VILLA D’ESTE – IL PALAZZO: SOGNO DI GLORIA

A PRIMA VISTA

Il portico all’ingresso contiene il preludio al motivo dominante dell’acqua: una fontana con la Venere-ninfa dolcemente dormiente.

Entrando nelle sale sontuose e riccamente decorate del Palazzo a disposizione del cardinal Ippolito d’Este la sensazione è di ammirazione, accompagnati da quella di essere in qualche modo ‘ospiti’, piacevolmente accolti a corte.

Ben poche volte emerge un senso di severo raccoglimento, per lasciar spazio al brulicare quasi sfrenato degli affreschi, abbondanti, raffinati, eloquenti, a volte curiosi..

 

UN PO’ DI STORIA…

L’arrivo trionfante del cardinale Ippolito II d’Este a Tivoli, nominato Governatore della città, cambierà il panorama storico-culturale tiburtino: la sua Villa, modello superbo di villa cinquecentesca, accoglierà una corte di letterati, artisti e uomini illustri.

Ippolito, nato a Ferrara nel 1509, figlio di Alfonso I d’Este e di Lucrezia Borgia, è destinato alla carriera cardinalizia (che sarà molto veloce, a 10 anni è arcivescovo di Milano) ed agli studi umanistici, entrando in contatto con esponenti importanti delle arti e della letteratura, e con la corte del re Francesco I (con cui era imparentato), di cui diviene consigliere personale grazie al suo raffinato gusto artistico.

Si inserisce nel novero prestigioso delle figure di cardinale-principe-mecenate tipiche dell’epoca, e tenta invano di salire al soglio pontificio: viene eletto Giulio III al suo posto mentre lui è nominato appunto governatore di Tivoli nel 1550.

Per una persona raffinata, abile ed ambiziosa una sconfitta difficile da digerire..

Il Palazzo del Governo allestito per lui nel convento di S. Maria Maggiore non è all’altezza del suo rango: infatti Ippolito aveva abitato e trasformato in modo sfarzoso residenze come Palazzo Orsini a Montegiordano e la ‘Vigna’ di Montecavallo (l’attuale zona del Quirinale) a Roma, oltre ad altre importanti dimore fuori Roma.

Una volta a Tivoli, quindi, decide di realizzare una villa che ne potesse mostrare il prestigio, la ricchezza, la cultura, con ambienti adatti ad ospitare in tutto e per tutto una corte principesca.

 

RACCONTO DELL’OPERA

Il progetto generale e geniale di Villa d’Este fu affidato all’ architetto Pirro Ligorio, e la direzione lavori  all’architetto ferrarese G.A. Galvani.

Il Ligorio, architetto di fiducia di Ippolito, nonché antiquario, pittore ed archeologo, era figura  preminente e attivo in molti scavi a Roma e nella campagna romana; fu direttore degli scavi di Villa Adriana proprio per volontà dello stesso Ippolito.

Ebbe l’occasione unica di applicare gli studi e le ricerche sull’arte e sulla cultura classica, concependo la villa e inserendola nell’ambito dei siti archeologici dell’area (Santuario d’Ercole, Villa d’Orazio, Templi di Vesta e Sibilla), proprio sui resti di una villa romana tardo-repubblicana: Ippolito si metteva così in un rapporto di ammirazione-competizione con l’antico.sostruzioni villa d este

Di fatti gli splendidi disegni che ci ha lasciato del Santuario d’Ercole testimoniano l’ interessamento per l’ area e le strette analogie costruttive con la villa estense, come “l’organismo sostruttivo che caratterizza il settore nord occidentale del complesso e, più in generale, alla sua distribuzione su terrazzamenti artificiali indispensabili per superare il vincolo orografico”. 

(da: Atti del Convegno” Ippolito II d’ Este,cardinale principe mecenate, A cura di MARINA COGOTTI e FRANCESCO PAOLO FIORE, De Luca Editori D’Arte, Roma , 2103)

Il sito scelto è la cosiddetta ‘Valle Gaudente’, nome emblematico della posizione privilegiata per clima, esposizione, salubrità dell’aria, visuale sul paesaggio.

 

Il Palazzo

Era necessario sfruttare e trasformare le preesistenti strutture dell’antico convento di S. Maria Maggiore: il Ligorio sviluppa l’edificio attorno al chiostro benedettino, che trasforma ad elegante portico, utilizzando il muro della Chiesa come chiusura della corte.

Gli ambienti sono posti in successione: appartamenti del cardinale, sale di rappresentanza, sale degli ospiti ed altre zone di servizio.

La facciata principale è quella che domina il giardino-vallata, determinandone l’assetto geometrico in asse con quello che era il vero ingresso-ora chiuso- sulla strada del Colle, affermando la volontà di manifestare agli ospiti la grandezza della villa dal giardino.belvedere villa

panormica villa

Il prospetto del palazzo è semplice e severo, con 3 ordine di finestre senza timpano, con fasce marcapiano: canone classico sui modelli dei palazzi rinascimentali romani. A stemperare questo assetto il Ligorio inserisce  con terrazze belvedere, su 2 ordini, con arcate inquadrate da colonne e trabeazioni e con 2 rampe simmetriche che danno l’accesso al giardino:  una similitudine lampante è con la scalinata di Palazzo Senatorio in Campidoglio, ideata da  Michelangelo, oltre ad influssi del Belvedere di Bramante in Vaticano e del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina(I sec. a.C.) nello sviluppo del disegno di scale e rampe degradanti verso il giardino.

Il programma iconografico

Le sale dei 2 piani più importanti, quello a livello del cortile-appartamenti del cardinale- e quello sottostante di rappresentanza, furono decorate attraverso l’opera di maestranze specializzate di alto livello: pittori, scultori, stuccatori, mosaicisti, ceramisti, ed altri ancora. Tra il 1560 e il 1572 la villa era un cantiere incredibile dove procedevano parallelamente lavori nel palazzo e nel giardino.

Le pitture sono opera di Girolamo Muziano, Federico Zuccari, Livio Agresti e Cesare Nebbia, per citarne alcuni.

Tutto era ordinato da scopi ben precisi: esaltare le virtù e le doti del cardinale e la sua famiglia, celebrandone le nobili origini, distribuendo ovunque simboli e allegorie sia del mondo pagano che cristiano, storie mitologiche, scene sulle origini di Tivoli, scene di fantasia, di caccia, di paesaggio, raffinate  e ricche decorazioni a ‘grottesche’.

Lo stemma della casa d’Este (i gigli d’oro della monarchia francese) associato a quello cardinalizio (aquila bianca estense) è una costante nella villa, a rimarcare lo stretto legame con la corte di Francesco I.

Tra i miti risalta Ercole, eroe classico protettore dell’antica Tivoli ma anche degli Este (Ercole si chiamavano nonno e fratello di Ippolito); lo stesso Ippolito si poneva come nuovo Ercole, vista l’enorme impresa di costruire la villa.

L’associazione Ercole-Ippolito è ribadita fortemente nel motto ‘ab insomni non custodita dracone’, (pomi non custoditi dall’insonne drago) ricavato con senso opposto dalle Metamorfosi di Ovidio, dove era usato il termine concustodita (custodite con cura). Indica l’11^ fatica di Ercole: la conquista dei pomi d’oro- simbolo di tutte le conoscenze umane- dal giardino delle Esperidi, ora custoditi dall’aquila estense, la quale compare con gli stessi pomi gialli e il motto.

 Le stanze

Al livello delle stanze private (che avrebbero dovuto essere abbellite da arazzi) IMG_5370la sala centrale è affrescata con personificazioni della Saggezza, Umanità, Carità e Pazienza, due stanze con virtù e busti di filosofi greci, la cappella privata ospita una immagine della Madonna di Reggio, Profeti e Sibille e storie della Vergine; mentre raffinatissimo e’ il soffitto ligneo della sua camera da letto.

Al livello delle stanze di rappresentanza l’ambiente centrale è il grande : la volta raffigura Il Convito degli Dei (Federico Zuccari) in una finta prospettiva che aumenta il volume reale della sala come per prolungarlo e aumentare quel senso di meraviglia agli ospiti dei ricevimenti e banchetti, che venivano associati, in maniera altisonante, a quelli degli dei; nei medaglioni intorno sono allegorie delle 4 stagioni.

 

IMG_5374

 

Sulle pareti del salone un ciclo di ‘finestre’ paesaggistiche sulle dimore di Ippolito a Roma e Tivoli: la villa sul Quirinale, villa d’Este; completa il tutto la realizzazione di una fontana interna al salone, in cui si rappresenta il tempio della Sibilla, simbolo di Tivoli(opera dell’esperto fontaniere Curzio Maccarone completata da P. Calandrino). Queste finestre esaltano l’opera del cardinale e della città che lo ha accolto, attraverso una sorta di ‘anteprima’ sull’ambiente esterno.

Le altre stanze contengono, oltre alle celebrazioni di temi significativi come la gloria e la nobiltà, scene mitiche fondamentali per la storia di Tivoli come: la fondazione di Tibur, con i relativi sacrifici, la battaglia di Tiburto e Catillo contro i Latini, scene del mito di Ercole, l’annegamento del re Anio (che ha dataffresco villao il nome al fiume Aniene), il carro di Apollo, scena riguardante Venere e il mito di Ino-Leucotea.

Le stanze con scene religiose contemplano storie relative a Noè e Mosè (che fa scaturire acqua dalla roccia, allusione a Ippolito ed all’acqua delle fontane di Villa d’Este).

Le stanze del terzo piano non furono decorate.

 

 

 

 

 

TEMPIO c.d. DELLA TOSSE: OCCHIO MISTERIOSO DI PAESAGGIO

A PRIMA VISTA

Scendendo o salendo lungo quello che una volta era il Clivus Tiburtinus (tratto in salita della via Tiburtina antica) tempio oculoci si imbatte in una costruzione che attrae perchè si stacca dal paesaggio agricolo con forme inaspettate.

L’armonia architettonica ci stupisce e poi ci costringe a osservarla. Sembra quasi un piccolo Pantheon, un occhio o comunque un punto simbolico su cui idealmente far ruotare le meraviglie di Villa d’Este, del Santuario d’Ercole e del paesaggio che ci circonda.

Questa piacevole vista è allietata dal piccolo gorgheggio del canale degli Ortolani lungo la via, stessa acqua dell’Aniene che ha gia’ gorgheggiato a monte nelle splendide fontane di Villa d’Este; ennesima ‘espressione’ di come questo fiume accompagna chi viene a visitare Tivoli.

 

UN PO’ DI STORIA..

Il c.d. Tempio della tosse è una costruzione per la quale mancano precise notizie o letterarie e va generalmente datato al IV sec. d.C, per l’architettura e l’opera usata, l’opus vittatum (filari di tufelli o conci calcarei con file  di laterizi). Colpì l’ attenzione dei visitatori del Santuario d’Ercole a monte e vi sono descrizioni e disegni di Pirro Ligorio, Piranesi, Giuliano da Sangallo che testimoniano l’estremo interesse del monumento.

 

RACCONTO DELL’ OPERA

E’ una costruzione robusta alla base e gradatamente più snella, costituito da un tamburo cilindrico coperto da una cupola a calotta semisferica del diametro di 12 m, dotata di un oculo.

Il cilindro si rettifica in corrispondenza di un muro di recinzione esterno tangente, dove era l’accesso antico sul Clivus tiburtinus (si conserva una soglia e l’architrave di marmo protetti da archi di scarico); un’altro ingresso era diametralmente opposto.

Si distinguono due piani: sul primo delle grandi nicchie in corpi aggettanti, sul secondo altre 7 nicchie di cui 4 semicircolari, in cui si aprono grandi finestre per la luce. La cupola è delineata da mensole in laterizio e travertino(che sostenevano una cornice oggi inesistente) e presenta tre alti gradini(di restauro) interrotti da quattro piccole scale disposte in croce: l’aspetto originale
t nicchieè ancora ignoto.

L’interno è a pianta circolare con varie nicchie (4 semicircolari e 2 rettangolari e profonde); la volta emisferica presenta l’occhio centrale da cui si dipartono nervature in laterizio, escamotage tecnico per ‘intelaiare’ la volta.

Il pavimento è assente, sono presenti piccole tessere musive relative però ad una struttura in opus reticulatum presente all’esterno, probabilmente una villa di prima età augustea, precedente alla fase del c.d. Tempio della tosse.

Età medioevale

In epoca medioevale fu destinato a luogo di culto, S.Maria di Porta Scura facendo cristo benedicenteriferimento alla galleria di passaggio del Santuario d’Ercole Vincitore, posto nelle vicinanze, denominata Porta Scura; dal santuario d’Ercole fu prelevato del materiale per i restauri ed adattamenti medioevali; fu rialzata la soglia d’accesso e ristretta la porta(come si vede). Alcune pitture presenti in alcune nicchie sono del periodo X-XIII secolo: un’ Ascensione di Gesù e una figura di Cristo benedicente.

Nei secoli successivi fu abbandonato.

 

ascensione

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

L’enigma irrisolto..

Un tempio? Un ninfeo?Una tomba?

Magari quel sepolcro della Gens Tuscia citata da Ashby: per corruzione della parola qualcuno per un gioco semiserio della storia e delle credenze ha creduto che qui, fuori le mura, fosse curata la  malattia della tosse.. Forse associato a quel Lucio Turcio, che ha ‘spianato’ il Clivus Tiburtinus, menzionato nella epigrafe più avanti lungo la strada..

Resta il dubbio, che nasce già dalla presenza a sorpresa in questa area della città.

Vista la mancanza di tanti elementi(pavimento, intonaco,marmi,etc.) l’opera, verosimilmente un atrio di una villa(secondo il Giuliani), non fu mai finita..

Una guerra?una crisi personale del proprietario che non conosciamo? Sicuramente chi ha provato a costruire una villa grandiosa aveva capito la preziosità del paesaggio tiburtino: di lì a 11 secoli dopo un cardinale eresse poco a monte la sua Villa d’Este..

tempio e luce

 

Il sole

Tra le innumerevoli attribuzioni il Sebastiani lo crede tempio del Sole..

Al tramonto vien da pensarlo: la luce chiara e radente abbraccia pienamente tutta l’architettura del tempio della Tosse e regala sensazioni che sicuramente percepivano e percepiscono i viaggiatori attenti.

 

Spunta una cupola dal.. pizzutello 

Il famoso pizzutello, l’uva di Tivoli, nota fin dall’antichità è chiamata uva corna dagli abitanti per la sua forma a punta; è un’uva polposa, croccante, da tavola, nutritiva che era apprezzata alla corte Estense come dal Papa Gregorio XVI (responsabile della creazione della Villa Gregoriana). Dal 1845 si celebra la sagra del Pizzutello, anche se oggi la produzione è fortemente diminuita.

Chi si imbatteva in questa area del paesaggio tiburtino nei primi anni del 1900, oltre a notare l’importante area industriale vedeva un tappeto uniforme a scalea fatto di coltivazioni proprio del   pizzutello, improvvisamente interrotto da una cupola armoniosa: una curiosa sintesi di agricoltura e archeologia..

 

 

MENSA PONDERARIA E SACELLO DI AUGUSTO

 UN PO’ DI STORIA..

Durante dei lavori per la ristrutturazione di un fabbricato di proprietà di Felice Genga, ubicato tra via del Duomo e via Canonica, vennero alla luce nel 1883 dei resti di un edificio poi identificato come una .

In seguito a questa scoperta vennero intrapresi altri scavi nel 1902 per implementare l’analisi del sito con
mensa2servato lungo i lati SE e NE di un seminterrato rettangolare; i muri risultano essere stati realizzati con diverse tecniche edilizie, dall’opus reticulatum all’opus incertum con frammenti residui dell’iniziale rivestimento marmoreo. Il muro in reticolato è limitato da due muri ad esso ortogonali che formano una sorta di nicchia all’interno della quale sono state riconosciute dal Lanciani appunto due mense ponderarie. Come trapezofori hanno dei pilastri marmorei decorati rispettivamente con una clava (attributo di Ercole) e un tirso (bastone divino) per la prima mensa e due tirsi e una clava per la seconda mensa.

Un iscrizione è leggibile sulla fronte delle lastre marmoree: M. Varenus, (Varenae) et M. Latridi l., Diphilus, mag(ister) Hercul(aneus) d(e) s(ua) p(ecunia) f(aciundum) c(uravit): tale iscrizione ci informa dunque che un tal Vareno, sacerdote del culto di Ercole, sovvenzionò di tasca sua i lavori per la realizzazione del monumento. Le mense presentano dei fori nella parte superiore (due nella prima e quattro nella seconda) di dimensioni diverse con le pareti scavate che formano una specie di conca priva di fondo. Di fronte ai suddetti muri che delimitano le mense sono state rinvenute due basi in muratura (m. 0,60×0,68×0,65) rivestite in giallo antico sulle quali sono leggibili due iscrizioni simili che ricordano M.Lartidius e Varena Maior, con molta probabilità i soggetti delle statue che le basi in questione dovevano sorreggere. La funzione delle mense era quella di reggere modelli, in marmo o in bronzo, di diverse misure di capacità.

Sempre durante i lavori del 1883 venne alla luce un’altra porzione del monumento: un vano delimitato da due strutture murarie, una delle quali, in reticolato, termina con un pilastro simile a quello precedentemente analizzato e anch’esso rivestito da lastre di marmo. All’interno di questa specie di nicchia ricavata tra i muri spiccano i resti di un piccolo podio marmoreo scorniciato in alto e in basso di fronte al quale fu poi aggiunto in un secondo momento, forse durante un restauro, un muro.mensa e sacello

Nel 1920 vennero effettuati dei lavori per isolare le mense dall’umidità durante i quali fu scoperto il celebre “sacello di Augusto”; si tratta di un piccolo ambiente trapezoidale sul fondo del quale è una nicchia limitata da pilastrini aggettanti in travertino. E’stata rinvenuta anche una base destinata sicuramente a sorreggere una statua; il pavimento, abbastanza conservato, è formato da rettangoli marmorei bianchi divisi da listelli di ardesia e quadrati in marmo bigio.

Tra i rinvenimenti si segnalano dei frammenti di statua riferibile a un imperatore, sebbene acefala, una testa colossale di Nerva e un’iscrizione che ricorda il liberto M. Vareno che auspica ad Augusto  felice ritorno da uno dei suoi lunghi viaggi, forse dalla Siria o forse dalle province occidentali.

I due monumenti sono  quasi covii, con il sacello probabilmente poco più tardo, come ha giustamente dedotto il Giuliani analizzando le strutture murarie in Formae Italiae, 1970.

 

CATTEDRALE DI S. LORENZO: CULTO POPOLARE NEL CUORE DI TIBUR

A PRIMA VISTA

Il miglior modo è scendere lungo via di Postera: dopo una continua discesa si apprezza l’inatteso spianamento tra continui rimandi di vissuto medioevale.

Per poi sfociare in una semplice e solenne ‘signora’: la Cattedrale di S. Lorenzo.

Sembra essersi andata a prendere il proprio posto riempiendo uno spazio urbano, connotandolo fortemente, presenziando ad un crocevia storico di strade.

La sua facciata, staccata dai bruni laterizi del campanile medioevale, con una tenue insolita tinta risponde al sole, prima che tramonti…

 

UN PO’ DI STORIA

Il Foro Tiburtino

L’essenza e l’esistenza di Tivoli è basata, per la sua collocazione geografica, sul traffico ed il commercio: l’area antistante il Duomo era proprio l’antico Foro, sede del mercato e delle attività economiche, collegata all’antichissima via di transito Abruzzo-campagna romana (attuale via del Colle, antica via Tiburtina Valeria).

Era di poco più ampia della piazza attuale; il livello pavimentale in travertino (osservato sotto l’attuale piano stradale) era più basso e l’accesso avveniva secondo le stesse direttrici odierne: Via del Duomo (discesa da destra), via di Postera e via del Colle attraverso l’Arco di S. Sinforosa.

Quest’ultimo è l’attuale arco di entrata a sinistra del Duomo, che conserva la stessa funzione, costituito da due archi in opera laterizia (di cui restano delle tracce), coronati da cornici non più visibili: era la sistemazione monumentale dell’ingresso al foro di età imperiale, segno dell’importanza di questo snodo viario-commerciale e della continuità spaziale che si può leggere nell’urbanistica tiburtina.

L’importanza e la ricchezza economica accumulata era denotata probabilmente da una serie di edifici pubblici e monumenti onorari che creavano l’ambiente del foro .

Tra questi la Mensa Ponderaria e l’Augusteum (vedi Qrcode relativo); di seguito a questi era posto un edificio absidato in opus incertum di calcare, i cui resti sono visibili alle spalle dell’abside seicentesca del Duomo e nei suoi sotterranei. Ancora di difficile interpretazione: taluni lo hanno identificato come un’estensione del santuario d’Ercole o un tempio d’Ercole autonomo(durante gli scavi per l’edificazione del Duomo è stata trovata una base marmorea con dedica ad Ercole).

Non escludendo nè un tempio nè una basilica il Giuliani ipotizza anche un’area absidale terminale del foro.

 

La Cattedrale di S. Lorenzo

La costruzione di questa cattedrale fu l’evento più importante nel panorama storico-artistico del ‘600 tiburtino.

La chiesa, fondata secondo alcune ipotesi all’epoca di Costantino (306-337 d.C.) o del papa tiburtino Simplicio (486-483), riutilizzò l’edificio absidato romano(di cui sopra) ed è già sicuramente edificata nel IX secolo(citata nel ‘Liber Pontificalis’, vita di Papa Leone III); fu ricostruita nelle classiche forme romaniche tra XI e XII secolo, visibili ancora  nel campanile(tranne la piramide terminale che è posticcia).

Al fervore edilizio medioevale seguì una fase di grave degrado cui riparò l’intervento del Cardinale e vescovo di Tivoli Giulio Roma (1634-1652) che decise di ricostruirla; la cattedrale venne eretta nel 1641 e dedicata nel 1650, poi consacrata solennemente il 27 ottobre 1669 dall’altro cardinale che si prodigò molto per la cattedrale, Marcello Santacroce .

Il modello è lo schema di chiesa gesuitica che a fine ‘500 aveva segnato una svolta nella concezione dell’architettura religiosa: navata unica e cappelle laterali ridotte, transetto breve o inesistente (come qui a Tivoli).

Lo scopo era guidare il fedele verso il raccoglimento e la predicazione, creando un ambiente ad hoc.

Studi recenti hanno messo in luce aspetti molto interessanti:

-la ricostruzione non fu a fundamentis (dalla fondazione, come invece indicato nella iscrizione della controfacciata) ma si sarebbe limitata all’arretramento dell’abside nell’area presbiteriale rispetto al pendio che circonda l’edificio, caratterizzato da alta umidità, creando un’intercapedine di protezione (quest’area di Tivoli risente del banco di concrezioni calcaree travertinose e della presenza di antichi canali come la Forma che alimentava il Lavatoio adiacente)

– i muri longitudinali conservarono buona parte degli alzati romani o medioevali.

L’insediamento della cattedrale nell’area del foro può essere connessa ancora alla vicinanza strategica della Via Tiburtina Valeria e alla presenza nelle vicinanze dell’oratorio di S.Alessandro.

 

RACCONTO DELL’OPERA

La facciata ed il campanile

La facciata è di un barocco abbastanza sobrio, con aggiunta di un portico con archi a tutto sesto e paraste, che custodisce un affresco del XVI secolo raffigurante la Vergine Annunziata.

E’ presente l’iscrizione dedicatoria “DIVO LAURENTIO IULIUS CARDINALIS ROMA DICAVIT ANNO SAL(utis) MDCL “

(Al Divo Lorenzo dedicò il Cardinal Giulio Roma nell’anno di salute 1650).

La torre campanaria datata XI secolo è alta quasi 47 m con finestre monofore, bifore e cornici dentellate; la cuspide piramidale è di epoca posteriore. Il campanile è la testimonianza dell’antica cattedrale, forse un involontario simbolo di conservazione delle radici cristiane e storiche pur nel rinnovamento seicentesco.

L’interno

Le 3 navate sono scandite da pilastri che inglobano le antiche colonne corinzie; la navata maggiore ha volta a botte con finestre.

Abside- volta -controfacciata: la decorazione di questi elementi architettonici (finita nel 1817) fu voluta da papa Pio VII Chiaramonti  proprio per esaltare, insieme a S. Lorenzo, le figure dei santi tiburtini; il suo stemma è nel sott’arco dell’abside.

Entrando in controfacciata troviamo, dipinti a monocromo, S.Amanzio e S.Cleto (di cui si conservano reliquie in cattedrale), ai lati del finestrone inizia la raffigurazione entro tondi dei 12 Apostoli, che continua poi nella volta(strombi delle vele). La volta accoglie in 3 riquadri dall’entrata: personificazione dell’Eucarestia e Sante Irundine, Romula e Redenta, la Gloria di S.Lorenzo, personificazione della Religione con i santi Severino, Quirino e Vincenzo.

Nel catino absidale è la Chiesa trionfante: una schiera di Santi lungo il semicerchio acclamano la Trinità, accanto al Cristo centrale, l’Eterno e la Vergine.

Tutta la decorazione è attribuita a Carlo Labruzzi(pittore neoclassico, fratello di Pietro).

L’altare maggiore (fatto nel 1704) è riccamente decorato con marmi policromi, putti e cherubini in marmo bianco, ai lati della grata in ottone; l’iscrizione nello scudo a sinistra ci indica che l’altare è dedicato a S.Generoso, martire tiburtino, le cui reliquie sono qui serbate, protette dalla grata col monogramma di Cristo.

Sopra l’altare maggiore la bella tela del Pietro Labruzzi (1739-1805) con S. Lorenzo davanti al giudice prima del martirio, in cui un angelo offre la classica palma del martirio, mentre un uomo prepara l’atroce pena, la graticola ardente (che poi assurge ad attributo del Santo); in alto si osserva il tempio circolare dell’acropoli di Tivoli, ulteriore segno del legame con questa città.

Navata sinistra: 

– Cappella dei Martiri Persiani o di San Mario, edificata a cura di Mario Carlo Mancini, nobile tiburtino, in onore dello zio, Mario Mancini Lupi altro notabile agli ordini di Gregorio XIII e Sisto V; fu eretto un monumento funebre in suo onore (con la raffigurazione della morte) e fu affidata la decorazione a Bartolomeo Colombo allievo di Pietro da Cortona, con le ‘Storie dei Santi Mario, Marta, Audiface e Abacuc’ e la loro ‘Gloria’.

E’ presente il monumento funebre del vescovo tiburtino Angelo Lupo(che si prodigò molto per la cattedrale), bell’esempio di arte scultorea del ‘400.

– Presso l’entrata laterale l’altro importante monumento funebre di Angelo Leonini(XVI sec.), vescovo di Tivoli nei primi del ‘500; una delle poche testimonianze dell’ antica cattedrale, che secondo alcuni autori richiama uno schema architettonico ideato dal Sansovino (1467-1529) in monumenti funebri di S.Maria del Popolo e S.Maria all’Aracoeli in Roma.1

Lungo la navata sinistra è ad oggi possibile ammirare la sagrestia (vedere il Qrcode “i Tesori del Duomo”) grazie al restauro conservativo ed artistico realizzati dall’ impresa ARIEM RESTAURI srl di Roma tra la fine del 2011 ed il giugno 2014.

Edificata dal Cardinal Santacroce nel 1657 (Vescovo di Tivoli, dal 1652 al 1674), secondo documenti del Fondo Santacroce nell’archivio di Stato è da attribuire  a Giovan Antonio de Rossi  anche se è detta ‘berniniana’ per un interessamento che il celebre architetto avrebbe avuto nel disegnare pianta e alzato, secondo ipotesi recenti.

Navata destra:

– Cappella del Crocifisso: le pareti laterali e la volta sono state decorate nel XIX secolo con storie della Passione di Gesù; il Crocifisso ligneo può essere ascritto al XV secolo, di buona produzione artigianale e l’altare è impreziosito da marmi policromi.

– Cappella dell’Immacolata Concezione: la cappella è particolarmente legata alla comunità di Tivoli che fece voto di erigere una statua votiva alla Vergine in occasione della peste del 1656 ed il cardinal Santacroce scelse la cattedrale per ospitarla.

La nicchia centrale ospita la statua dell’Immacolata Concezione,  una notevole opera di Christophe Veyrier(1637-1689), inizialmente attribuita al Bernini dal Sebastiani; altre nicchie ospitano le 4 Virtù cardinali, opere di ambito romano; la decorazione pittorica(‘Gloria Celeste’ nella volta, ‘Santi’ nei pennacchi, nelle lunette ‘Natività’, ‘Adorazione dei Pastori’, ‘Fuga in Egitto’) è opera di G.F.Grimaldi(1606-1680), allievo di Pietro da Cortona.

– Cappella di S.Lorenzo : subito dopo l’edificazione della chiesa iniziò l’abbellimento della cappella dedicata al santo titolare. Sull’altare vi è una pala molto significativa, raffigurante un’ Apparizione di Gesù Bambino e S.Giuseppe a S.Lorenzo, S.Sinforosa e Simplicio papa: S.Sinforosa è un’altra martire tiburtina molto venerata a Tivoli, il cui supplizio con i suoi sette figli avvenne sotto l’imperatore Adriano.

Da notare una forte sensibilità cromatica, una stesura omogenea del colore, una compostezza armonica dell’opera con una luce che evidenzia soprattutto il volto di S.Sinforosa. L’opera si colloca tra l’XVIII e il XIX secolo.

Nelle pareti laterali sono grandi tele che illustrano la vita del santo: ‘San Lorenzo distribuisce elemosine ai poveri’, ‘S.Lorenzo in prigione battezza S.Ippolito’, ‘Arresto di S.Lorenzo’,  ‘Trasporto del corpo di S.Lorenzo’, attribuite le prime due a Pietro Locatelli, le altre a Ludovico Gimignani, autori della seconda metà del ‘600.

 

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Ercole e S. Lorenzo: padri tutelari di Tivoli

In epoca romana Ercole fu l’eroe mitologico tutelare di Tivoli, che fu detta per questo ‘erculea’; era custode delle vie del traffico, sostenitore della ricchezza ottenuta con il commercio ed il lavoro, quindi una divinità perfetta per questa città.

L’importanza fondamentale del culto di Ercole è testimoniata dal suo grandioso Santuario eretto proprio a ridosso della via Tiburtina, con un apparato architettonico sostruttivo imponente sulla ripida Valle dell’Aniene.SOSTRUZIONI SANTUARIO

 

  1. Lorenzo era un diacono, che aveva compiti sia pastorali sia amministrativi legati alla gestione del patrimonio e dei beni della chiesa; aveva a che fare con la finanza e gli affari, e svolse oltre che a Roma anche a Tivoli importanti attività guida nella gestione dei beni della Chiesa.

La strage contro i cristiani, ordinata nel 257-258 d.C. da Valeriano, voleva colpire anche l’assetto economico e sociale della Chiesa romana: tra il 6 ed il 10 agosto 258 furono trucidati i diaconi ed i presbiteri, tra cui S. Lorenzo condannato alla graticola.

Il martirio impressionò molto e la figura di S. Lorenzo divenne cara al popolo così come ai patrizi: era un riferimento spirituale legato agli aspetti pratici ed economici della vita, così come per altri versi e in piena epoca pagana lo era Ercole(tra l’altro anche lui morto tra le fiamme).

  1. Lorenzo (protettore anche dei cuochi e dei rosticceri) diventò patrono di Tivoli, festeggiato ogni anno il 10 di agosto dalla comunità di Tivoli ed a lui fu dedicata la Cattedrale sorta proprio sui resti del Foro Tiburtino.

Tivoli ha avuto così due ‘padri’ carismatici, uno in epoca pagana ed uno in epoca cristiana e attuale, che simbolizzano il bisogno di un ruolo-guida di una comunità.

 

La campana del forestiero

Tivoli è da sempre città di passaggio, per attività di pastorizia, commercio, pellegrinaggio, turismo.

Non sorprende che quindi delle 4 campane presenti nel campanile in epoca settecentesca una era dedicata proprio ai forestieri, perchè suonava solo in occasione della morte di persone che venivano a visitare la città.

 

S. PIETRO ALLA CARITA’, RITORNO ALLE ORIGINI


Church

 

A PRIMA VISTA                                                                                                                                                                                                         

Arrivati di fronte il monumento, la piazza incavata sotto il livello stradale, il campanile quadrato, la chiesa con l’ alta facciata e le navate laterali sembrano come avvolgerti in un caloroso abbraccio per condurti verso l’ingresso.

Una volta entrati, la quiete.  s pietro2

Come di ritorno a casa dopo un lungo viaggio, si è avvolti da un senso di estrema serenità e tranquillità. La penombra creata da alcune candele accese e dalle finestre semicircolari della navata centrale e dell’ abside, plasmano le snelle colonne che conducono  la visuale dell’ osservatore appena entrato verso il cuore cristiano dell’ ambiente, l’ altare con i due crocifissi.

La nudità della chiesa dimostra come l’ architettura attraverso la semplicità della forma e degli elementi impiegati, possa rendere uno spazio tanto tenebroso quanto equilibrato. Lungo la navata centrale, le colonne sormontate da arcate a tutto sesto in laterizio, sembrano danzare, in punta di piedi, abbracciando come in un ballo popolare, i fedeli ed il meraviglioso pavimento cosmatesco in marmi policromi.

Uscendo ci si sente sollevati,  consapevoli di essere stati anche solo per un istante, in pace.

UN PO’ DI STORIA ..

La fondazione della Chiesa risale al V sec. quando il tiburtino Papa Simplicio tenne la tiara pontificia (468- 483), anche se la prima menzione si ebbe nella biografia di Leone III, dove nel “Liber Pontificalis”, viene citata come “S.Petrus Major”.E’ detta “S. Pietro alla Carità” dal nome della confraternita che ne celebrava le sacre funzioni. L’ esistenza di un edificio ecclesiastico dedicato a S. Pietro è dimostrata grazie ai ritrovamenti di antiche strutture emerse sotto il pavimento. L’ aspetto attuale risale al ripristino avvenuto nel 1951 a seguito della guerra che distrusse completamente l’ aspetto barocco della chiesa e che fece riemergere quello romanico. L’ implosione della copertura comportò la distruzione delle decorazioni delle diverse murature, degli altari e delle superfetazioni barocche. Di fatti, tra il XVI ed il XVII secolo, furono apportate sostanziali modifiche che stravolsero completamente l’ aspetto romanico del bene. Le pareti, una volta decorate da splendidi affreschi della scuola romana della metà del XII sec. ( tuttora visibili nelle navate laterali e nella scarsella della cripta) ,vennero impreziosite “da moderni intonachi e decorazioni di greve gusto paesano”. Liberata dalle macerie e demolite le recenti aggiunte (anche ottocentesche) , la chiesa si rivelò nella sua attuale bellezza romanica priva di ornamenti così si decise il ripristino del primitivo aspetto.

RACCONTO DELL’ OPERA

Il prospetto riflette la distribuzione interna con la navata centrale e le due minori laterali. La muratura originaria in cortina muraria in laterizio faccia vista, è interrotta da tre portali d’ ingresso (due dei quali tamponati), incorniciati da fasce di travertino con modanature classiche. A dare luce alla navata principale, oltre alle bucature interne, due finestrelle a tutto sesto ed una circolare posta nel timpano triangolare con cornice-marcapiano costituita da dentelli e mattoni disposti a dente di sega, come quelli del vicino campanile medievale. Le colonne poste ai lati del portale principale ricordano che probabilmentela chiesa era preceduta da un portico sostenuto da colonne e coperto da tre volte, i cui archi sono ancora visibili in facciata. Il campanile (XIII-XIV sec.) a pianta quadrata, è originario  solo nella parte basamentale e nel primo piano con doppie finestre a tutto sesto su ogni lato. La muratura regolare mista di tufelli e pietra calcarea è di fatti differente dall’ ultimo livello della cella campanaria del XIV secolo. I capochiavi del prospetto laterale testimoniamo il consolidamento reso necessario a causa dell’ inidonea apertura nella parte interna del basamento. Per risolvere il problema statico si è deciso di ammorsare attraverso tiranti metallici i due muri ortogonali del campanile. La pianta di tipo basilicale presenta una lunga navata centrale coperta da capriate in legno e da 18 colonne di ordine ionipavimento san pietro okco sormontate da arcate a tutto sesto,che la dividono dalle due navate laterali. Priva di transetto,quella centrale decorata da uno splendido pavimento cosmatesco, termina in un abside semicircolare in cui si trova l’ altare. Le 12 colonne originarie  presentano il fusto in marmo cipollino e capitelli di varia fattura. Probabilmente elementi di reimpiego ricavati da Villa Adriana o  dalla Villa di Quinto Cecilio Pio Metello, che doveva sorgere nelle vicinanze. Proprio per rendere leggibile l’ intervento di restauro,  le 5 mancanti sono state ricostituite con travertino lasciato rustico, mentre i capitelli mancanti seppur richiamano quelli originari, vengono realizzati con forme stilizzate. Il Crocchiante afferma che al tempo di Papa Paolo III (1534-1550) ne era stato effettuato il prelievo. Quattro di esse infatti si trovano nel sepolcro di Sisto V in S. Maria Maggiore. Il restauro ha preso in esame anche il presbiterio sistemato, come in coeve chiese del Lazio e di Roma, con gradinate frontali inquadranti la fenestella confessionis (rinvenuta durante il restauro) comunicante con la cripta sotto l’ altare.

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Ingegno costruttivo della pianta basilicale

Nell’ impianto la Chiesa ricorda la tipica architettura medievale con tre navate ma il rilievo ha dimostrato l’ esistenza di un arteficio costruttivo:  l’ accentuazione prospettica verso l’ abside. Di fatti, in pianta le quattro linee longitudinali (le due degli ordini e le due dei muri perimetrali) non sono parallele tra di loro ma in fondo tendono ad avvicinarsi; intelligente metodo che aumenta prospetticamente la profondità della navata centrale.

La cripta tra suoni e visioni di Villa d’ Estescarsella

Sotto il presbiterio si trova la cripta che ne riprende l’ impianto ma presenta lungo l’ asse longitudinale una scarsella rettangolare con l’ altare dedicato al Battista e splendidamente ornata da un affresco. La fenestella confessionis , reinvenuta durante il restauro della Chiesa, mette in comunicazione la cripta con la navata centrale permettendo anticamente ai fedeli di vedere i sacri sepolcri e di avvicinarsi a essi il più possibile pur senza venirne a contatto immediato. La bellezza della cripta risiede nella particolare voltatura su una massiccia colonna  lapidea sostenente la volta semianulare, simile a quella della coeva Chiesa di S. Silvestro. Scendendo dalla scalinata destra è possibile affacciarsi su Villa d’ Este ed ammirare la fontana dell’ Organo che ogni due ore, a partire dalle 10,30 di ogni giorno, allieta i visitatori ed il vicinato con la sua splendida musica.

La cortina muraria interna

A seguito del restauro che vide il distacco degli intonachi moderni, rinvenì la cortina classica in laterizio in  “tegulae fractae” (spezzoni di tegole) tipiche della Roma del I e II secolo ed in seguito del medioevo, che avevo la funzione di coprire il  conglomerato interno della muratura. L’ intervento vide la rimessa in luce e la ricostituzione delle parti mancanti in sottosquadro proprio per rendere leggibile le parti non originarie.

L’ altare “matrioska”

L’ altare maggiore è costituito da un sarcofago in marmo alabastrino, probabilmente di epoca medievale, concesso in dono dai canonici della Cattedrale di S. Lorenzo alla chiesa della Carità. Inizialmente era posizionato nel portico di accesso al Duomo ed in seguito fu messo nel presbiterio di S. Pietro. Al momento dell’ apertura all’ interno se ne trovò uno minore simile ma in marmo bianco che fu impiegato come altare minore. L’ altro invece fu eseguito in egual modo ma in travertino.

Gli affreschi della scuola romana

Nel XII secolo molte chiese di Tivoli furono arricchite da sculture lignee e da splendidi cicli pittorici, come quelli originali dell’ abside della chiesa di S. Silvestro. Tra i monumenti religiosi coinvolti ricordiamo S. Andrea, S. Stefano, S. Lorenzo, S. Biagio, S. Caterina, S. Michele, S. Nicola in Selce e la già menzionata chiesa di S. Silvestro. Per quanto riguarda S. Pietro alla Carità, le pareti erano completamente decorate da affreschi ancora in sito alla visita pastorale del 1581. Nel 1720 inoltre erano ancora leggibili quelli dell’ abside  rappresenti uno svolgimento iconografico simile a quello di S. Silvestro, con Cristo tra i santi Pietro e Paolo nella città di Gerusalemme e Betlemme e al di sotto i dodici agnelli apostolici vicini all’ agnello mistico. Tuttora, oltre a quello presente nella scarsella della cripta,ne rimangono solamente due conservati nelle navate laterali. A quella sinistra, la Madonna in trono fra i santi Pietro e Paolo mentre a destra il Cristo Crocifisso tra la Madonna e S. Giovanni Evangelista.

> Posizione

Latitudine: 41.9642829

Longitudine: 12.796584499999994

 

SEPOLCRO DELLA VESTALE COSSINIA: MEMORIE LUNGO IL FIUME


monument

 

A PRIMA VISTAvestale

Sorpresa, ammirazione insieme ad un po’ di sconcerto.

Questo si può provare una volta arrivati a scoprire qui una perla archeologica di assoluto valore, un unicum di Tivoli:

l’unico sepolcro di una Vestale finora conosciuto, quello della Vestale Cossinia.

Lo scenario è quello delle rive dell’Aniene, che qui scorre ancora placido, trasformato in un piccolo bacino artificiale, con ancora un buon grado di naturalità denotato da una simpatica colonia di uccelli acquatici (anatre e germani reali) e con una folta vegetazione ripariale.

Il sepolcro di Cossinia emerge quasi a sorpresa, compreso in un area di forte transito giornaliero per la presenza della Stazione, di una scuola e sede INPS; il contesto certo non fa presagire un sito sacrale funerario in riva al fiume.

L’area del sepolcro (in realtà i sepolcri sono due di diverse fasi) ha un fortissimo valore simbolico storico ed archeologico, ma è purtroppo connotata da un degrado ed abbandono per il quale lasciamo a voi ogni commento, pensando all’ elevato profilo culturale e sentimentale di questo luogo.

UN PO’ DI STORIA..bambolina vestale cossinia

Il rinvenimento

La scoperta avvenne nel 1929 in seguito ad un evento franoso interessante la scarpata fluviale. Venne alla luce un elegante ara marmorea su cinque gradini; con gli scavi successivi che subito si iniziarono fu trovato un altro complesso di tre gradoni di travertino all’inizio interpretati come base per una statua della vestale Cossinia. In realtà al di sotto dei tre gradoni fu anche trovata una sepoltura con il corpo di un’altra donna, dalla dentatura ancora bianca, corredato di una bambolina d’avorio e da un cofanetto d’ambra che furono associate, erroneamente,  con l’aspetto più innocente ed umano dell’austera sacerdotessa. Tale bambolina è ora conservata al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo a Roma (presso Termini).

L’ara sepolcrale mostra frontalmente l’iscrizione

V(irgini) V(estali)

Cossiniae

L(ucii)f(iliae),

cioè la dedica alla vestale figlia di Lucio Cossinio, inserita in una ghirlanda di foglie di quercia e ghiande, con la sacra infula (cioè la benda sacra che indossavano le vestali); al di sotto è il nome del dedicante L.Cossinius Electus (un parente o forse un liberto).

Nel retro appare invece:

Undecies  senis quod Vestae paruit annis,sepolcro vestale cossinia

 hic sita virgo, manu populi delata, quiescit.

L(ocus) d(atus) s(enatus) c(onsulto)

cioè tradotto :

“Dopo aver servito Vesta per un periodo uguale a undici volte l’età che aveva al suo ingresso al sacerdozio, qui riposa la vergine, trasportata a braccia di popolo. II terreno per la sepoltura è stato assegnato per decreto del senato”

Visto che le vestali erano ammesse all’esercizio del culto tra i 6 ed i 10 anni, Cossinia doveva avere più di 70 anni e quindi non di certo la giovane donna sepolta accanto con a corredo la bambolina. Sicuramente era venerata dal popolo tiburtino che la trasportò fisicamente sulle rive del fiume, come segno di estrema gratitudine per il suo lungo servizio al ‘fuoco’ di Tivoli.

Chi erano Vesta e le Vestali

Vesta era una dea protettrice del focolare domestico, della pace familiare e prosperità.

Un culto arcaico, fatto risalire a Numa Pompilio ma già proveniente dalla Grecia col nome di Estia (sorella di Zeus e figlia di Crono e Rea). Ogni città aveva il suo tempio di Vesta, con il focolare della patria, dato che lo stato era considerato un insieme vincolato di famiglie.

A Roma sorgeva nel Foro Romano, a Tivoli secondo un’ipotesi sorgeva sull’acropoli sospesa sui baratri dell’Aniene (Villa Gregoriana) ma la toponomastica medioevale lo pone anche in un’area denominata Vesta (zona del Reserraglio); il tempio aveva la una forma circolare che ricordava le vecchie capanne del Lazio.

Il fuoco sacro era sempre mantenuto acceso nel tempio dalle sacerdotesse vergini (come la dea stessa) dette  le Vestali.

Erano vestite totalmente di bianco con una tunica, una stola(sopraveste) e mantello in lana; il loro segno di riconoscimento era l’infula, una benda di lana (rossa o bianca) che le copriva il capo a denotare inviolabilità. Erano scelte dal sommo pontefice tra fanciulle dai 6 ai 10 anni e il loro servizio durava 30 anni, poi erano libere da ogni vincolo.

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Vestali: destini di donne

Le vestali erano donne cui si demandava la custodia del fuoco sacro dello Stato inteso come focolare collettivo; questo le attribuiva prestigio ed autorità.

Erano scelte prive di imperfezioni fisiche tra le famiglie di alto rango, quindi con un corpo bellissimo cui dovevano imporre però astinenza sessuale molto dura, almeno per 30 anni..

Una totale astinenza sessuale e una continua alimentazione (notte e giorno) del fuoco sacro comportava sacrifici ed una vita comunitaria di stile ‘conventuale’.

Avevano l’assoluto potere di graziare e ridare la vita ad un condannato a morte, me se avevano rapporti sessuali erano loro condannate a morte e la pena era orrenda: le vestali venivano sepolte vive in un campo scellerato, perchè mano umana non poteva ucciderle..

Una vita ed un destino estremo.

Privilegi

A differenza delle altre donne, le Vestali potevano uscire liberamente e godevano di diritti, privilegi ed oneri civili. Tra questi la possibilità di fare testamento, essere custodi di trattati e testamenti (grazie all’ inviolabilità del tempio e della loro persona) e potevano testimoniare senza giuramento. Mantenute a spese dello Stato, venivano anche rispettate dai magistrati che al loro passaggio abbassavano i fasci consolari. Essendo sacerdotesse consacrate alla Dea Vesta, a Roma venivano sepolte entro il pomerio (terreno consacrato per la sepoltura) e potevano chiedere la grazia per i condannati a morte incontrati casualmente.

Vestali: una focaccia ..per purificarsi.

Durante le feste di Vesta (le Vestalia dal 9 al 15 giugno) le vestali erano addette alla preparazione della ‘mola salsa’, una specie di focaccia fatta con sale, farro e acqua sorgiva, offerta alla dea e distribuita ai credenti come atto di purificazione. Con essa si preparavano gli animali al sacrificio ed il nostro termine ‘immolare’ (nel senso di sacrificare) deriva proprio da questo rito antico.

La Barbie di una sconosciuta

Si direbbe che anche più di duemila anni fa i bambini giocavano agli adulti..

Nell’area del sepolcro di Cossinia il basamento di tre gradini celava una tomba di una ragazza giovane cui era stata messa vicina la sua bambolina preferita (ora al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo a Roma presso Termini): fatta d’avorio e ornata con braccialetti d’oro nei polsi e caviglie, collana d’oro, con i capelli ‘alla moda’ di quel tempo cioè alla moda del tempo di Giulia Domna moglie dell’imperatore Settimio Severo. Probabilmente la nostra sconosciuta giovane era morta precocemente e il ricordo della sua bambolina preferita è segno di una tenerezza e raffinatezza del tutto speciale.

 

>Posizione