S.LORENZO: I TESORI DEL DUOMO

RACCONTO DELL’OPERA 

1) LA DEPOSIZIONE DI CRISTO DALLA CROCE-CAPPELLA DELLA DEPOSIZIONE

IL Cardinal Roma per ornare degnamente la cattedrale appena costruita fece trasportare il gruppo della Deposizione lignea dalla Chiesa di S. Pietro di Tivoli; ora si trova nell’ultima cappella sulla destra, ambiente protetto da luminosità intensa e alte temperature.

Di autore ignoto è concordemente riconosciuto come un capolavoro, raro e prezioso esempio della statuaria lignea medioevale, risalente al XIII secolo. Dopo essere state restaurate e ridipinte nel 1815, le statue hanno subito altri tre restauri, l’ultimo nel 1988-90.

Diverse le ipotesi per l’ambito di provenienza: influenze lombarde dell’arte di Benedetto Antelami o filoni di classicismo duecentesco in ambito laziale; C. Pierattini (autore di un’analisi stilistica e storica) arriva ad ipotizzare un ‘atelier’ scultoreo qui a Tivoli, specializzato nelle Deposizioni lignee.

Il gruppo rappresenta Cristo mentre vien accolto giù dalla croce da Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea; a destra S.Giovanni Evangelista (con una lunga tunica) e a sinistra la Vergine con lungo mantello, in cima alla croce un’angelo in volo.

 

2) CAPPELLA DEL SANTISSIMO SALVATORE: TRITTICO DEL SANTISSIMO SALVATORE

Una ieratica maestà simile ad analoghe immagini dove si avverte l’ispirazione dell’arte monastica benedettina‘: da questo pensiero di Carlo Pierattini già si intuisce l’importanza artistica e storica di questo celebre Trittico, dove l’idealità religiosa prevale sulla realtà dell’espressione corporea.

E’ posto nella Cappella del SS. Salvatore (navata sinistra), costituito da tre pannelli con rivestimento in lamina d’argento dorata, i pannelli laterali sono suddivisi in due riquadri.

Nel pannello centrale: Cristo benedicente avvolto da un ampio manto(a differenza della classica nudità cui l’iconografia poi ci ha abituato) seduto su un sedile decorato; in basso i 4 fiumi celesti con 2 cervi che si abbeverano.

Pannello di sinistra: la Vergine avvolta in una lunga veste, con un manto attorno al volto; al di sotto la scena della Dormitio Virginis,la Madonna stesa su  un letto con gli apostoli intorno e Gesù che presenta l’animula ad un angelo.

Pannello di destra: S.Giovanni Evangelista, con il rotulo del suo libro, nel riquadro sotto il Transito di S.Giovanni Battista.

Questo stupendo trittico dovrebbe datarsi al XII secolo, mentre il rivestimento argenteo è del XV secolo; alcuni autori hanno associato le storie laterali ad alcuni affreschi della cripta di S.Nicola in Carcere a Roma e ora nella Pinacoteca Vaticana e distinguono autori diversi per il pannello centrale e i 2 laterali.

Una suggestiva tradizione locale riferisce che sarebbe opera di S.Luca e donata poi alla cattedrale da Papa Simplicio, papa tiburtino.

 

-Rivestimento del Trittico

Una antica consuetudine era quella di ricoprire le immagini più venerate e preziose, e sebbene il rivestimento risalga al XV secolo, alcuni autori hanno proposto di datarne l’originario al 1234, anno della consacrazione della Cappella del Salvatore.

L’attuale rivestimento fu donato da Caterina Ricciardi come ricorda l’iscrizione sui pannelli laterali: ‘HOS DOMINA F(ieri) F(ecit) CATERINA RICCIARDI’ (Questi fece fare Donna Caterina Ricciardi); fu restaurato nel 1449 a cura del priore canonico tiburtino Antonio Scensi e poi nel 1554.

E’ strutturato in due parti: i pannelli corrispondenti al trittico e l’archivolto con coronamento a tabernacoli.

Pannello centrale: Cristo benedicente sagomato su una griglia a maglie quadrate con rosette, in basso sei personaggi rivolti a Gesù con un cero in mano.

Pannelli laterali: sono divisi in 4 scomparti e raffigurano dall’alto in basso i 4 Evangelisti(Marco, Matteo, Giovanni, Luca con i loro simboli), l’Arcangelo Gabriele e la Vergine Annunziata con il padre Eterno come un sole, i Santi Pietro e Paolo, S.Lorenzo e Alessandro papa

Coronamento-archivolto: sole, luna e stelle, nella parte più alta 5 baldacchini con pinnacoli che contengono statuette di S.Lorenzo, Pietro, Giovanni Battista, Paolo e papa Alessandro

Nell’opera si riconoscono due stili diversi: nei pannelli c’è un’arte chiara, sobria e composta, nella parte alta c’è una transizione a modelli nordici di forti rilievi, pinnacoli e linee a ogiva.

Un’opera messa anche in relazione al ‘Sancta Sanctorum‘ di Roma, ulteriore conferma del suo alto valore storico e culturale.

 

Affreschi del Manenti

Per poter accogliere degnamente nella cappella del SS.Salvatore il Trittico, la decorazione fu affidata a Vincenzo Manenti, autore seicentesco ‘diligente e buon coloritore’ non molto noto al grande pubblico ma che però raggiunse una sua maturità ed uno stile gradevole, naturale, diretto e semplice. Lo si può apprezzare qui dove affrescò la volta con gli Evangelisti, le pareti con i miracoli di Cristo (Nozze di Cana, il Cristo e la Samaritana, la Resurrezione di Lazzaro, Cristo e Pietro al lago di Tiberiade)

 

3) LA SAGRESTIA1

Tra le altre azioni messe in atto dal Cardinal Santacroce (Vescovo di Tivoli dal dal 1652 al 1674), per la cattedrale si annovera l’edificazione della sagrestia e antisagrestia (dove fece sistemare anche il fonte battesimale).

L’opera, del 1657, è da attribuire a Giovan Antonio de Rossi (secondo documenti del Fondo Santacroce nell’archivio di Stato), anche se è detta ‘berniniana’ per un interessamento che il celebre architetto avrebbe avuto nel disegnare pianta e alzato, secondo ipotesi recenti.

Gli affreschi della ‘Pietà’ e della ‘Gloria di S.Lorenzo’ vengono riferiti a G.F.Grimaldi(1606-1680), 2già attivo nella cappella dell’Immacolata Concezione (vedi dopo): nella Pietà, posta nella parete di fondo, si evidenziano influenze di  Annibale Carracci (uno dei più importanti e famosi  pittori secenteschi).

L’ambiente accoglie anche il ‘Martirio di S. Lorenzo‘ (di Innocenzo Tacconi, sec XVII), ed altre opere di autore ignoto.

Sono presenti anche i 4 quattro importanti ritratti di Placido Pezzangheri(vescovo), card. Giulio Roma, il card Marcello Santacroce e Papa Pio VII Chiaramonti

 

– IL RECENTE RESTAURO, L’ANTICO SPLENDORE

Come già detto la Cattedrale sorge in un area di Tivoli molto soggetta 1 sall’umidità sia per il sottosuolo fatto di concrezioni travertinose e cavernose sia per la presenza di una fitta rete di canali sotterranei.

In particolare la Sagrestia ha risentito nel tempo dell’afflusso di acqua sia sul tetto che dal sottosuolo per risalita capillare, minando l’integrità di elementi artistici e strutture murarie.

Un primo intervento, ad opera della diocesi, per un corretto smaltimento delle acque piovane contemplò il restauro delle coperture.

Le infiltrazioni esterne sono invece oggetto di un complesso restauro conservativo e artistico, completato nel giugno 2014 voluto dal vescovo di Tivoli Mons. Mauro Parmeggiani, grazie ad un finanziamento concesso per decreto interministeriale.

Una prima fase ha previsto l’utilizzo di una tecnica innovativa per la 2 sdeumidificazione con apparati ad induzione ‘magneto-cinetica’: dopo 12-15 mesi l’umidità era già livelli molto minori.

Sono state inoltre effettuate iniezioni deumidificanti, creato un nuovo impianto illuminotecnico e messa in opera una nuova caldaia a strutturare e potenziare l’impianto per servire tutta la cattedrale in sicurezza.

A questo punto si è potuti procedere al restauro conservativo ed artistico delle decorazioni pittoriche, affreschi, stucchi ed arredo ligneo tutti risalenti alla seconda metà del ‘600.3 s

E’ stato così ridonato alla comunità un bene culturale di notevole pregio e di alto valore storico-artistico: ‘La pietà‘ e ‘La gloria di S.Lorenzo‘ ora spiccano all’interno di una elegante, accogliente, armonica architettura che si sposa benissimo con gli arredi lignei.

E’ stato restituito un importante tassello storico-artistico nella storia di Tivoli e nel patrimonio dei beni culturali.

 

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

La Deposizione lignea e la statua dell’Immacolata: diversi messaggi di spiritualità

La deposizione lignea

Ad osservare bene l’opera nel suo silenzio c’è una convergenza triangolare e sentimentale, un movimento di intimo sentire religioso iniziato da S. Giovanni e la Vergine in maniera composta ma profonda: Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea, più mossi verso il dramma, accolgono il corpo ma sembra vengano anche ‘accolti’ dalle braccia pietose del Cristo, sebbene nel momento dell’estremo dolore.

L’elemento ligneo riverbera e amplifica il significato della croce e l’eco medioevale delle radici cristiane.

La statua dell’Immacolata concezione

Non è Bernini ma sembra incedere in un vento di libera spiritualità, seppur armonica con l’architettura che l’accoglie.

Le vesti così sparigliate sembrano avvolgerla in un movimento a spirale concluso dalle braccia, poggiate sul suo petto: quasi a raccogliere  nel suo cuore e nel suo corpo puro l’energia e la forza di Madre di Dio.

Il volto, sereno e pietoso, rassicura e corona dolcemente un tratto scultoreo che fa lievitare e librare una preghiera così come una ammirazione.

SANTA MARIA MAGGIORE (O SAN FRANCESCO): LO SPIRITO BENEDETTINO E FRANCESCANO DELLA TIVOLI MEDIEVALE

scultura piazzaA PRIMA VISTA

Dall’ incrocio della chiesa di Santa Maria Maggiore con il Palazzo estense, si costruisce l’unico angolo della storica piazza Trento, la quale si allarga irregolare scendendo da piazza Garibaldi.

La chiesa, che in questo modo direziona e accompagna lo sguardo verso l’entrata di villa d’Este, colpisce per la monumentalità e per la bellezza della facciata che ancora conserva, a dispetto dell’interno, la sua facies medievale, abbellita da evidenti elementi gotici e neogotici.

È una chiesa che racconta la sua storia attraverso i cambiamenti architettonici ancora visibili dal prospetto, ma anche la storia di una piazza le cui vicende sono così strettamente legate al suo culto, e infine la storia di una comunità, quella tiburtina, che ogni anno, il 14 e il 15 agosto, si riunisce di fronte ad essa, per celebrare la tradizionale festa dell’Inchinata.

UN PO’ DI STORIA …

Secondo la tradizione, pare che anche questa chiesa (al pari di San Silvestro e Santo Stefano) sia stata edificata da papa Simplicio nel V secolo, sui ruderi di una antica villa romana.

In realtà sembra più probabile l’ipotesi che vuole la fondazione della chiesa al IX secolo, in occasione dell’avvento a Tivoli di una comunità di monaci benedettini provenienti da Farfa, che per alcuni secoli usufruirono della basilica e dell’annesso monastero.

FRONTE

Originariamente l’ingresso di quest’ultima non si affacciava, come lo troviamo oggi, sulla piazza, ma si apriva sul lato opposto verso la campagna. Fu in seguito all’inserimento dell’edificio nelle mura cittadine, nel XII secolo, che se ne invertì il verso, realizzando la facciata su un muro laterale del precedente monastero, come dimostrano i resti delle intelaiature in marmo bianco delle antiche finestre, ancora visibili.

L’importanza di questo luogo, garante della cultura e delle civiltà antiche, risiedeva in particolare nella presenza di una ricca biblioteca che conservava e produceva manoscritti, grazie al lavoro dei monaci copisti.

Nei secoli a venire la chiesa passò a diversi ordini, tra cui nel 1256 a CAMPANILEquello dei Francescani, dai quali derivò il secondo nome dell’edificio, che tuttavia non ebbe molta fortuna tra i tiburtini ormai tradizionalmente legati all’ origine mariana del culto.

In occasione poi della costruzione di villa d’Este, secondo la volontà del cardinal Ippolito, il vecchio chiostro benedettino fu annesso al complesso del palazzo estense.

In ultimo, alla fine del ‘500 risale la costruzione del campanile, per opera dell’architetto Galvani.

 

Il francescanesimo a Tivoli

Secondo gli studi di alcuni storici locali del secolo scorso, pare che San Francesco abbia fatto, tra il 1218 e il 1222, una piccola sosta a Tivoli, nel corso di un viaggio verso Subiaco.

Fu in questa occasione che i tiburtini ebbero l’opportunità di ascoltare le prediche del Santo che, da quel momento in poi, suggellarono l’appartenenza al suo grande esempio di fede e di carità a cui la città di Tivoli, nei secoli, ha voluto ispirarsi.

Tuttavia, nonostante ciò, il passaggio tra i due Ordini, Benedettini e Francescani, avvenuto nel 1256 sotto Papa Alessandro IV, non fu subito accettato favorevolmente dalla comunità locale, soprattutto in seguito alla chiusura della scuola, particolarmente benvoluta, gestita appunto dai monaci di San Benedetto.

I primi malcontenti, però, fecero ben presto spazio a un più sperato clima di fiducia e affetto nei confronti dei Frati minori Conventuali, fino a quel momento vissuti fuori la porta del Colle.

Nel 1461 Papa Piccolomini siglò un documento pontificio con il quale vennero ceduti ai Frati Minori Osservanti sia il convento che la chiesa di Santa Maria Maggiore.

L’Inchinata

La cerimonia che ogni anno, ad agosto, in occasione della festa dell’Assunta, vede la partecipazione di moltissime persone che giungono presso Santa Maria Maggiore, ha origini molto antiche, oltre che un importante valore simbolico per questa città.

Che la processione fu indetta la prima volta dai francescani nel XIII secolo, o risalisse ai tempi di papa Simplicio nell’ alto medioevo non è certo, tuttavia sembrerebbe che la cerimonia con tanto di teoforia (letteralmente: “trasporto dell’immagine di Dio”) ripeta le processioni fatte nel mese di agosto in onore di Cesare Augusto, con la sostituzione dell’immagine di Cristo a quella imperiale.

L’occasione di questa commemorazione è la dormitio virginis (dormizione della Vergine) e la sua successiva assunzione in cielo, in seguito all’incontro di Maria con il figlio Gesù.

Secondo le Sacre Scritture, Cristo scese dal cielo avvolto da un fascio di luce, per confortare la madre negli ultimi momenti che la tenevano in vita. Così, stringendola in braccio come fosse una figlia, la condusse con sé in Paradiso.

La processione che ha inizio il 14 agosto con il trasporto dell’immagine di Cristo, partendo dal Duomo dove è conservata durante l’anno e continuando per le vie di Tivoli, rievoca il lungo cammino fatto per giungere al cospetto di Maria.

Durante questa sfilata, una prima sosta viene fatta sul Ponte Gregoriano, per la benedizione delle acque dell’Aniene, mentre una seconda nei pressi dell’Ospedale, dove il cappellano lava simbolicamente i piedi di Cristo.

Il rito dell’Inchinata, invece, si riferisce al momento del saluto della Madre con il Figlio, attraverso i tre inchini delle due macchine processionali, che un tempo avvenivano sotto gli antichi archi trionfali che scandivano la facciata della chiesa.

Il giorno dopo, gli abitanti di Tivoli, per celebrare l’assunzione della Vergine in cielo, ripetono nuovamente la stessa funzione.

 

RACCONTO DELL’OPERA

Partendo dall’esterno, la chiesa di Santa Maria Maggiore presenta una muratura irregolare in laterizi, tufelli rettangolari e inserti di pietra calcarea.

Il prospetto è arricchito dal tipico portale gotico strombato ad arco ogivale e in marmo bianco, sovrastato da un tabernacolo (opera dello scultore Angelo da Tivoli), da quattro strette monofore disposte in prossimità delle due navate laterali, e da due oculi.

Nella parte superiore, invece, s’innalza il fronte della navata centrale, decorato da un grande rosone e abbellito dalla presenza del campanile di fine Cinquecento che spunta a sinistra.

Come già evidenziato, la facciata della chiesa mostra ancora chiaramente le tracce dei vari cambiamenti a cui nei secoli è andata incontro, in particolare si notano ancora le arcate delle antiche aperture in prossimità delle due navate laterali, che vennero chiuse nel XV secolo.

Ma le trasformazioni maggiori si ebbero nel secolo successivo, quando, con la costruzione di Villa d’Este, fu distrutto l’antico convento e ridotto lo spazio della navata destra, un tempo scandita dalla presenze delle cappelle.

Una volta superato l’ingresso della chiesa, subito ci si accorge che ben poco conserva dell’atmosfera medievale assaporata all’esterno.

Infatti, fatta eccezione per il portale gotico di forma ogivale, che dall’ antico nartece immette nella navata centrale, per il dipinto contenuto all’interno del tabernacolo di scuola toscana (quest’ultimo di epoca rinascimentale) sulla destra, per i pavimenti cosmateschi del XIII secolo (voluti dalla nobildonna tiburtina Maria Bonini) e per qualche altra suppellettile, il resto delle decorazioni e degli interni restituisce un aspetto dato dalla compresenza di epoche successive.

Oltrepassato l’atrio, dove sono disposte diverse lapidi recanti iscrizioni funerarie, si accede alla navata centrale cadenzata, oltre che dalle cromie del pavimento cosmatesco, dalla presenza di clipei nella parte alta delle pareti, con all’ interno le raffigurazioni dei Santi francescani, che conducono il fedele sino alla zona presbiteriale dove, nella volta, è rappresentata la colomba dello Spirito Santo con intorno i Santi Francesco, Bernardino da Siena, Antonio da Padova e Simplicio.

La serie fu realizzata negli anni intorno all’ultimo ventennio dell’Ottocento da Michelangelo Cianti, pittore appartenente all’Ordine francescano e di chiara ispirazione rinascimentale per l’impostazione ieratica delle figure e le linee marcate del panneggio.

Sul fondo della navata, si staglia l’altare maggiore, realizzato con molta probabilità alla fine del Cinquecento dallo stesso architetto estense, Galvani, che realizzò il campanile.

Purtroppo però nel 1698 l’altare fu colpito da un fulmine, necessitando di un intervento di restauro.

Lo stile preannuncia evidentemente alcuni dettami barocchi, segnalati dalla presenza dello sfondo color oro e delle colonne di finti marmi che sostengono un timpano culminante in una raggiera.

Al di sotto, la mensa d’altare reca al centro lo stemma dell’ordine francescano, rappresentato da due braccia che si incrociano dinanzi alla croce.

L’intera struttura incorona e accoglie al centro, protetta da una lastra vitrea, l’immagine della “Vergine Avvocata” o dell’Intercessione (così chiamata perché allude all’incarico conferitole dall’arcangelo Gabriele di intercedere presso di noi per conto di Dio), a lungo creduta opera del pittore romano Jacopo Torriti, il quale avrebbe dipinto su tavola, alla fine del XIII secolo, l’immagine della Vergine, rifacendosi chiaramente allo stile delle icone bizantine per la marcata staticità della figura, e per il fondo oro.

Tuttavia, con il restauro del dipinto condotto nel 1969 è emerso evidentemente che, quella che sembrava essere l’opera del pittore romano, nonché la copia della Madonna Avvocata conservata nella basilica romana di Santa Maria in Aracoeli, fosse in realtà una copia “recente”, risalente al XVIII – XIX secolo, rifatta “all’antica” per sostituire l’originale, danneggiatosi a causa dell’incidente con il fulmine.

Il culto di questa immagine divenne, sin dal 1592 (quando fu posta presso l’altare), particolarmente sentito a Tivoli, tanto che ogni anno, in occasione dell’Inchinata, viene portata in processione insieme al Trittico del Salvatore, conservato invece presso il Duomo.

Passando alla navata sinistra, questa è arricchita dalla presenza delle cappelle decorate da affreschi realizzati in epoche diverse.

Merita sicuramente un’attenzione in più quella dedicata a S. Francesco (la terza cappella venendo dall’ingresso) ricoperta dagli affreschi che ritraggono scene di vita del fondatore dell’ordine francescano, da S. Francecsco che riceve le sante stimmate alla Morte di S. Francesco, inserite all’interno di riquadri ed elementi decorativi in stucco bianco e dorato.

Sulla datazione, i vari studiosi sembrano concordi nel collocare le scene dipinte al XVI secolo, mentre più incerta è l’attribuzione, per alcuni riconducibile alla scuola degli Zuccari (per cui immediato risulta il riferimento a Villa d’Este e alla sue sale affrescate proprio da Federico Zuccari), ma per altri più probabile che si tratti di artisti locali formatisi a Roma.

Anche la navata destra un tempo era articolata da diverse cappelle, volute dalle varie Università dei mestieri che le avevano dotate di altari, di cui oggi non rimane più nulla. L’ampiezza originaria della navata, infatti, è stata mutata per consentire la costruzione del Palazzo estense.

In questa navata, in prossimità di quella che doveva essere la terza cappella, è possibile ammirare il crocefisso quattrocentesco, recentemente restaurato, e attribuito allo scultore toscano Baccio da Montelupo, autore di diverse sculture disseminate in varie chiese dell’Italia centrale.

Il Cristo seraficamente contenuto nell’esprimere il dolore, sembra celare la drammaticità dell’evento a favore di una più beata accettazione del suo sacrificio, addolcito oltretutto dalla presenza degli angeli dipinti nell’affresco che decora lo sfondo, e datato al XVI secolo.

Di particolare pregio, in ultimo, sono le opere ospitate nel presbiterio e disposte sulle sue pareti.

In quella di sinistra troviamo il Trittico di Bartolomeo Bulgarini, artista senese del XIV secolo, nonché allievo di Piero Lorenzetti.

Ancora avvolta da misteriosi dubbi circa la sua originaria destinazione e composizione, la tavola, costituita da due ante e da un corpo centrale, inizialmente era smembrata e custodita in luoghi diversi. In ottimo stato conservativo, grazie anche al restauro avvenuto negli anni ’20 del secolo scorso, l’opera presenta al centro la figura della Vergine assisa in trono con il Bambino sorreggente un cartiglio che arreca la scritta a caratteri gotici “Ergo sum via veritas et vita” , mentre ai lati sono ritratti rispettivamente S. Francesco e il vescovo di Tolosa, il tutto su fondo dorato. Sul dorso del bellissimo trittico è presente invece un’Annunciazione.

Sulla parete di destra, invece, è possibile ammirare il Polittico della Vergine datato tra il XV e il XVI secolo e probabile opera di un allievo di Luca Signorelli. Anche in questo caso la scena è tripartita, con al centro una Vergine assisa in trono con il braccio il Bambino e il piccolo S. Giovanni Battista, e ai lati S. Lorenzo e S. Giuseppe accompagnati rispettivamente dai francescani S. Francesco e S. Bernardino da Siena. Al centro della predella, originariamente decorata da sette scene, sono raffigurati i santi martiri tiburtini Getulio e Sinforosa con i loro sette figli, a conferma del fatto che il Polittico sia stato da sempre destinato a questa chiesa.

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

La coperta argentea

In occasione del giorno dell’Inchinata, anche l’immagine della Vergine si veste a festa, indossando l’abito argenteo che risplende, nel corso della processione, sotto i raggi del sole agostano.

Durante l’anno, la coperta argentea è custodita all’interno della chiesa di Santa Maria Maggiore, da quando venne realizzata nel XVII secolo su commissione dell’Università dei muratori e dei cementari (come riportato da un’iscrizione sul fondo della coperta), gli stessi che dovevano scortare l’immagine della Vergine durante la processione. Possibile opera dell’argentiere Marco Gamberucci, la coperta ha necessitato di diversi restauri (l’ultimo nel 1991) a causa di un notevole deterioramento della sua integrità strutturale, dovuto in buona parte proprio per via delle oscillazioni durante il trasporto processionale.

Il rilievo raffigura S. Gregorio Magno tra due angeli su uno sfondo di stelle e nuvole, mentre altri due angeli in volo sorreggono la corona che cinge il capo della Vergine che si affaccia in corrispondenza dell’apposita apertura.

Ad oggi la decorazione della coperta argentea si mostra ulteriormente impreziosita dalla corona dorata, eseguita nel secolo scorso come copia di quella donata nel 1851 dal capitolo della basilica Vaticana (purtroppo rubata) e una stella d’oro con croce centrale donata nel esattamente un secolo dopo.

EX-CHIESA DI S.STEFANO AI FERRI – CASE TORRI: NUCLEO NASCOSTO DI MEDIOEVO

S.STEFANOA PRIMA VISTA

I vicoli stretti ed intimi della Tivoli storica quasi fanno ‘serpeggiare’ lo sguardo e fanno crescere la curiosità, costellando la passeggiata di piacevoli sorprese.

Una di queste è in Vicolo dei Ferri: una slargo inatteso ci presenta una facciata in laterizio ambigua e travagliata nella sua struttura. Il primo impatto può far pensare ad un edificio civile, costretto in uno  spazio urbanistico singolare.

Infilando gli occhi nel piccolo cortiletto chiuso a destra si scorge però, letteralmente incastrato da altri corpi edificati, un profilo di campanile romanico chiuso nelle sue finestrelle ad arco, ormai cieche: la Chiesa di S. Stefano, da tempo sconsacrata, si rivela nel suo aspetto più tipico, la trasformazione/mimetismo..

UN PO’ DI STORIA

Stefano è il primo martire di Cristo e nel V sec. d.C. Papa Simplicio, papa tiburtino, fece erigere probabilmente questa chiesa, tra le tante che donò al suo popolo, per diffonderne il culto già vivo tra i fedeli.

Spesso il costruito medioevale nasconde quello romano ed infatti in quest’area sono state osservate strutture murarie in opus quadratum, probabilmente usate per regolarizzare il pendio con terrapieni/terrazze, in un area già racchiusa all’interno delle antiche mura dell’80 a.C..

L’impianto originario medioevale (a cavallo del 1000-1100) era semplice: una sola navata, un portico anteriore (di cui si notano 2 colonne ancora), un campanile; inoltre sul lato destro vi era un orto ed un cimitero cui si accedeva da un altro portichetto.

A dimostrare un uso speciale di quest’area, dietro l’abside vi era una mensa lapidea dove si amministrava la giustizia: forse una specie di legittimazione dell’autorità civile vicino un centro religioso molto importante all’epoca.

Il  XIV secolo vide importanti modifiche: la costruzione della Cappella di S.Stefano, che oggi non comunica più con la navata e che fu trasformata in sagrestia nel XVI secolo, e la Cappella dell’Annunziata (oggi scomparsa).

Una vicenda urbanistica e religiosa

I secoli successivi al medioevo videro una specie di accerchiamento: dall’isolamento in cui la chiesa si trovava nel medioevo (XII secolo), si è passati ad un quasi totale occultamento dell’aspetto iniziale da parte di edifici tutto intorno e dentro lo stesso corpo.

Processo iniziato con problemi manutentivi, connessi anche all’ umidità, presenza quasi costante connessa alla natura idro-geologica del substrato nell’area del centro storico.

Il vero declino continuò con la perdita del titolo di parrocchia nel 1637 e con l’insediamento dei  frati ospitalieri di S. Antonio di Vienna che imposero per un periodo il nome del loro santo alla chiesa, decorando la chiesa ed erigendo un nuovo altare e cantoria, ma che poi mandarono in rovina il complesso.

La chiusura al culto (interdizione nel 1782 da parte di Mons. Natali) determinò la perdita di quell’importanza simbolica e sacrale, con il successivo ‘assedio’ di funzioni e di destinazioni più varie: oltre alle abitazioni civili dentro a attorno la stessa ex chiesa, un teatro nel 1840,  un granaio,  un laboratorio artigiano, una stalla, un fabbro ferraio. Gli eventi bellici della 2° guerra mondiale hanno poi distrutto la copertura in tetto ligneo.

Una azione di ‘riciclo’ e riempimento urbanistico decisamente invasiva ai nostro occhi, ma che si è consolidata storicamente dando un lascito di memoria medioevale, che si legge intensa nel gioco quasi inestricabile della facciata e nello spazio ‘denso’ all’intorno.MORELLI

Questa particolare vicenda può esser stimata osservando lo sviluppo in pianta dal XII secolo al XIX, e confrontando il disegno ricostruttivo dell’aspetto medioevale del disegnatore A. Morelli con cio’ che si vede: si rimane esterrefatti..

fasi s.s.

Le case torri

Lungo vicolo dei Ferri dopo la Chiesa di S.Stefano,  sulla sinistra scendendo, sono poste due case-torri, struttura tipica di un’epoca medioevale che potremmo definire polifunzionale.

Infatti erano presidi militari atti a offendere e difendere, ma anche residenze dei cosiddetti miles,titolo onorifico di cittadini-soldati.

Con queste strutture Tivoli acquisisce quel ‘volto verticale’ tipico del medioevo, fatto di una rete fitta di campanili-torri di guardia e case-torri, comune a tante altre città: basti pensare alla immagine di Roma nelle stesse epoche.

Una presenza che tuttora  si può scoprire, curiosando tra le maglie del tessuto edilizio storico di Tivoli.

 

Gli affreschi della Cappella di S. Stefano: brani di arte da riscoprire

La scoperta di questi suggestivi affreschi, fatta da Vincenzo Pacifici nel 1909-10, ha svelato un brano importante di arte a Tivoli.

L’ambiente era allora adibito per l’officina di un fabbro ferraio, quindi sono stati necessari lavori di pulitura e restauro che hanno svelato scene del Nuovo Testamento (la Crocifissione, la Natività e la Dormitio Virginis), raffigurazioni dei 4 Evangelisti sulla volta e le storie della vita di S.Stefano.

Gli affreschi, eseguiti da pittori diversi, sono riferiti alla scuola romana del XIV secolo, con la consueta divisione in moduli narrativi per il ciclo di S. Stefano e con influenze e richiami della scuola di Giotto.

La cappellina di S.Stefano ha un accesso esterno anche se non è attualmente visitabile; è visibile il suo corpo sul lato destro della chiesa. E’ tuttora troppo poco conosciuta, meritevole di mirati e accurati interventi di valorizzazione e divulgazione.

affresco abside s.stefano       navata sx s.stefano

part1 s stefano     part 2 s.stefano

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Crociati e cavalieri

Immaginate di demolire con la fantasia le costruzioni sorte attorno alla Chiesa e di tornare indietro nel tempo.

Potreste sicuramente incontrare fedeli e religiosi devoti al culto di S.Stefano, cittadini che si rivolgono al giudice presente dietro l’area absidale, ma anche imbattervi in una scena altamente simbolica: la benedizione dei Crociati nella Cappella dell’Annunziata prima di partire in Terra Santa.

E’ doveroso dire che è solo un’ipotesi avanzata da Giuseppe U. Petrocchi nel 1993, considerando le dimensioni del grande arco della Cappella dell’Annunziata e la presenza nella parete sinistra della navata di splendidi affreschi raffiguranti cavalieri, in marcia nel senso abside-uscita, con una precisa figurazione sugli scudi.

Tale scenario ci riconduce comunque a quel piacere della memoria e della suggestione che avvolge gli angoli della Tivoli medioevale.

 La leggenda di Santo Stefano

Secondo la leggenda, riportata puntualmente negli episodi della Cappella, il santo, figlio di due coniugi molto ricchi della Giudea che non riuscivano ad aver figli, ebbe contatto con il male appena nato: il diavolo lo rapì, fu allattato da una cerva bianca e affidato al vescovo Giuliano, di lì la sua forte attività di evangelizzazione, connotata anche da prodigi e conversioni, fino alla lapidazione.

Curiosa ed anche un po’ inquietante l’episodio degli affreschi che ritrae proprio il diavolo che riesce a rapire Stefano ingannando la sua nutrice, che inconsapevolmente continua a cullare.. un demonio.

CATTEDRALE DI S. LORENZO: CULTO POPOLARE NEL CUORE DI TIBUR

A PRIMA VISTA

Il miglior modo è scendere lungo via di Postera: dopo una continua discesa si apprezza l’inatteso spianamento tra continui rimandi di vissuto medioevale.

Per poi sfociare in una semplice e solenne ‘signora’: la Cattedrale di S. Lorenzo.

Sembra essersi andata a prendere il proprio posto riempiendo uno spazio urbano, connotandolo fortemente, presenziando ad un crocevia storico di strade.

La sua facciata, staccata dai bruni laterizi del campanile medioevale, con una tenue insolita tinta risponde al sole, prima che tramonti…

 

UN PO’ DI STORIA

Il Foro Tiburtino

L’essenza e l’esistenza di Tivoli è basata, per la sua collocazione geografica, sul traffico ed il commercio: l’area antistante il Duomo era proprio l’antico Foro, sede del mercato e delle attività economiche, collegata all’antichissima via di transito Abruzzo-campagna romana (attuale via del Colle, antica via Tiburtina Valeria).

Era di poco più ampia della piazza attuale; il livello pavimentale in travertino (osservato sotto l’attuale piano stradale) era più basso e l’accesso avveniva secondo le stesse direttrici odierne: Via del Duomo (discesa da destra), via di Postera e via del Colle attraverso l’Arco di S. Sinforosa.

Quest’ultimo è l’attuale arco di entrata a sinistra del Duomo, che conserva la stessa funzione, costituito da due archi in opera laterizia (di cui restano delle tracce), coronati da cornici non più visibili: era la sistemazione monumentale dell’ingresso al foro di età imperiale, segno dell’importanza di questo snodo viario-commerciale e della continuità spaziale che si può leggere nell’urbanistica tiburtina.

L’importanza e la ricchezza economica accumulata era denotata probabilmente da una serie di edifici pubblici e monumenti onorari che creavano l’ambiente del foro .

Tra questi la Mensa Ponderaria e l’Augusteum (vedi Qrcode relativo); di seguito a questi era posto un edificio absidato in opus incertum di calcare, i cui resti sono visibili alle spalle dell’abside seicentesca del Duomo e nei suoi sotterranei. Ancora di difficile interpretazione: taluni lo hanno identificato come un’estensione del santuario d’Ercole o un tempio d’Ercole autonomo(durante gli scavi per l’edificazione del Duomo è stata trovata una base marmorea con dedica ad Ercole).

Non escludendo nè un tempio nè una basilica il Giuliani ipotizza anche un’area absidale terminale del foro.

 

La Cattedrale di S. Lorenzo

La costruzione di questa cattedrale fu l’evento più importante nel panorama storico-artistico del ‘600 tiburtino.

La chiesa, fondata secondo alcune ipotesi all’epoca di Costantino (306-337 d.C.) o del papa tiburtino Simplicio (486-483), riutilizzò l’edificio absidato romano(di cui sopra) ed è già sicuramente edificata nel IX secolo(citata nel ‘Liber Pontificalis’, vita di Papa Leone III); fu ricostruita nelle classiche forme romaniche tra XI e XII secolo, visibili ancora  nel campanile(tranne la piramide terminale che è posticcia).

Al fervore edilizio medioevale seguì una fase di grave degrado cui riparò l’intervento del Cardinale e vescovo di Tivoli Giulio Roma (1634-1652) che decise di ricostruirla; la cattedrale venne eretta nel 1641 e dedicata nel 1650, poi consacrata solennemente il 27 ottobre 1669 dall’altro cardinale che si prodigò molto per la cattedrale, Marcello Santacroce .

Il modello è lo schema di chiesa gesuitica che a fine ‘500 aveva segnato una svolta nella concezione dell’architettura religiosa: navata unica e cappelle laterali ridotte, transetto breve o inesistente (come qui a Tivoli).

Lo scopo era guidare il fedele verso il raccoglimento e la predicazione, creando un ambiente ad hoc.

Studi recenti hanno messo in luce aspetti molto interessanti:

-la ricostruzione non fu a fundamentis (dalla fondazione, come invece indicato nella iscrizione della controfacciata) ma si sarebbe limitata all’arretramento dell’abside nell’area presbiteriale rispetto al pendio che circonda l’edificio, caratterizzato da alta umidità, creando un’intercapedine di protezione (quest’area di Tivoli risente del banco di concrezioni calcaree travertinose e della presenza di antichi canali come la Forma che alimentava il Lavatoio adiacente)

– i muri longitudinali conservarono buona parte degli alzati romani o medioevali.

L’insediamento della cattedrale nell’area del foro può essere connessa ancora alla vicinanza strategica della Via Tiburtina Valeria e alla presenza nelle vicinanze dell’oratorio di S.Alessandro.

 

RACCONTO DELL’OPERA

La facciata ed il campanile

La facciata è di un barocco abbastanza sobrio, con aggiunta di un portico con archi a tutto sesto e paraste, che custodisce un affresco del XVI secolo raffigurante la Vergine Annunziata.

E’ presente l’iscrizione dedicatoria “DIVO LAURENTIO IULIUS CARDINALIS ROMA DICAVIT ANNO SAL(utis) MDCL “

(Al Divo Lorenzo dedicò il Cardinal Giulio Roma nell’anno di salute 1650).

La torre campanaria datata XI secolo è alta quasi 47 m con finestre monofore, bifore e cornici dentellate; la cuspide piramidale è di epoca posteriore. Il campanile è la testimonianza dell’antica cattedrale, forse un involontario simbolo di conservazione delle radici cristiane e storiche pur nel rinnovamento seicentesco.

L’interno

Le 3 navate sono scandite da pilastri che inglobano le antiche colonne corinzie; la navata maggiore ha volta a botte con finestre.

Abside- volta -controfacciata: la decorazione di questi elementi architettonici (finita nel 1817) fu voluta da papa Pio VII Chiaramonti  proprio per esaltare, insieme a S. Lorenzo, le figure dei santi tiburtini; il suo stemma è nel sott’arco dell’abside.

Entrando in controfacciata troviamo, dipinti a monocromo, S.Amanzio e S.Cleto (di cui si conservano reliquie in cattedrale), ai lati del finestrone inizia la raffigurazione entro tondi dei 12 Apostoli, che continua poi nella volta(strombi delle vele). La volta accoglie in 3 riquadri dall’entrata: personificazione dell’Eucarestia e Sante Irundine, Romula e Redenta, la Gloria di S.Lorenzo, personificazione della Religione con i santi Severino, Quirino e Vincenzo.

Nel catino absidale è la Chiesa trionfante: una schiera di Santi lungo il semicerchio acclamano la Trinità, accanto al Cristo centrale, l’Eterno e la Vergine.

Tutta la decorazione è attribuita a Carlo Labruzzi(pittore neoclassico, fratello di Pietro).

L’altare maggiore (fatto nel 1704) è riccamente decorato con marmi policromi, putti e cherubini in marmo bianco, ai lati della grata in ottone; l’iscrizione nello scudo a sinistra ci indica che l’altare è dedicato a S.Generoso, martire tiburtino, le cui reliquie sono qui serbate, protette dalla grata col monogramma di Cristo.

Sopra l’altare maggiore la bella tela del Pietro Labruzzi (1739-1805) con S. Lorenzo davanti al giudice prima del martirio, in cui un angelo offre la classica palma del martirio, mentre un uomo prepara l’atroce pena, la graticola ardente (che poi assurge ad attributo del Santo); in alto si osserva il tempio circolare dell’acropoli di Tivoli, ulteriore segno del legame con questa città.

Navata sinistra: 

– Cappella dei Martiri Persiani o di San Mario, edificata a cura di Mario Carlo Mancini, nobile tiburtino, in onore dello zio, Mario Mancini Lupi altro notabile agli ordini di Gregorio XIII e Sisto V; fu eretto un monumento funebre in suo onore (con la raffigurazione della morte) e fu affidata la decorazione a Bartolomeo Colombo allievo di Pietro da Cortona, con le ‘Storie dei Santi Mario, Marta, Audiface e Abacuc’ e la loro ‘Gloria’.

E’ presente il monumento funebre del vescovo tiburtino Angelo Lupo(che si prodigò molto per la cattedrale), bell’esempio di arte scultorea del ‘400.

– Presso l’entrata laterale l’altro importante monumento funebre di Angelo Leonini(XVI sec.), vescovo di Tivoli nei primi del ‘500; una delle poche testimonianze dell’ antica cattedrale, che secondo alcuni autori richiama uno schema architettonico ideato dal Sansovino (1467-1529) in monumenti funebri di S.Maria del Popolo e S.Maria all’Aracoeli in Roma.1

Lungo la navata sinistra è ad oggi possibile ammirare la sagrestia (vedere il Qrcode “i Tesori del Duomo”) grazie al restauro conservativo ed artistico realizzati dall’ impresa ARIEM RESTAURI srl di Roma tra la fine del 2011 ed il giugno 2014.

Edificata dal Cardinal Santacroce nel 1657 (Vescovo di Tivoli, dal 1652 al 1674), secondo documenti del Fondo Santacroce nell’archivio di Stato è da attribuire  a Giovan Antonio de Rossi  anche se è detta ‘berniniana’ per un interessamento che il celebre architetto avrebbe avuto nel disegnare pianta e alzato, secondo ipotesi recenti.

Navata destra:

– Cappella del Crocifisso: le pareti laterali e la volta sono state decorate nel XIX secolo con storie della Passione di Gesù; il Crocifisso ligneo può essere ascritto al XV secolo, di buona produzione artigianale e l’altare è impreziosito da marmi policromi.

– Cappella dell’Immacolata Concezione: la cappella è particolarmente legata alla comunità di Tivoli che fece voto di erigere una statua votiva alla Vergine in occasione della peste del 1656 ed il cardinal Santacroce scelse la cattedrale per ospitarla.

La nicchia centrale ospita la statua dell’Immacolata Concezione,  una notevole opera di Christophe Veyrier(1637-1689), inizialmente attribuita al Bernini dal Sebastiani; altre nicchie ospitano le 4 Virtù cardinali, opere di ambito romano; la decorazione pittorica(‘Gloria Celeste’ nella volta, ‘Santi’ nei pennacchi, nelle lunette ‘Natività’, ‘Adorazione dei Pastori’, ‘Fuga in Egitto’) è opera di G.F.Grimaldi(1606-1680), allievo di Pietro da Cortona.

– Cappella di S.Lorenzo : subito dopo l’edificazione della chiesa iniziò l’abbellimento della cappella dedicata al santo titolare. Sull’altare vi è una pala molto significativa, raffigurante un’ Apparizione di Gesù Bambino e S.Giuseppe a S.Lorenzo, S.Sinforosa e Simplicio papa: S.Sinforosa è un’altra martire tiburtina molto venerata a Tivoli, il cui supplizio con i suoi sette figli avvenne sotto l’imperatore Adriano.

Da notare una forte sensibilità cromatica, una stesura omogenea del colore, una compostezza armonica dell’opera con una luce che evidenzia soprattutto il volto di S.Sinforosa. L’opera si colloca tra l’XVIII e il XIX secolo.

Nelle pareti laterali sono grandi tele che illustrano la vita del santo: ‘San Lorenzo distribuisce elemosine ai poveri’, ‘S.Lorenzo in prigione battezza S.Ippolito’, ‘Arresto di S.Lorenzo’,  ‘Trasporto del corpo di S.Lorenzo’, attribuite le prime due a Pietro Locatelli, le altre a Ludovico Gimignani, autori della seconda metà del ‘600.

 

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Ercole e S. Lorenzo: padri tutelari di Tivoli

In epoca romana Ercole fu l’eroe mitologico tutelare di Tivoli, che fu detta per questo ‘erculea’; era custode delle vie del traffico, sostenitore della ricchezza ottenuta con il commercio ed il lavoro, quindi una divinità perfetta per questa città.

L’importanza fondamentale del culto di Ercole è testimoniata dal suo grandioso Santuario eretto proprio a ridosso della via Tiburtina, con un apparato architettonico sostruttivo imponente sulla ripida Valle dell’Aniene.SOSTRUZIONI SANTUARIO

 

  1. Lorenzo era un diacono, che aveva compiti sia pastorali sia amministrativi legati alla gestione del patrimonio e dei beni della chiesa; aveva a che fare con la finanza e gli affari, e svolse oltre che a Roma anche a Tivoli importanti attività guida nella gestione dei beni della Chiesa.

La strage contro i cristiani, ordinata nel 257-258 d.C. da Valeriano, voleva colpire anche l’assetto economico e sociale della Chiesa romana: tra il 6 ed il 10 agosto 258 furono trucidati i diaconi ed i presbiteri, tra cui S. Lorenzo condannato alla graticola.

Il martirio impressionò molto e la figura di S. Lorenzo divenne cara al popolo così come ai patrizi: era un riferimento spirituale legato agli aspetti pratici ed economici della vita, così come per altri versi e in piena epoca pagana lo era Ercole(tra l’altro anche lui morto tra le fiamme).

  1. Lorenzo (protettore anche dei cuochi e dei rosticceri) diventò patrono di Tivoli, festeggiato ogni anno il 10 di agosto dalla comunità di Tivoli ed a lui fu dedicata la Cattedrale sorta proprio sui resti del Foro Tiburtino.

Tivoli ha avuto così due ‘padri’ carismatici, uno in epoca pagana ed uno in epoca cristiana e attuale, che simbolizzano il bisogno di un ruolo-guida di una comunità.

 

La campana del forestiero

Tivoli è da sempre città di passaggio, per attività di pastorizia, commercio, pellegrinaggio, turismo.

Non sorprende che quindi delle 4 campane presenti nel campanile in epoca settecentesca una era dedicata proprio ai forestieri, perchè suonava solo in occasione della morte di persone che venivano a visitare la città.

 

S. PIETRO ALLA CARITA’, RITORNO ALLE ORIGINI


Church

 

A PRIMA VISTA                                                                                                                                                                                                         

Arrivati di fronte il monumento, la piazza incavata sotto il livello stradale, il campanile quadrato, la chiesa con l’ alta facciata e le navate laterali sembrano come avvolgerti in un caloroso abbraccio per condurti verso l’ingresso.

Una volta entrati, la quiete.  s pietro2

Come di ritorno a casa dopo un lungo viaggio, si è avvolti da un senso di estrema serenità e tranquillità. La penombra creata da alcune candele accese e dalle finestre semicircolari della navata centrale e dell’ abside, plasmano le snelle colonne che conducono  la visuale dell’ osservatore appena entrato verso il cuore cristiano dell’ ambiente, l’ altare con i due crocifissi.

La nudità della chiesa dimostra come l’ architettura attraverso la semplicità della forma e degli elementi impiegati, possa rendere uno spazio tanto tenebroso quanto equilibrato. Lungo la navata centrale, le colonne sormontate da arcate a tutto sesto in laterizio, sembrano danzare, in punta di piedi, abbracciando come in un ballo popolare, i fedeli ed il meraviglioso pavimento cosmatesco in marmi policromi.

Uscendo ci si sente sollevati,  consapevoli di essere stati anche solo per un istante, in pace.

UN PO’ DI STORIA ..

La fondazione della Chiesa risale al V sec. quando il tiburtino Papa Simplicio tenne la tiara pontificia (468- 483), anche se la prima menzione si ebbe nella biografia di Leone III, dove nel “Liber Pontificalis”, viene citata come “S.Petrus Major”.E’ detta “S. Pietro alla Carità” dal nome della confraternita che ne celebrava le sacre funzioni. L’ esistenza di un edificio ecclesiastico dedicato a S. Pietro è dimostrata grazie ai ritrovamenti di antiche strutture emerse sotto il pavimento. L’ aspetto attuale risale al ripristino avvenuto nel 1951 a seguito della guerra che distrusse completamente l’ aspetto barocco della chiesa e che fece riemergere quello romanico. L’ implosione della copertura comportò la distruzione delle decorazioni delle diverse murature, degli altari e delle superfetazioni barocche. Di fatti, tra il XVI ed il XVII secolo, furono apportate sostanziali modifiche che stravolsero completamente l’ aspetto romanico del bene. Le pareti, una volta decorate da splendidi affreschi della scuola romana della metà del XII sec. ( tuttora visibili nelle navate laterali e nella scarsella della cripta) ,vennero impreziosite “da moderni intonachi e decorazioni di greve gusto paesano”. Liberata dalle macerie e demolite le recenti aggiunte (anche ottocentesche) , la chiesa si rivelò nella sua attuale bellezza romanica priva di ornamenti così si decise il ripristino del primitivo aspetto.

RACCONTO DELL’ OPERA

Il prospetto riflette la distribuzione interna con la navata centrale e le due minori laterali. La muratura originaria in cortina muraria in laterizio faccia vista, è interrotta da tre portali d’ ingresso (due dei quali tamponati), incorniciati da fasce di travertino con modanature classiche. A dare luce alla navata principale, oltre alle bucature interne, due finestrelle a tutto sesto ed una circolare posta nel timpano triangolare con cornice-marcapiano costituita da dentelli e mattoni disposti a dente di sega, come quelli del vicino campanile medievale. Le colonne poste ai lati del portale principale ricordano che probabilmentela chiesa era preceduta da un portico sostenuto da colonne e coperto da tre volte, i cui archi sono ancora visibili in facciata. Il campanile (XIII-XIV sec.) a pianta quadrata, è originario  solo nella parte basamentale e nel primo piano con doppie finestre a tutto sesto su ogni lato. La muratura regolare mista di tufelli e pietra calcarea è di fatti differente dall’ ultimo livello della cella campanaria del XIV secolo. I capochiavi del prospetto laterale testimoniamo il consolidamento reso necessario a causa dell’ inidonea apertura nella parte interna del basamento. Per risolvere il problema statico si è deciso di ammorsare attraverso tiranti metallici i due muri ortogonali del campanile. La pianta di tipo basilicale presenta una lunga navata centrale coperta da capriate in legno e da 18 colonne di ordine ionipavimento san pietro okco sormontate da arcate a tutto sesto,che la dividono dalle due navate laterali. Priva di transetto,quella centrale decorata da uno splendido pavimento cosmatesco, termina in un abside semicircolare in cui si trova l’ altare. Le 12 colonne originarie  presentano il fusto in marmo cipollino e capitelli di varia fattura. Probabilmente elementi di reimpiego ricavati da Villa Adriana o  dalla Villa di Quinto Cecilio Pio Metello, che doveva sorgere nelle vicinanze. Proprio per rendere leggibile l’ intervento di restauro,  le 5 mancanti sono state ricostituite con travertino lasciato rustico, mentre i capitelli mancanti seppur richiamano quelli originari, vengono realizzati con forme stilizzate. Il Crocchiante afferma che al tempo di Papa Paolo III (1534-1550) ne era stato effettuato il prelievo. Quattro di esse infatti si trovano nel sepolcro di Sisto V in S. Maria Maggiore. Il restauro ha preso in esame anche il presbiterio sistemato, come in coeve chiese del Lazio e di Roma, con gradinate frontali inquadranti la fenestella confessionis (rinvenuta durante il restauro) comunicante con la cripta sotto l’ altare.

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Ingegno costruttivo della pianta basilicale

Nell’ impianto la Chiesa ricorda la tipica architettura medievale con tre navate ma il rilievo ha dimostrato l’ esistenza di un arteficio costruttivo:  l’ accentuazione prospettica verso l’ abside. Di fatti, in pianta le quattro linee longitudinali (le due degli ordini e le due dei muri perimetrali) non sono parallele tra di loro ma in fondo tendono ad avvicinarsi; intelligente metodo che aumenta prospetticamente la profondità della navata centrale.

La cripta tra suoni e visioni di Villa d’ Estescarsella

Sotto il presbiterio si trova la cripta che ne riprende l’ impianto ma presenta lungo l’ asse longitudinale una scarsella rettangolare con l’ altare dedicato al Battista e splendidamente ornata da un affresco. La fenestella confessionis , reinvenuta durante il restauro della Chiesa, mette in comunicazione la cripta con la navata centrale permettendo anticamente ai fedeli di vedere i sacri sepolcri e di avvicinarsi a essi il più possibile pur senza venirne a contatto immediato. La bellezza della cripta risiede nella particolare voltatura su una massiccia colonna  lapidea sostenente la volta semianulare, simile a quella della coeva Chiesa di S. Silvestro. Scendendo dalla scalinata destra è possibile affacciarsi su Villa d’ Este ed ammirare la fontana dell’ Organo che ogni due ore, a partire dalle 10,30 di ogni giorno, allieta i visitatori ed il vicinato con la sua splendida musica.

La cortina muraria interna

A seguito del restauro che vide il distacco degli intonachi moderni, rinvenì la cortina classica in laterizio in  “tegulae fractae” (spezzoni di tegole) tipiche della Roma del I e II secolo ed in seguito del medioevo, che avevo la funzione di coprire il  conglomerato interno della muratura. L’ intervento vide la rimessa in luce e la ricostituzione delle parti mancanti in sottosquadro proprio per rendere leggibile le parti non originarie.

L’ altare “matrioska”

L’ altare maggiore è costituito da un sarcofago in marmo alabastrino, probabilmente di epoca medievale, concesso in dono dai canonici della Cattedrale di S. Lorenzo alla chiesa della Carità. Inizialmente era posizionato nel portico di accesso al Duomo ed in seguito fu messo nel presbiterio di S. Pietro. Al momento dell’ apertura all’ interno se ne trovò uno minore simile ma in marmo bianco che fu impiegato come altare minore. L’ altro invece fu eseguito in egual modo ma in travertino.

Gli affreschi della scuola romana

Nel XII secolo molte chiese di Tivoli furono arricchite da sculture lignee e da splendidi cicli pittorici, come quelli originali dell’ abside della chiesa di S. Silvestro. Tra i monumenti religiosi coinvolti ricordiamo S. Andrea, S. Stefano, S. Lorenzo, S. Biagio, S. Caterina, S. Michele, S. Nicola in Selce e la già menzionata chiesa di S. Silvestro. Per quanto riguarda S. Pietro alla Carità, le pareti erano completamente decorate da affreschi ancora in sito alla visita pastorale del 1581. Nel 1720 inoltre erano ancora leggibili quelli dell’ abside  rappresenti uno svolgimento iconografico simile a quello di S. Silvestro, con Cristo tra i santi Pietro e Paolo nella città di Gerusalemme e Betlemme e al di sotto i dodici agnelli apostolici vicini all’ agnello mistico. Tuttora, oltre a quello presente nella scarsella della cripta,ne rimangono solamente due conservati nelle navate laterali. A quella sinistra, la Madonna in trono fra i santi Pietro e Paolo mentre a destra il Cristo Crocifisso tra la Madonna e S. Giovanni Evangelista.

> Posizione

Latitudine: 41.9642829

Longitudine: 12.796584499999994

 

S.GIOVANNI EVANGELISTA: UNO SCRIGNO INASPETTATO


Church

 

A PRIMA VISTA

Nascosta dalle mura dell’Ospedale che sostengono un antico ingresso alla città, Porta San Giovanni, la chiesa sembra quasi celarsi agli sguardi più distratti, difficilmente catturabili dalla lineare semplicità dei suoi esterni. La facciata settecentesca in stile barocco, infatti, si presenta composta da un solo ordine, con al centro il portone d’accesso, un finestrone centinato sormontato da un timpano ricurvo e, ai lati, due coppie di lesene terminanti in capitelli ionici. Piccola perla spesso sottovalutata dal turismo di massa, S. Giovanni Evangelista si offre a chi, per curiosità o bisogno, vi si rechi ad ammirarne la ricchezza inattesa che ospita al suo interno: il più prestigioso ciclo d’affreschi della città di Tivoli.

UN PO’ DI STORIA ..

L’edificio religioso sorge tra le costruzioni dell’omonimo Ospedale Civico di Tivoli. In quest’area della città, in prossimità del fiume Aniene, non si ritrovano i resti delle antiche vestigia storiche e artistiche di cui Tivoli gode, concentrate per lo più nel prezioso e noto centro storico, in quanto la zona venne edificata soltanto nel Seicento, quando fu prevalentemente adibita alla sistemazione di collegi e di scuole nei pressi dell’ospedale. L’intero complesso è ancora oggi accessibile passando attraverso l’antica Porta San Giovanni, un tempo detta “Porta dei Prati”, in quanto si apriva sui prati che circondavano la città, attraversati da via dell’Acquaregna.

Dalle fonti si ha testimonianza dell’esistenza della chiesa già a partire dal XIV sec., quando ancora era intitolata a S. Cristoforo. Solo successivamente, agli inizi del Quattrocento, in occasione del passaggio dell’attività assistenziale- ospitaliera cittadina alla confraternita tiburtina di S. Giovanni Evangelista, l’ospedale e la chiesa antistante cambiarono il loro nome, mantenendolo fino ad oggi.

Tuttavia, esternamente, della struttura originaria della chiesa non è rimasto nulla, in quanto facciata e campanile vennero trasformati in occasione della costruzione del nuovo ospedale, nel Settecento.

 Gli affreschi. Datati attorno all’ultimo quarto del XV sec., oltre all’evidente valore estetico e all’ottimo stato di conservazione di cui godono, gli affreschi che riempiono le pareti del presbiterio devono la loro fortuna anche all’acceso dibattito critico, tuttora non completamente risolto, che ha visto numerosi studiosi scontrarsi per l’attribuzione della paternità del ciclo. san giovanniInfatti, mentre per quelli che percorrono l’intera navata è stato facile riconoscere la mano di Francesco Salviati, noto pittore manierista, per quelli del presbiterio non è possibile annoverare un artista certo. Quel che è indubbia è l’influenza della migliore produzione artistica del momento a Roma e nell’Italia centrale, potendovi riconoscere richiami al Perugino e al Ghirlandaio. In ogni caso, gli autori più accreditati risultano Antoniazzo Romano, a cui fa riferimento la targa fuori l’ingresso della chiesa, e Melozzo da Forlì. Per il primo risulta plausibile la committenza della stessa confraternita di S. Giovanni Evangelista, mentre per il secondo quella dell’allora papa Sisto IV, il quale incaricò Melozzo, in quegli stessi anni, di numerose imprese romane.

Una notazione particolare meritano la maestria prospettica, la bellezza dei volti e i sapienti passaggi cromatici delle scene dipinte. In particolare, sulla parete sinistra è possibile ammirare l’Assuntio Beate Virginis inserita in una mandorla sorretta da quattro angeli in volo, sullo sfondo di un paesaggio collinare, in cui è possibile scorgere una città fortificata sulla sinistra e Roma in lontananza. Sembrerebbe inoltre, secondo alcuni degli studi più recenti e puntali, che la Vergine non fosse vestita di bianco per alludere alla sua immacolata concezione, ma perché bianco era il colore indossato dai membri della confraternita di S. Giovanni Evangelista, avvalorando in questo modo la tesi che li vorrebbe committenti dell’intero ciclo. Sulla parete di destra, invece, il riferimento è al santo eponimo, con la raffigurazione degli episodi della Nascita di S. Giovanni e l’imposizione del nome, collocati in due ambienti separati. Sulla volta, invece, è stato raffigurato il Cristo benedicente al centro dei quattro Evangelisti, accompagnati da altrettante figure di santi.s. giovanni

Molto interessanti, e senz’altro più insolite, sono le figure del sottarco d’ingresso al presbiterio, dove si trovano, oltre alla figura di S. Domenico a cui corrispondeva nella parte opposta S. Francesco (oggi perduto), le dodici Sibille inscritte nei clipei che recano l’espressione SIC AIT, in riferimento alla profezia che ognuna riporta sotto il proprio ritratto, o spesso all’interno di un cartiglio retto dalle stesse Sibille. Tra tutte, una meritevole attenzione va data alla Sibilla Tiburtina nel sott’arco sinistro, la quale, secondo la tradizione cristiana, fu colei che predisse la nascita di Cristo. Il suo cartiglio infatti recita: “NASCETUR CHRISTUS IN BETLEM .. PARIET SUB FINIBUS INCLITA VIRGO .. QUA TAMEN EX ORIS ADVENA NAZAREIS” (Cristo nascerà in Betlemme, l’illustre Vergine partorirà presso i confini come straniera delle regioni nazarene) .

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Criptogramma … ?

Nel 1932 lo storico tiburtino Vincenzo Pacifici trovò, negli affreschi del presbiterio, dei precisi riferimenti a sostegno della tesi che voleva Melozzo da Forlì autore del ciclo, sciogliendo un criptogramma posto, secondo lui, lungo il bordo del fasciatoio e sorretto da una delle ancelle nella scena della Nascita del Battista, ma ritenuto tuttavia inesistente da molti critici. Secondo lo studioso il criptogramma riportava le seguenti parole: “ Ecco la data precisa che attesta quale fosse il primo grande lavoro romano del forlivese ed il maggior ciclo pittorico che di lui ci resti” da cui era possibile trarne la testimonianza inequivocabile della paternità del pittore”.

Tiburtini vs Castellani

Luogo di degenza e soccorso, oltre che di accoglimento spirituale, un tempo questa zona fu teatro di un episodio di grande scelleratezza da parte del popolo tiburtino, ai danni dei vicini abitanti di Castel Madama. Nel XVI secolo venne infatti istituita una gabella per il passaggio di Porta San Giovanni, unico collegamento per molti paesi con Roma. Così nel 1540 i Castellani, stanchi di pagare a Tivoli l’illegittimo pedaggio, incendiarono di notte la “porta delle tasse”, scatenando una reazione sanguinaria del popolo tiburtino, il quale volle gloriosamente ricordare tale brutalità facendo scrivere sulla porta il seguente promemoria: “IGNITAS PORTAS EXTINSIT SANGUINE TIBUR” (Tivoli estinse con il sangue le porte bruciate).

 

>Posizione