per la realizzazione del monumento. Le mense presentano dei fori nella parte superiore (due nella prima e quattro nella seconda) di dimensioni diverse con le pareti scavate che formano una specie di conca priva di fondo. Di fronte ai suddetti muri che delimitano le mense sono state rinvenute due basi in muratura (m. 0,60×0,68×0,65) rivestite in giallo antico sulle quali sono leggibili due iscrizioni simili che ricordano M.Lartidius e Varena Maior, con molta probabilità i soggetti delle statue che le basi in questione dovevano sorreggere. La funzione delle mense era quella di reggere modelli, in marmo o in bronzo, di diverse misure di capacità.

Sempre durante i lavori del 1883 venne alla luce un’altra porzione del monumento: un vano delimitato da due strutture murarie, una delle quali, in reticolato, termina con un pilastro simile a quello precedentemente analizzato e anch’esso rivestito da lastre di marmo. All’interno di questa specie di nicchia ricavata tra i muri spiccano i resti di un piccolo podio marmoreo scorniciato in alto e in basso di fronte al quale fu poi aggiunto in un secondo momento, forse durante un restauro, un muro.mensa e sacello

Nel 1920 vennero effettuati dei lavori per isolare le mense dall’umidità durante i quali fu scoperto il celebre “sacello di Augusto”; si tratta di un piccolo ambiente trapezoidale sul fondo del quale è una nicchia limitata da pilastrini aggettanti in travertino. E’stata rinvenuta anche una base destinata sicuramente a sorreggere una statua; il pavimento, abbastanza conservato, è formato da rettangoli marmorei bianchi divisi da listelli di ardesia e quadrati in marmo bigio.

Tra i rinvenimenti si segnalano dei frammenti di statua riferibile a un imperatore, sebbene acefala, una testa colossale di Nerva e un’iscrizione che ricorda il liberto M. Vareno che auspica ad Augusto  felice ritorno da uno dei suoi lunghi viaggi, forse dalla Siria o forse dalle province occidentali.

I due monumenti sono  quasi covii, con il sacello probabilmente poco più tardo, come ha giustamente dedotto il Giuliani analizzando le strutture murarie in Formae Italiae, 1970.

 

SEPOLCRO DELLA VESTALE COSSINIA: MEMORIE LUNGO IL FIUME


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A PRIMA VISTAvestale

Sorpresa, ammirazione insieme ad un po’ di sconcerto.

Questo si può provare una volta arrivati a scoprire qui una perla archeologica di assoluto valore, un unicum di Tivoli:

l’unico sepolcro di una Vestale finora conosciuto, quello della Vestale Cossinia.

Lo scenario è quello delle rive dell’Aniene, che qui scorre ancora placido, trasformato in un piccolo bacino artificiale, con ancora un buon grado di naturalità denotato da una simpatica colonia di uccelli acquatici (anatre e germani reali) e con una folta vegetazione ripariale.

Il sepolcro di Cossinia emerge quasi a sorpresa, compreso in un area di forte transito giornaliero per la presenza della Stazione, di una scuola e sede INPS; il contesto certo non fa presagire un sito sacrale funerario in riva al fiume.

L’area del sepolcro (in realtà i sepolcri sono due di diverse fasi) ha un fortissimo valore simbolico storico ed archeologico, ma è purtroppo connotata da un degrado ed abbandono per il quale lasciamo a voi ogni commento, pensando all’ elevato profilo culturale e sentimentale di questo luogo.

UN PO’ DI STORIA..bambolina vestale cossinia

Il rinvenimento

La scoperta avvenne nel 1929 in seguito ad un evento franoso interessante la scarpata fluviale. Venne alla luce un elegante ara marmorea su cinque gradini; con gli scavi successivi che subito si iniziarono fu trovato un altro complesso di tre gradoni di travertino all’inizio interpretati come base per una statua della vestale Cossinia. In realtà al di sotto dei tre gradoni fu anche trovata una sepoltura con il corpo di un’altra donna, dalla dentatura ancora bianca, corredato di una bambolina d’avorio e da un cofanetto d’ambra che furono associate, erroneamente,  con l’aspetto più innocente ed umano dell’austera sacerdotessa. Tale bambolina è ora conservata al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo a Roma (presso Termini).

L’ara sepolcrale mostra frontalmente l’iscrizione

V(irgini) V(estali)

Cossiniae

L(ucii)f(iliae),

cioè la dedica alla vestale figlia di Lucio Cossinio, inserita in una ghirlanda di foglie di quercia e ghiande, con la sacra infula (cioè la benda sacra che indossavano le vestali); al di sotto è il nome del dedicante L.Cossinius Electus (un parente o forse un liberto).

Nel retro appare invece:

Undecies  senis quod Vestae paruit annis,sepolcro vestale cossinia

 hic sita virgo, manu populi delata, quiescit.

L(ocus) d(atus) s(enatus) c(onsulto)

cioè tradotto :

“Dopo aver servito Vesta per un periodo uguale a undici volte l’età che aveva al suo ingresso al sacerdozio, qui riposa la vergine, trasportata a braccia di popolo. II terreno per la sepoltura è stato assegnato per decreto del senato”

Visto che le vestali erano ammesse all’esercizio del culto tra i 6 ed i 10 anni, Cossinia doveva avere più di 70 anni e quindi non di certo la giovane donna sepolta accanto con a corredo la bambolina. Sicuramente era venerata dal popolo tiburtino che la trasportò fisicamente sulle rive del fiume, come segno di estrema gratitudine per il suo lungo servizio al ‘fuoco’ di Tivoli.

Chi erano Vesta e le Vestali

Vesta era una dea protettrice del focolare domestico, della pace familiare e prosperità.

Un culto arcaico, fatto risalire a Numa Pompilio ma già proveniente dalla Grecia col nome di Estia (sorella di Zeus e figlia di Crono e Rea). Ogni città aveva il suo tempio di Vesta, con il focolare della patria, dato che lo stato era considerato un insieme vincolato di famiglie.

A Roma sorgeva nel Foro Romano, a Tivoli secondo un’ipotesi sorgeva sull’acropoli sospesa sui baratri dell’Aniene (Villa Gregoriana) ma la toponomastica medioevale lo pone anche in un’area denominata Vesta (zona del Reserraglio); il tempio aveva la una forma circolare che ricordava le vecchie capanne del Lazio.

Il fuoco sacro era sempre mantenuto acceso nel tempio dalle sacerdotesse vergini (come la dea stessa) dette  le Vestali.

Erano vestite totalmente di bianco con una tunica, una stola(sopraveste) e mantello in lana; il loro segno di riconoscimento era l’infula, una benda di lana (rossa o bianca) che le copriva il capo a denotare inviolabilità. Erano scelte dal sommo pontefice tra fanciulle dai 6 ai 10 anni e il loro servizio durava 30 anni, poi erano libere da ogni vincolo.

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Vestali: destini di donne

Le vestali erano donne cui si demandava la custodia del fuoco sacro dello Stato inteso come focolare collettivo; questo le attribuiva prestigio ed autorità.

Erano scelte prive di imperfezioni fisiche tra le famiglie di alto rango, quindi con un corpo bellissimo cui dovevano imporre però astinenza sessuale molto dura, almeno per 30 anni..

Una totale astinenza sessuale e una continua alimentazione (notte e giorno) del fuoco sacro comportava sacrifici ed una vita comunitaria di stile ‘conventuale’.

Avevano l’assoluto potere di graziare e ridare la vita ad un condannato a morte, me se avevano rapporti sessuali erano loro condannate a morte e la pena era orrenda: le vestali venivano sepolte vive in un campo scellerato, perchè mano umana non poteva ucciderle..

Una vita ed un destino estremo.

Privilegi

A differenza delle altre donne, le Vestali potevano uscire liberamente e godevano di diritti, privilegi ed oneri civili. Tra questi la possibilità di fare testamento, essere custodi di trattati e testamenti (grazie all’ inviolabilità del tempio e della loro persona) e potevano testimoniare senza giuramento. Mantenute a spese dello Stato, venivano anche rispettate dai magistrati che al loro passaggio abbassavano i fasci consolari. Essendo sacerdotesse consacrate alla Dea Vesta, a Roma venivano sepolte entro il pomerio (terreno consacrato per la sepoltura) e potevano chiedere la grazia per i condannati a morte incontrati casualmente.

Vestali: una focaccia ..per purificarsi.

Durante le feste di Vesta (le Vestalia dal 9 al 15 giugno) le vestali erano addette alla preparazione della ‘mola salsa’, una specie di focaccia fatta con sale, farro e acqua sorgiva, offerta alla dea e distribuita ai credenti come atto di purificazione. Con essa si preparavano gli animali al sacrificio ed il nostro termine ‘immolare’ (nel senso di sacrificare) deriva proprio da questo rito antico.

La Barbie di una sconosciuta

Si direbbe che anche più di duemila anni fa i bambini giocavano agli adulti..

Nell’area del sepolcro di Cossinia il basamento di tre gradini celava una tomba di una ragazza giovane cui era stata messa vicina la sua bambolina preferita (ora al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo a Roma presso Termini): fatta d’avorio e ornata con braccialetti d’oro nei polsi e caviglie, collana d’oro, con i capelli ‘alla moda’ di quel tempo cioè alla moda del tempo di Giulia Domna moglie dell’imperatore Settimio Severo. Probabilmente la nostra sconosciuta giovane era morta precocemente e il ricordo della sua bambolina preferita è segno di una tenerezza e raffinatezza del tutto speciale.

 

>Posizione

LA CASA GOTICA, ARMONIA DI UN’ ARCHITETTURA MEDIEVALE

monument

A PRIMA VISTA

via campitelliPasseggiando per  via Campitelli è impossibile non rimanere incantati dalla bellezza rustica degli edifici e dall’ accurata esecuzione stilistica dell’ insieme: la muratura a vista, le cornici delle bucature, il bugnato dei portali, le falde delle coperture in legno e laterizio e la lunga scalinata avvolta dall’ edilizia storica. Scendendo lungo la via, la Casa gotica rimane nascosta sulla sinistra e solo un visitatore scrupoloso può riuscire nell’ immediato a scorgerne la presenza. Prevale da subito la forte realtà costruttiva ed estetica del profferlo , elemento d’ ingresso al piano terra, che con la scala laterale nasconde l’ arretrato prospetto principale. La bellezza risiede nell’ estrema minuziosità degli elementi in primo piano (la colonna di reimpiego o gli archetti ornamentali) e la semplicità della facciata con le tre  bucature decentrate sulla sinistra. Insieme al profferlo accentuano ancora di più la voluta asimmetria dell’ insieme verso la visuale principale, quella in asse con la via, adornata da preesistenze medievali e rinascimentali di una diligente particolarità.

RACCONTO DELL’ OPERA

La Casa Gotica, fa parte di una serie di case nate isolate in epoca medievale ed unificate in epoche successive. La prima fase costruttiva si sviluppa tra il XII e XIII secolo, periodo in cui diviene predominante l’ utilizzo delle cortine in pietra locale. Il prospetto principale (9,75 m x 12 m di h sino al colmo), è delimitato da cantonali in conci squadrati di peperino e costituito da una superficie muraria in muratura irregolare intonacata. Il periodo costruttivo che ha conferito l’ aspetto attuale è quello tra il XIII-XIV sec. quando viene costruito il profferlo, elemento aggettante  collegato ad una una scala a una sola rampa con gradini diEdicola recupero di lastre in peperino, che correndo lungo la facciata dell’edificio porta all’ attuale ingresso dell’ abitazione posto al primo piano. Ad interrompere la linearità della scala, l’ edicola in muratura intonacata, originariamente era affrescata su entrambi i lati mentre ora ne è leggibile solo una parte in cui è raffigurata una Madonna con Bambino. Al piano terra, anticamente adibito a bottega, delinea il vano d’ ingresso (1,80 x h 2,65 m), una ghiera in laterizio a sesto ribassato dalla tipica tipologia  a piattabanda. Comune ornamento di Tivoli dal XI-XII sec., é costituito da materiale di risulta (in genere bipedali, intorno ai 0,30 m) accuratamente selezionato per ottenere delle voltature perfette. Il magnifico profferlo (4,55 cm x h 3,60 m) è costituito da diverse tipologie murarie nonché da una colonna classica con fusto in granito,probabilmente originaria di Villa Adriana, testimone della pratica del reimpiego tipica del XII-XIII secolo che nel nostro caso non è imputabile a criteri di risparmio o disponibilità ma piuttosto ad un  richiamo simbolico con il passato  della contemporanea rinascita comunale. La differenza tra i paramenti murari del profferlo e quella del  prospetto principale, testimonia il divario cronologico tra le due costruzioni. Dal rilievo eseguito dall’ Arch.  M. Di Lorenzo, si sono riscontrate principalmente  tre tipologie murarie: muratura in tufelli di travertino e pietra calcarea nel cantonale sinistro, muratura in blocchetti calcarei e tufacei irregolari nella mezzeria e muratura irregolare ( calcare compatto, tufo e laterizio) nella parte sommitale. Opposta alla materia costruttiva, la colonna portante alta 1,92 m, con i suoi elementi classici (definiti dall’ Alberti “redivivus” ossia “di rimpiego”) come il fusto in granito (raggio di circa 30 cm), la base attica ed il capitello ionico angolare di epoca imperiale, conferisce estrema eleganza all’ insieme. Sopra il piedistallo in travertino, la base attica in marmo,ben proporzionata, presenta come modanature dal basso verso l’ alto, il plinto, il toro inferiore, la scozia ed il toro superiore. Il capitello ionico di epoca imperiale , reimpiegato e posizionato al contrario, ha le volute ioniche con il fronte rivolto a destra. La lucentezza dei diversi microcristalli del marmo presente nel capitello , in alcune mensole degli archetti e nella base dell’ ordine, e’ offuscata dal degrado ed é riconoscibile solo nelle parti frammentate degli elementi. A questo periodo risalgono anche le attuali bucature del prospetto principale, la porta d’ ingresso al primo piano con cornice a sesto acuto in conci di peperino squadrato e le due a tutto sesto del secondo livello.  Nella terza fase, tra il XV-XVI secolo, la Casa non subisce trasformazioni se non nell’ assetto distributivo. Di fatti, l’ ingresso al primo e secondo piano viene posto sul prospetto lungo via Campitelli dove tuttora attraverso il cancello è possibile ammirare il cortile con la splendida fontana riconducibile allo stile rustico di Villa d’ Este e di alcune fontane monumentali del periodo, tipiche della cerchia di Pirro Ligorio ed Alberto Galvani (seconda metà XVI sec.). Viene definita “del pipistrello” in quanto la vasca che raccoglie l’ acqua inquadrata dalla nicchia e dall’ ordine sormontato da timpano triangolare, ricorda nella forma il mammifero. Di questo periodo sono anche le attuali finestre del prospetto su via Campitelli. Sostanzialmente, quello principale è rimasto inalterato dalla fine del XIV secolo ,le modifiche apportate fino al periodo moderno (XIX sec. )riguardano solo frazionamenti delle proprietà e modifiche interne distributive e funzionali.  La bellezza stilistica e costruttiva è rimasta invariata nel tempo e ad oggi, è quindi ancora possibile contemplare il monumento con lo stesso sguardo degli antichi.

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

L’ edilizia “campestre” di via Campitelli

Via Campitelli costituisce l’ asse maggiore del settore urbano di ponente di Tivoli. Dall’ andamento acclive, collega due importanti chiese di origine paleocristiana della città (XII sec.), la Chiesa di San Pietro alla Carità e quella di S. Silvestro ,quest’ ultima presso l’ antico tracciato della via Tiburtina, l’ odierna via del Colle. A causa di diversi rinvenimenti classici, l’ origine della via è riconducibile all’ epoca romana. Nel medioevo continua ad essere esterna alle mura come le due chiese, che secondo l’ uso comune delle località minori, venivano ubicate fuori dalla cerchia muraria. Data la vicinanza della via Tiburtina, arteria importante di traffico verso Roma, la via faceva parte di un’ edilizia di saturazione fra il borgo e il Santuario d’ Ercole Vincitore ed era costituita prevalentemente da case unifamiliari a schiera di contadini e pastori. L’ accesso su strada avveniva tramite scala interna od esterna che conduceva alla residenza a livello superiore mentre a livello inferiore, attività commerciali ed artigianali. Un sito ed un’ edilizia “campestre”, di “casupole ammassate nel borgo medievale” ,da cui probabilmente l’ origine del nome “Campitelli”. La “bellezza pittorica” dell’ insieme, con le torri, le preesistenze storiche e l’architettura civile, fece divenire Tivoli una delle tappe del famigerato itinerario europeo del Grand Tour lasciandoci in eredità dipinti, disegni ,incisioni e romantiche poesie di personaggi illustri.

La colonna “ionica”

Di straordinaria bellezza, l’ echino con kyma ionico del capitello della colonna portante, presenta quattro ovuli “dallo sguscio poco profondo separati da freccette leggermente cuspidate e raccordato con le volute da semipalmette”.

Maestranze esterne?

La tipologia di profferlo (con motivi decorativi arabi come gli archetti ornamentali) e l’ edicola in muratura intonacata posta a metà della scala, unici elementi rinvenuti a Tivoli, fanno pensare che le maestranze della costruzione non fossero locali. L’ area di maggior diffusione del profferlo è il Lazio in particolare Viterbo con esempi come la casa della Poscia e la casa di Piazza Cappella mentre per quanto riguarda l’ edicola si trovano rari esempi sempre nel Lazio come nel campanile del Duomo di Gaeta e di Terracina.

Ritrovamenti nelle vicinanze

La manutenzione di un pluviale incassato nella muratura di un edificio adiacente la Casa Gotica , ha riportato alla luce un capitello corinzieggiante figurato (tuttora visibile) con fusto presumibilmente anch’ essi adrianei.

Le Fontane Rinascimentali di Tivoli

Per impreziosire l’ ingresso di Villa d’ Este, tra il XV-XVI secolo furono edificate lungo il tragitto diverse fontane che stilisticamente riconducevano all’ architettura della Villa nonché agli archi monumentali romani seguendo una linea estetica tra misto di eleganza e di rustico. Esempi sono la Fontana dei Votani presso Porta del Colle e la fontana adiacente la Chiesa di S. Silvestro, con il meraviglioso coronamento ad attico sormontato da rocce artificiali.

La musica della Fontana dell’ Organo

Risalendo verso il centro cittadino, in asse con la via Campitelli, si trova uno degli ingressi secondari di Villa d’ Este dal quel è possibile scorgere l’ incantevole Fontana dell’ Organo che ogni due ore dalle 10,30 di ogni giorno allieta con la sua musica i visitatori ed il vicinato.

>Posizione

Latitudine: 41.9645968

Longitudine: 12.795706900000027