S.GIOVANNI EVANGELISTA: UNO SCRIGNO INASPETTATO


Church

 

A PRIMA VISTA

Nascosta dalle mura dell’Ospedale che sostengono un antico ingresso alla città, Porta San Giovanni, la chiesa sembra quasi celarsi agli sguardi più distratti, difficilmente catturabili dalla lineare semplicità dei suoi esterni. La facciata settecentesca in stile barocco, infatti, si presenta composta da un solo ordine, con al centro il portone d’accesso, un finestrone centinato sormontato da un timpano ricurvo e, ai lati, due coppie di lesene terminanti in capitelli ionici. Piccola perla spesso sottovalutata dal turismo di massa, S. Giovanni Evangelista si offre a chi, per curiosità o bisogno, vi si rechi ad ammirarne la ricchezza inattesa che ospita al suo interno: il più prestigioso ciclo d’affreschi della città di Tivoli.

UN PO’ DI STORIA ..

L’edificio religioso sorge tra le costruzioni dell’omonimo Ospedale Civico di Tivoli. In quest’area della città, in prossimità del fiume Aniene, non si ritrovano i resti delle antiche vestigia storiche e artistiche di cui Tivoli gode, concentrate per lo più nel prezioso e noto centro storico, in quanto la zona venne edificata soltanto nel Seicento, quando fu prevalentemente adibita alla sistemazione di collegi e di scuole nei pressi dell’ospedale. L’intero complesso è ancora oggi accessibile passando attraverso l’antica Porta San Giovanni, un tempo detta “Porta dei Prati”, in quanto si apriva sui prati che circondavano la città, attraversati da via dell’Acquaregna.

Dalle fonti si ha testimonianza dell’esistenza della chiesa già a partire dal XIV sec., quando ancora era intitolata a S. Cristoforo. Solo successivamente, agli inizi del Quattrocento, in occasione del passaggio dell’attività assistenziale- ospitaliera cittadina alla confraternita tiburtina di S. Giovanni Evangelista, l’ospedale e la chiesa antistante cambiarono il loro nome, mantenendolo fino ad oggi.

Tuttavia, esternamente, della struttura originaria della chiesa non è rimasto nulla, in quanto facciata e campanile vennero trasformati in occasione della costruzione del nuovo ospedale, nel Settecento.

 Gli affreschi. Datati attorno all’ultimo quarto del XV sec., oltre all’evidente valore estetico e all’ottimo stato di conservazione di cui godono, gli affreschi che riempiono le pareti del presbiterio devono la loro fortuna anche all’acceso dibattito critico, tuttora non completamente risolto, che ha visto numerosi studiosi scontrarsi per l’attribuzione della paternità del ciclo. san giovanniInfatti, mentre per quelli che percorrono l’intera navata è stato facile riconoscere la mano di Francesco Salviati, noto pittore manierista, per quelli del presbiterio non è possibile annoverare un artista certo. Quel che è indubbia è l’influenza della migliore produzione artistica del momento a Roma e nell’Italia centrale, potendovi riconoscere richiami al Perugino e al Ghirlandaio. In ogni caso, gli autori più accreditati risultano Antoniazzo Romano, a cui fa riferimento la targa fuori l’ingresso della chiesa, e Melozzo da Forlì. Per il primo risulta plausibile la committenza della stessa confraternita di S. Giovanni Evangelista, mentre per il secondo quella dell’allora papa Sisto IV, il quale incaricò Melozzo, in quegli stessi anni, di numerose imprese romane.

Una notazione particolare meritano la maestria prospettica, la bellezza dei volti e i sapienti passaggi cromatici delle scene dipinte. In particolare, sulla parete sinistra è possibile ammirare l’Assuntio Beate Virginis inserita in una mandorla sorretta da quattro angeli in volo, sullo sfondo di un paesaggio collinare, in cui è possibile scorgere una città fortificata sulla sinistra e Roma in lontananza. Sembrerebbe inoltre, secondo alcuni degli studi più recenti e puntali, che la Vergine non fosse vestita di bianco per alludere alla sua immacolata concezione, ma perché bianco era il colore indossato dai membri della confraternita di S. Giovanni Evangelista, avvalorando in questo modo la tesi che li vorrebbe committenti dell’intero ciclo. Sulla parete di destra, invece, il riferimento è al santo eponimo, con la raffigurazione degli episodi della Nascita di S. Giovanni e l’imposizione del nome, collocati in due ambienti separati. Sulla volta, invece, è stato raffigurato il Cristo benedicente al centro dei quattro Evangelisti, accompagnati da altrettante figure di santi.s. giovanni

Molto interessanti, e senz’altro più insolite, sono le figure del sottarco d’ingresso al presbiterio, dove si trovano, oltre alla figura di S. Domenico a cui corrispondeva nella parte opposta S. Francesco (oggi perduto), le dodici Sibille inscritte nei clipei che recano l’espressione SIC AIT, in riferimento alla profezia che ognuna riporta sotto il proprio ritratto, o spesso all’interno di un cartiglio retto dalle stesse Sibille. Tra tutte, una meritevole attenzione va data alla Sibilla Tiburtina nel sott’arco sinistro, la quale, secondo la tradizione cristiana, fu colei che predisse la nascita di Cristo. Il suo cartiglio infatti recita: “NASCETUR CHRISTUS IN BETLEM .. PARIET SUB FINIBUS INCLITA VIRGO .. QUA TAMEN EX ORIS ADVENA NAZAREIS” (Cristo nascerà in Betlemme, l’illustre Vergine partorirà presso i confini come straniera delle regioni nazarene) .

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Criptogramma … ?

Nel 1932 lo storico tiburtino Vincenzo Pacifici trovò, negli affreschi del presbiterio, dei precisi riferimenti a sostegno della tesi che voleva Melozzo da Forlì autore del ciclo, sciogliendo un criptogramma posto, secondo lui, lungo il bordo del fasciatoio e sorretto da una delle ancelle nella scena della Nascita del Battista, ma ritenuto tuttavia inesistente da molti critici. Secondo lo studioso il criptogramma riportava le seguenti parole: “ Ecco la data precisa che attesta quale fosse il primo grande lavoro romano del forlivese ed il maggior ciclo pittorico che di lui ci resti” da cui era possibile trarne la testimonianza inequivocabile della paternità del pittore”.

Tiburtini vs Castellani

Luogo di degenza e soccorso, oltre che di accoglimento spirituale, un tempo questa zona fu teatro di un episodio di grande scelleratezza da parte del popolo tiburtino, ai danni dei vicini abitanti di Castel Madama. Nel XVI secolo venne infatti istituita una gabella per il passaggio di Porta San Giovanni, unico collegamento per molti paesi con Roma. Così nel 1540 i Castellani, stanchi di pagare a Tivoli l’illegittimo pedaggio, incendiarono di notte la “porta delle tasse”, scatenando una reazione sanguinaria del popolo tiburtino, il quale volle gloriosamente ricordare tale brutalità facendo scrivere sulla porta il seguente promemoria: “IGNITAS PORTAS EXTINSIT SANGUINE TIBUR” (Tivoli estinse con il sangue le porte bruciate).

 

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