TEMPIO c.d. DELLA TOSSE: OCCHIO MISTERIOSO DI PAESAGGIO

A PRIMA VISTA

Scendendo o salendo lungo quello che una volta era il Clivus Tiburtinus (tratto in salita della via Tiburtina antica) tempio oculoci si imbatte in una costruzione che attrae perchè si stacca dal paesaggio agricolo con forme inaspettate.

L’armonia architettonica ci stupisce e poi ci costringe a osservarla. Sembra quasi un piccolo Pantheon, un occhio o comunque un punto simbolico su cui idealmente far ruotare le meraviglie di Villa d’Este, del Santuario d’Ercole e del paesaggio che ci circonda.

Questa piacevole vista è allietata dal piccolo gorgheggio del canale degli Ortolani lungo la via, stessa acqua dell’Aniene che ha gia’ gorgheggiato a monte nelle splendide fontane di Villa d’Este; ennesima ‘espressione’ di come questo fiume accompagna chi viene a visitare Tivoli.

 

UN PO’ DI STORIA..

Il c.d. Tempio della tosse è una costruzione per la quale mancano precise notizie o letterarie e va generalmente datato al IV sec. d.C, per l’architettura e l’opera usata, l’opus vittatum (filari di tufelli o conci calcarei con file  di laterizi). Colpì l’ attenzione dei visitatori del Santuario d’Ercole a monte e vi sono descrizioni e disegni di Pirro Ligorio, Piranesi, Giuliano da Sangallo che testimoniano l’estremo interesse del monumento.

 

RACCONTO DELL’ OPERA

E’ una costruzione robusta alla base e gradatamente più snella, costituito da un tamburo cilindrico coperto da una cupola a calotta semisferica del diametro di 12 m, dotata di un oculo.

Il cilindro si rettifica in corrispondenza di un muro di recinzione esterno tangente, dove era l’accesso antico sul Clivus tiburtinus (si conserva una soglia e l’architrave di marmo protetti da archi di scarico); un’altro ingresso era diametralmente opposto.

Si distinguono due piani: sul primo delle grandi nicchie in corpi aggettanti, sul secondo altre 7 nicchie di cui 4 semicircolari, in cui si aprono grandi finestre per la luce. La cupola è delineata da mensole in laterizio e travertino(che sostenevano una cornice oggi inesistente) e presenta tre alti gradini(di restauro) interrotti da quattro piccole scale disposte in croce: l’aspetto originale
t nicchieè ancora ignoto.

L’interno è a pianta circolare con varie nicchie (4 semicircolari e 2 rettangolari e profonde); la volta emisferica presenta l’occhio centrale da cui si dipartono nervature in laterizio, escamotage tecnico per ‘intelaiare’ la volta.

Il pavimento è assente, sono presenti piccole tessere musive relative però ad una struttura in opus reticulatum presente all’esterno, probabilmente una villa di prima età augustea, precedente alla fase del c.d. Tempio della tosse.

Età medioevale

In epoca medioevale fu destinato a luogo di culto, S.Maria di Porta Scura facendo cristo benedicenteriferimento alla galleria di passaggio del Santuario d’Ercole Vincitore, posto nelle vicinanze, denominata Porta Scura; dal santuario d’Ercole fu prelevato del materiale per i restauri ed adattamenti medioevali; fu rialzata la soglia d’accesso e ristretta la porta(come si vede). Alcune pitture presenti in alcune nicchie sono del periodo X-XIII secolo: un’ Ascensione di Gesù e una figura di Cristo benedicente.

Nei secoli successivi fu abbandonato.

 

ascensione

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

L’enigma irrisolto..

Un tempio? Un ninfeo?Una tomba?

Magari quel sepolcro della Gens Tuscia citata da Ashby: per corruzione della parola qualcuno per un gioco semiserio della storia e delle credenze ha creduto che qui, fuori le mura, fosse curata la  malattia della tosse.. Forse associato a quel Lucio Turcio, che ha ‘spianato’ il Clivus Tiburtinus, menzionato nella epigrafe più avanti lungo la strada..

Resta il dubbio, che nasce già dalla presenza a sorpresa in questa area della città.

Vista la mancanza di tanti elementi(pavimento, intonaco,marmi,etc.) l’opera, verosimilmente un atrio di una villa(secondo il Giuliani), non fu mai finita..

Una guerra?una crisi personale del proprietario che non conosciamo? Sicuramente chi ha provato a costruire una villa grandiosa aveva capito la preziosità del paesaggio tiburtino: di lì a 11 secoli dopo un cardinale eresse poco a monte la sua Villa d’Este..

tempio e luce

 

Il sole

Tra le innumerevoli attribuzioni il Sebastiani lo crede tempio del Sole..

Al tramonto vien da pensarlo: la luce chiara e radente abbraccia pienamente tutta l’architettura del tempio della Tosse e regala sensazioni che sicuramente percepivano e percepiscono i viaggiatori attenti.

 

Spunta una cupola dal.. pizzutello 

Il famoso pizzutello, l’uva di Tivoli, nota fin dall’antichità è chiamata uva corna dagli abitanti per la sua forma a punta; è un’uva polposa, croccante, da tavola, nutritiva che era apprezzata alla corte Estense come dal Papa Gregorio XVI (responsabile della creazione della Villa Gregoriana). Dal 1845 si celebra la sagra del Pizzutello, anche se oggi la produzione è fortemente diminuita.

Chi si imbatteva in questa area del paesaggio tiburtino nei primi anni del 1900, oltre a notare l’importante area industriale vedeva un tappeto uniforme a scalea fatto di coltivazioni proprio del   pizzutello, improvvisamente interrotto da una cupola armoniosa: una curiosa sintesi di agricoltura e archeologia..

 

 

MENSA PONDERARIA E SACELLO DI AUGUSTO

 UN PO’ DI STORIA..

Durante dei lavori per la ristrutturazione di un fabbricato di proprietà di Felice Genga, ubicato tra via del Duomo e via Canonica, vennero alla luce nel 1883 dei resti di un edificio poi identificato come una .

In seguito a questa scoperta vennero intrapresi altri scavi nel 1902 per implementare l’analisi del sito con
mensa2servato lungo i lati SE e NE di un seminterrato rettangolare; i muri risultano essere stati realizzati con diverse tecniche edilizie, dall’opus reticulatum all’opus incertum con frammenti residui dell’iniziale rivestimento marmoreo. Il muro in reticolato è limitato da due muri ad esso ortogonali che formano una sorta di nicchia all’interno della quale sono state riconosciute dal Lanciani appunto due mense ponderarie. Come trapezofori hanno dei pilastri marmorei decorati rispettivamente con una clava (attributo di Ercole) e un tirso (bastone divino) per la prima mensa e due tirsi e una clava per la seconda mensa.

Un iscrizione è leggibile sulla fronte delle lastre marmoree: M. Varenus, (Varenae) et M. Latridi l., Diphilus, mag(ister) Hercul(aneus) d(e) s(ua) p(ecunia) f(aciundum) c(uravit): tale iscrizione ci informa dunque che un tal Vareno, sacerdote del culto di Ercole, sovvenzionò di tasca sua i lavori per la realizzazione del monumento. Le mense presentano dei fori nella parte superiore (due nella prima e quattro nella seconda) di dimensioni diverse con le pareti scavate che formano una specie di conca priva di fondo. Di fronte ai suddetti muri che delimitano le mense sono state rinvenute due basi in muratura (m. 0,60×0,68×0,65) rivestite in giallo antico sulle quali sono leggibili due iscrizioni simili che ricordano M.Lartidius e Varena Maior, con molta probabilità i soggetti delle statue che le basi in questione dovevano sorreggere. La funzione delle mense era quella di reggere modelli, in marmo o in bronzo, di diverse misure di capacità.

Sempre durante i lavori del 1883 venne alla luce un’altra porzione del monumento: un vano delimitato da due strutture murarie, una delle quali, in reticolato, termina con un pilastro simile a quello precedentemente analizzato e anch’esso rivestito da lastre di marmo. All’interno di questa specie di nicchia ricavata tra i muri spiccano i resti di un piccolo podio marmoreo scorniciato in alto e in basso di fronte al quale fu poi aggiunto in un secondo momento, forse durante un restauro, un muro.mensa e sacello

Nel 1920 vennero effettuati dei lavori per isolare le mense dall’umidità durante i quali fu scoperto il celebre “sacello di Augusto”; si tratta di un piccolo ambiente trapezoidale sul fondo del quale è una nicchia limitata da pilastrini aggettanti in travertino. E’stata rinvenuta anche una base destinata sicuramente a sorreggere una statua; il pavimento, abbastanza conservato, è formato da rettangoli marmorei bianchi divisi da listelli di ardesia e quadrati in marmo bigio.

Tra i rinvenimenti si segnalano dei frammenti di statua riferibile a un imperatore, sebbene acefala, una testa colossale di Nerva e un’iscrizione che ricorda il liberto M. Vareno che auspica ad Augusto  felice ritorno da uno dei suoi lunghi viaggi, forse dalla Siria o forse dalle province occidentali.

I due monumenti sono  quasi covii, con il sacello probabilmente poco più tardo, come ha giustamente dedotto il Giuliani analizzando le strutture murarie in Formae Italiae, 1970.

 

CATTEDRALE DI S. LORENZO: CULTO POPOLARE NEL CUORE DI TIBUR

A PRIMA VISTA

Il miglior modo è scendere lungo via di Postera: dopo una continua discesa si apprezza l’inatteso spianamento tra continui rimandi di vissuto medioevale.

Per poi sfociare in una semplice e solenne ‘signora’: la Cattedrale di S. Lorenzo.

Sembra essersi andata a prendere il proprio posto riempiendo uno spazio urbano, connotandolo fortemente, presenziando ad un crocevia storico di strade.

La sua facciata, staccata dai bruni laterizi del campanile medioevale, con una tenue insolita tinta risponde al sole, prima che tramonti…

 

UN PO’ DI STORIA

Il Foro Tiburtino

L’essenza e l’esistenza di Tivoli è basata, per la sua collocazione geografica, sul traffico ed il commercio: l’area antistante il Duomo era proprio l’antico Foro, sede del mercato e delle attività economiche, collegata all’antichissima via di transito Abruzzo-campagna romana (attuale via del Colle, antica via Tiburtina Valeria).

Era di poco più ampia della piazza attuale; il livello pavimentale in travertino (osservato sotto l’attuale piano stradale) era più basso e l’accesso avveniva secondo le stesse direttrici odierne: Via del Duomo (discesa da destra), via di Postera e via del Colle attraverso l’Arco di S. Sinforosa.

Quest’ultimo è l’attuale arco di entrata a sinistra del Duomo, che conserva la stessa funzione, costituito da due archi in opera laterizia (di cui restano delle tracce), coronati da cornici non più visibili: era la sistemazione monumentale dell’ingresso al foro di età imperiale, segno dell’importanza di questo snodo viario-commerciale e della continuità spaziale che si può leggere nell’urbanistica tiburtina.

L’importanza e la ricchezza economica accumulata era denotata probabilmente da una serie di edifici pubblici e monumenti onorari che creavano l’ambiente del foro .

Tra questi la Mensa Ponderaria e l’Augusteum (vedi Qrcode relativo); di seguito a questi era posto un edificio absidato in opus incertum di calcare, i cui resti sono visibili alle spalle dell’abside seicentesca del Duomo e nei suoi sotterranei. Ancora di difficile interpretazione: taluni lo hanno identificato come un’estensione del santuario d’Ercole o un tempio d’Ercole autonomo(durante gli scavi per l’edificazione del Duomo è stata trovata una base marmorea con dedica ad Ercole).

Non escludendo nè un tempio nè una basilica il Giuliani ipotizza anche un’area absidale terminale del foro.

 

La Cattedrale di S. Lorenzo

La costruzione di questa cattedrale fu l’evento più importante nel panorama storico-artistico del ‘600 tiburtino.

La chiesa, fondata secondo alcune ipotesi all’epoca di Costantino (306-337 d.C.) o del papa tiburtino Simplicio (486-483), riutilizzò l’edificio absidato romano(di cui sopra) ed è già sicuramente edificata nel IX secolo(citata nel ‘Liber Pontificalis’, vita di Papa Leone III); fu ricostruita nelle classiche forme romaniche tra XI e XII secolo, visibili ancora  nel campanile(tranne la piramide terminale che è posticcia).

Al fervore edilizio medioevale seguì una fase di grave degrado cui riparò l’intervento del Cardinale e vescovo di Tivoli Giulio Roma (1634-1652) che decise di ricostruirla; la cattedrale venne eretta nel 1641 e dedicata nel 1650, poi consacrata solennemente il 27 ottobre 1669 dall’altro cardinale che si prodigò molto per la cattedrale, Marcello Santacroce .

Il modello è lo schema di chiesa gesuitica che a fine ‘500 aveva segnato una svolta nella concezione dell’architettura religiosa: navata unica e cappelle laterali ridotte, transetto breve o inesistente (come qui a Tivoli).

Lo scopo era guidare il fedele verso il raccoglimento e la predicazione, creando un ambiente ad hoc.

Studi recenti hanno messo in luce aspetti molto interessanti:

-la ricostruzione non fu a fundamentis (dalla fondazione, come invece indicato nella iscrizione della controfacciata) ma si sarebbe limitata all’arretramento dell’abside nell’area presbiteriale rispetto al pendio che circonda l’edificio, caratterizzato da alta umidità, creando un’intercapedine di protezione (quest’area di Tivoli risente del banco di concrezioni calcaree travertinose e della presenza di antichi canali come la Forma che alimentava il Lavatoio adiacente)

– i muri longitudinali conservarono buona parte degli alzati romani o medioevali.

L’insediamento della cattedrale nell’area del foro può essere connessa ancora alla vicinanza strategica della Via Tiburtina Valeria e alla presenza nelle vicinanze dell’oratorio di S.Alessandro.

 

RACCONTO DELL’OPERA

La facciata ed il campanile

La facciata è di un barocco abbastanza sobrio, con aggiunta di un portico con archi a tutto sesto e paraste, che custodisce un affresco del XVI secolo raffigurante la Vergine Annunziata.

E’ presente l’iscrizione dedicatoria “DIVO LAURENTIO IULIUS CARDINALIS ROMA DICAVIT ANNO SAL(utis) MDCL “

(Al Divo Lorenzo dedicò il Cardinal Giulio Roma nell’anno di salute 1650).

La torre campanaria datata XI secolo è alta quasi 47 m con finestre monofore, bifore e cornici dentellate; la cuspide piramidale è di epoca posteriore. Il campanile è la testimonianza dell’antica cattedrale, forse un involontario simbolo di conservazione delle radici cristiane e storiche pur nel rinnovamento seicentesco.

L’interno

Le 3 navate sono scandite da pilastri che inglobano le antiche colonne corinzie; la navata maggiore ha volta a botte con finestre.

Abside- volta -controfacciata: la decorazione di questi elementi architettonici (finita nel 1817) fu voluta da papa Pio VII Chiaramonti  proprio per esaltare, insieme a S. Lorenzo, le figure dei santi tiburtini; il suo stemma è nel sott’arco dell’abside.

Entrando in controfacciata troviamo, dipinti a monocromo, S.Amanzio e S.Cleto (di cui si conservano reliquie in cattedrale), ai lati del finestrone inizia la raffigurazione entro tondi dei 12 Apostoli, che continua poi nella volta(strombi delle vele). La volta accoglie in 3 riquadri dall’entrata: personificazione dell’Eucarestia e Sante Irundine, Romula e Redenta, la Gloria di S.Lorenzo, personificazione della Religione con i santi Severino, Quirino e Vincenzo.

Nel catino absidale è la Chiesa trionfante: una schiera di Santi lungo il semicerchio acclamano la Trinità, accanto al Cristo centrale, l’Eterno e la Vergine.

Tutta la decorazione è attribuita a Carlo Labruzzi(pittore neoclassico, fratello di Pietro).

L’altare maggiore (fatto nel 1704) è riccamente decorato con marmi policromi, putti e cherubini in marmo bianco, ai lati della grata in ottone; l’iscrizione nello scudo a sinistra ci indica che l’altare è dedicato a S.Generoso, martire tiburtino, le cui reliquie sono qui serbate, protette dalla grata col monogramma di Cristo.

Sopra l’altare maggiore la bella tela del Pietro Labruzzi (1739-1805) con S. Lorenzo davanti al giudice prima del martirio, in cui un angelo offre la classica palma del martirio, mentre un uomo prepara l’atroce pena, la graticola ardente (che poi assurge ad attributo del Santo); in alto si osserva il tempio circolare dell’acropoli di Tivoli, ulteriore segno del legame con questa città.

Navata sinistra: 

– Cappella dei Martiri Persiani o di San Mario, edificata a cura di Mario Carlo Mancini, nobile tiburtino, in onore dello zio, Mario Mancini Lupi altro notabile agli ordini di Gregorio XIII e Sisto V; fu eretto un monumento funebre in suo onore (con la raffigurazione della morte) e fu affidata la decorazione a Bartolomeo Colombo allievo di Pietro da Cortona, con le ‘Storie dei Santi Mario, Marta, Audiface e Abacuc’ e la loro ‘Gloria’.

E’ presente il monumento funebre del vescovo tiburtino Angelo Lupo(che si prodigò molto per la cattedrale), bell’esempio di arte scultorea del ‘400.

– Presso l’entrata laterale l’altro importante monumento funebre di Angelo Leonini(XVI sec.), vescovo di Tivoli nei primi del ‘500; una delle poche testimonianze dell’ antica cattedrale, che secondo alcuni autori richiama uno schema architettonico ideato dal Sansovino (1467-1529) in monumenti funebri di S.Maria del Popolo e S.Maria all’Aracoeli in Roma.1

Lungo la navata sinistra è ad oggi possibile ammirare la sagrestia (vedere il Qrcode “i Tesori del Duomo”) grazie al restauro conservativo ed artistico realizzati dall’ impresa ARIEM RESTAURI srl di Roma tra la fine del 2011 ed il giugno 2014.

Edificata dal Cardinal Santacroce nel 1657 (Vescovo di Tivoli, dal 1652 al 1674), secondo documenti del Fondo Santacroce nell’archivio di Stato è da attribuire  a Giovan Antonio de Rossi  anche se è detta ‘berniniana’ per un interessamento che il celebre architetto avrebbe avuto nel disegnare pianta e alzato, secondo ipotesi recenti.

Navata destra:

– Cappella del Crocifisso: le pareti laterali e la volta sono state decorate nel XIX secolo con storie della Passione di Gesù; il Crocifisso ligneo può essere ascritto al XV secolo, di buona produzione artigianale e l’altare è impreziosito da marmi policromi.

– Cappella dell’Immacolata Concezione: la cappella è particolarmente legata alla comunità di Tivoli che fece voto di erigere una statua votiva alla Vergine in occasione della peste del 1656 ed il cardinal Santacroce scelse la cattedrale per ospitarla.

La nicchia centrale ospita la statua dell’Immacolata Concezione,  una notevole opera di Christophe Veyrier(1637-1689), inizialmente attribuita al Bernini dal Sebastiani; altre nicchie ospitano le 4 Virtù cardinali, opere di ambito romano; la decorazione pittorica(‘Gloria Celeste’ nella volta, ‘Santi’ nei pennacchi, nelle lunette ‘Natività’, ‘Adorazione dei Pastori’, ‘Fuga in Egitto’) è opera di G.F.Grimaldi(1606-1680), allievo di Pietro da Cortona.

– Cappella di S.Lorenzo : subito dopo l’edificazione della chiesa iniziò l’abbellimento della cappella dedicata al santo titolare. Sull’altare vi è una pala molto significativa, raffigurante un’ Apparizione di Gesù Bambino e S.Giuseppe a S.Lorenzo, S.Sinforosa e Simplicio papa: S.Sinforosa è un’altra martire tiburtina molto venerata a Tivoli, il cui supplizio con i suoi sette figli avvenne sotto l’imperatore Adriano.

Da notare una forte sensibilità cromatica, una stesura omogenea del colore, una compostezza armonica dell’opera con una luce che evidenzia soprattutto il volto di S.Sinforosa. L’opera si colloca tra l’XVIII e il XIX secolo.

Nelle pareti laterali sono grandi tele che illustrano la vita del santo: ‘San Lorenzo distribuisce elemosine ai poveri’, ‘S.Lorenzo in prigione battezza S.Ippolito’, ‘Arresto di S.Lorenzo’,  ‘Trasporto del corpo di S.Lorenzo’, attribuite le prime due a Pietro Locatelli, le altre a Ludovico Gimignani, autori della seconda metà del ‘600.

 

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Ercole e S. Lorenzo: padri tutelari di Tivoli

In epoca romana Ercole fu l’eroe mitologico tutelare di Tivoli, che fu detta per questo ‘erculea’; era custode delle vie del traffico, sostenitore della ricchezza ottenuta con il commercio ed il lavoro, quindi una divinità perfetta per questa città.

L’importanza fondamentale del culto di Ercole è testimoniata dal suo grandioso Santuario eretto proprio a ridosso della via Tiburtina, con un apparato architettonico sostruttivo imponente sulla ripida Valle dell’Aniene.SOSTRUZIONI SANTUARIO

 

  1. Lorenzo era un diacono, che aveva compiti sia pastorali sia amministrativi legati alla gestione del patrimonio e dei beni della chiesa; aveva a che fare con la finanza e gli affari, e svolse oltre che a Roma anche a Tivoli importanti attività guida nella gestione dei beni della Chiesa.

La strage contro i cristiani, ordinata nel 257-258 d.C. da Valeriano, voleva colpire anche l’assetto economico e sociale della Chiesa romana: tra il 6 ed il 10 agosto 258 furono trucidati i diaconi ed i presbiteri, tra cui S. Lorenzo condannato alla graticola.

Il martirio impressionò molto e la figura di S. Lorenzo divenne cara al popolo così come ai patrizi: era un riferimento spirituale legato agli aspetti pratici ed economici della vita, così come per altri versi e in piena epoca pagana lo era Ercole(tra l’altro anche lui morto tra le fiamme).

  1. Lorenzo (protettore anche dei cuochi e dei rosticceri) diventò patrono di Tivoli, festeggiato ogni anno il 10 di agosto dalla comunità di Tivoli ed a lui fu dedicata la Cattedrale sorta proprio sui resti del Foro Tiburtino.

Tivoli ha avuto così due ‘padri’ carismatici, uno in epoca pagana ed uno in epoca cristiana e attuale, che simbolizzano il bisogno di un ruolo-guida di una comunità.

 

La campana del forestiero

Tivoli è da sempre città di passaggio, per attività di pastorizia, commercio, pellegrinaggio, turismo.

Non sorprende che quindi delle 4 campane presenti nel campanile in epoca settecentesca una era dedicata proprio ai forestieri, perchè suonava solo in occasione della morte di persone che venivano a visitare la città.

 

S. PIETRO ALLA CARITA’, RITORNO ALLE ORIGINI


Church

 

A PRIMA VISTA                                                                                                                                                                                                         

Arrivati di fronte il monumento, la piazza incavata sotto il livello stradale, il campanile quadrato, la chiesa con l’ alta facciata e le navate laterali sembrano come avvolgerti in un caloroso abbraccio per condurti verso l’ingresso.

Una volta entrati, la quiete.  s pietro2

Come di ritorno a casa dopo un lungo viaggio, si è avvolti da un senso di estrema serenità e tranquillità. La penombra creata da alcune candele accese e dalle finestre semicircolari della navata centrale e dell’ abside, plasmano le snelle colonne che conducono  la visuale dell’ osservatore appena entrato verso il cuore cristiano dell’ ambiente, l’ altare con i due crocifissi.

La nudità della chiesa dimostra come l’ architettura attraverso la semplicità della forma e degli elementi impiegati, possa rendere uno spazio tanto tenebroso quanto equilibrato. Lungo la navata centrale, le colonne sormontate da arcate a tutto sesto in laterizio, sembrano danzare, in punta di piedi, abbracciando come in un ballo popolare, i fedeli ed il meraviglioso pavimento cosmatesco in marmi policromi.

Uscendo ci si sente sollevati,  consapevoli di essere stati anche solo per un istante, in pace.

UN PO’ DI STORIA ..

La fondazione della Chiesa risale al V sec. quando il tiburtino Papa Simplicio tenne la tiara pontificia (468- 483), anche se la prima menzione si ebbe nella biografia di Leone III, dove nel “Liber Pontificalis”, viene citata come “S.Petrus Major”.E’ detta “S. Pietro alla Carità” dal nome della confraternita che ne celebrava le sacre funzioni. L’ esistenza di un edificio ecclesiastico dedicato a S. Pietro è dimostrata grazie ai ritrovamenti di antiche strutture emerse sotto il pavimento. L’ aspetto attuale risale al ripristino avvenuto nel 1951 a seguito della guerra che distrusse completamente l’ aspetto barocco della chiesa e che fece riemergere quello romanico. L’ implosione della copertura comportò la distruzione delle decorazioni delle diverse murature, degli altari e delle superfetazioni barocche. Di fatti, tra il XVI ed il XVII secolo, furono apportate sostanziali modifiche che stravolsero completamente l’ aspetto romanico del bene. Le pareti, una volta decorate da splendidi affreschi della scuola romana della metà del XII sec. ( tuttora visibili nelle navate laterali e nella scarsella della cripta) ,vennero impreziosite “da moderni intonachi e decorazioni di greve gusto paesano”. Liberata dalle macerie e demolite le recenti aggiunte (anche ottocentesche) , la chiesa si rivelò nella sua attuale bellezza romanica priva di ornamenti così si decise il ripristino del primitivo aspetto.

RACCONTO DELL’ OPERA

Il prospetto riflette la distribuzione interna con la navata centrale e le due minori laterali. La muratura originaria in cortina muraria in laterizio faccia vista, è interrotta da tre portali d’ ingresso (due dei quali tamponati), incorniciati da fasce di travertino con modanature classiche. A dare luce alla navata principale, oltre alle bucature interne, due finestrelle a tutto sesto ed una circolare posta nel timpano triangolare con cornice-marcapiano costituita da dentelli e mattoni disposti a dente di sega, come quelli del vicino campanile medievale. Le colonne poste ai lati del portale principale ricordano che probabilmentela chiesa era preceduta da un portico sostenuto da colonne e coperto da tre volte, i cui archi sono ancora visibili in facciata. Il campanile (XIII-XIV sec.) a pianta quadrata, è originario  solo nella parte basamentale e nel primo piano con doppie finestre a tutto sesto su ogni lato. La muratura regolare mista di tufelli e pietra calcarea è di fatti differente dall’ ultimo livello della cella campanaria del XIV secolo. I capochiavi del prospetto laterale testimoniamo il consolidamento reso necessario a causa dell’ inidonea apertura nella parte interna del basamento. Per risolvere il problema statico si è deciso di ammorsare attraverso tiranti metallici i due muri ortogonali del campanile. La pianta di tipo basilicale presenta una lunga navata centrale coperta da capriate in legno e da 18 colonne di ordine ionipavimento san pietro okco sormontate da arcate a tutto sesto,che la dividono dalle due navate laterali. Priva di transetto,quella centrale decorata da uno splendido pavimento cosmatesco, termina in un abside semicircolare in cui si trova l’ altare. Le 12 colonne originarie  presentano il fusto in marmo cipollino e capitelli di varia fattura. Probabilmente elementi di reimpiego ricavati da Villa Adriana o  dalla Villa di Quinto Cecilio Pio Metello, che doveva sorgere nelle vicinanze. Proprio per rendere leggibile l’ intervento di restauro,  le 5 mancanti sono state ricostituite con travertino lasciato rustico, mentre i capitelli mancanti seppur richiamano quelli originari, vengono realizzati con forme stilizzate. Il Crocchiante afferma che al tempo di Papa Paolo III (1534-1550) ne era stato effettuato il prelievo. Quattro di esse infatti si trovano nel sepolcro di Sisto V in S. Maria Maggiore. Il restauro ha preso in esame anche il presbiterio sistemato, come in coeve chiese del Lazio e di Roma, con gradinate frontali inquadranti la fenestella confessionis (rinvenuta durante il restauro) comunicante con la cripta sotto l’ altare.

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Ingegno costruttivo della pianta basilicale

Nell’ impianto la Chiesa ricorda la tipica architettura medievale con tre navate ma il rilievo ha dimostrato l’ esistenza di un arteficio costruttivo:  l’ accentuazione prospettica verso l’ abside. Di fatti, in pianta le quattro linee longitudinali (le due degli ordini e le due dei muri perimetrali) non sono parallele tra di loro ma in fondo tendono ad avvicinarsi; intelligente metodo che aumenta prospetticamente la profondità della navata centrale.

La cripta tra suoni e visioni di Villa d’ Estescarsella

Sotto il presbiterio si trova la cripta che ne riprende l’ impianto ma presenta lungo l’ asse longitudinale una scarsella rettangolare con l’ altare dedicato al Battista e splendidamente ornata da un affresco. La fenestella confessionis , reinvenuta durante il restauro della Chiesa, mette in comunicazione la cripta con la navata centrale permettendo anticamente ai fedeli di vedere i sacri sepolcri e di avvicinarsi a essi il più possibile pur senza venirne a contatto immediato. La bellezza della cripta risiede nella particolare voltatura su una massiccia colonna  lapidea sostenente la volta semianulare, simile a quella della coeva Chiesa di S. Silvestro. Scendendo dalla scalinata destra è possibile affacciarsi su Villa d’ Este ed ammirare la fontana dell’ Organo che ogni due ore, a partire dalle 10,30 di ogni giorno, allieta i visitatori ed il vicinato con la sua splendida musica.

La cortina muraria interna

A seguito del restauro che vide il distacco degli intonachi moderni, rinvenì la cortina classica in laterizio in  “tegulae fractae” (spezzoni di tegole) tipiche della Roma del I e II secolo ed in seguito del medioevo, che avevo la funzione di coprire il  conglomerato interno della muratura. L’ intervento vide la rimessa in luce e la ricostituzione delle parti mancanti in sottosquadro proprio per rendere leggibile le parti non originarie.

L’ altare “matrioska”

L’ altare maggiore è costituito da un sarcofago in marmo alabastrino, probabilmente di epoca medievale, concesso in dono dai canonici della Cattedrale di S. Lorenzo alla chiesa della Carità. Inizialmente era posizionato nel portico di accesso al Duomo ed in seguito fu messo nel presbiterio di S. Pietro. Al momento dell’ apertura all’ interno se ne trovò uno minore simile ma in marmo bianco che fu impiegato come altare minore. L’ altro invece fu eseguito in egual modo ma in travertino.

Gli affreschi della scuola romana

Nel XII secolo molte chiese di Tivoli furono arricchite da sculture lignee e da splendidi cicli pittorici, come quelli originali dell’ abside della chiesa di S. Silvestro. Tra i monumenti religiosi coinvolti ricordiamo S. Andrea, S. Stefano, S. Lorenzo, S. Biagio, S. Caterina, S. Michele, S. Nicola in Selce e la già menzionata chiesa di S. Silvestro. Per quanto riguarda S. Pietro alla Carità, le pareti erano completamente decorate da affreschi ancora in sito alla visita pastorale del 1581. Nel 1720 inoltre erano ancora leggibili quelli dell’ abside  rappresenti uno svolgimento iconografico simile a quello di S. Silvestro, con Cristo tra i santi Pietro e Paolo nella città di Gerusalemme e Betlemme e al di sotto i dodici agnelli apostolici vicini all’ agnello mistico. Tuttora, oltre a quello presente nella scarsella della cripta,ne rimangono solamente due conservati nelle navate laterali. A quella sinistra, la Madonna in trono fra i santi Pietro e Paolo mentre a destra il Cristo Crocifisso tra la Madonna e S. Giovanni Evangelista.

> Posizione

Latitudine: 41.9642829

Longitudine: 12.796584499999994

 

SEPOLCRO DELLA VESTALE COSSINIA: MEMORIE LUNGO IL FIUME


monument

 

A PRIMA VISTAvestale

Sorpresa, ammirazione insieme ad un po’ di sconcerto.

Questo si può provare una volta arrivati a scoprire qui una perla archeologica di assoluto valore, un unicum di Tivoli:

l’unico sepolcro di una Vestale finora conosciuto, quello della Vestale Cossinia.

Lo scenario è quello delle rive dell’Aniene, che qui scorre ancora placido, trasformato in un piccolo bacino artificiale, con ancora un buon grado di naturalità denotato da una simpatica colonia di uccelli acquatici (anatre e germani reali) e con una folta vegetazione ripariale.

Il sepolcro di Cossinia emerge quasi a sorpresa, compreso in un area di forte transito giornaliero per la presenza della Stazione, di una scuola e sede INPS; il contesto certo non fa presagire un sito sacrale funerario in riva al fiume.

L’area del sepolcro (in realtà i sepolcri sono due di diverse fasi) ha un fortissimo valore simbolico storico ed archeologico, ma è purtroppo connotata da un degrado ed abbandono per il quale lasciamo a voi ogni commento, pensando all’ elevato profilo culturale e sentimentale di questo luogo.

UN PO’ DI STORIA..bambolina vestale cossinia

Il rinvenimento

La scoperta avvenne nel 1929 in seguito ad un evento franoso interessante la scarpata fluviale. Venne alla luce un elegante ara marmorea su cinque gradini; con gli scavi successivi che subito si iniziarono fu trovato un altro complesso di tre gradoni di travertino all’inizio interpretati come base per una statua della vestale Cossinia. In realtà al di sotto dei tre gradoni fu anche trovata una sepoltura con il corpo di un’altra donna, dalla dentatura ancora bianca, corredato di una bambolina d’avorio e da un cofanetto d’ambra che furono associate, erroneamente,  con l’aspetto più innocente ed umano dell’austera sacerdotessa. Tale bambolina è ora conservata al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo a Roma (presso Termini).

L’ara sepolcrale mostra frontalmente l’iscrizione

V(irgini) V(estali)

Cossiniae

L(ucii)f(iliae),

cioè la dedica alla vestale figlia di Lucio Cossinio, inserita in una ghirlanda di foglie di quercia e ghiande, con la sacra infula (cioè la benda sacra che indossavano le vestali); al di sotto è il nome del dedicante L.Cossinius Electus (un parente o forse un liberto).

Nel retro appare invece:

Undecies  senis quod Vestae paruit annis,sepolcro vestale cossinia

 hic sita virgo, manu populi delata, quiescit.

L(ocus) d(atus) s(enatus) c(onsulto)

cioè tradotto :

“Dopo aver servito Vesta per un periodo uguale a undici volte l’età che aveva al suo ingresso al sacerdozio, qui riposa la vergine, trasportata a braccia di popolo. II terreno per la sepoltura è stato assegnato per decreto del senato”

Visto che le vestali erano ammesse all’esercizio del culto tra i 6 ed i 10 anni, Cossinia doveva avere più di 70 anni e quindi non di certo la giovane donna sepolta accanto con a corredo la bambolina. Sicuramente era venerata dal popolo tiburtino che la trasportò fisicamente sulle rive del fiume, come segno di estrema gratitudine per il suo lungo servizio al ‘fuoco’ di Tivoli.

Chi erano Vesta e le Vestali

Vesta era una dea protettrice del focolare domestico, della pace familiare e prosperità.

Un culto arcaico, fatto risalire a Numa Pompilio ma già proveniente dalla Grecia col nome di Estia (sorella di Zeus e figlia di Crono e Rea). Ogni città aveva il suo tempio di Vesta, con il focolare della patria, dato che lo stato era considerato un insieme vincolato di famiglie.

A Roma sorgeva nel Foro Romano, a Tivoli secondo un’ipotesi sorgeva sull’acropoli sospesa sui baratri dell’Aniene (Villa Gregoriana) ma la toponomastica medioevale lo pone anche in un’area denominata Vesta (zona del Reserraglio); il tempio aveva la una forma circolare che ricordava le vecchie capanne del Lazio.

Il fuoco sacro era sempre mantenuto acceso nel tempio dalle sacerdotesse vergini (come la dea stessa) dette  le Vestali.

Erano vestite totalmente di bianco con una tunica, una stola(sopraveste) e mantello in lana; il loro segno di riconoscimento era l’infula, una benda di lana (rossa o bianca) che le copriva il capo a denotare inviolabilità. Erano scelte dal sommo pontefice tra fanciulle dai 6 ai 10 anni e il loro servizio durava 30 anni, poi erano libere da ogni vincolo.

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Vestali: destini di donne

Le vestali erano donne cui si demandava la custodia del fuoco sacro dello Stato inteso come focolare collettivo; questo le attribuiva prestigio ed autorità.

Erano scelte prive di imperfezioni fisiche tra le famiglie di alto rango, quindi con un corpo bellissimo cui dovevano imporre però astinenza sessuale molto dura, almeno per 30 anni..

Una totale astinenza sessuale e una continua alimentazione (notte e giorno) del fuoco sacro comportava sacrifici ed una vita comunitaria di stile ‘conventuale’.

Avevano l’assoluto potere di graziare e ridare la vita ad un condannato a morte, me se avevano rapporti sessuali erano loro condannate a morte e la pena era orrenda: le vestali venivano sepolte vive in un campo scellerato, perchè mano umana non poteva ucciderle..

Una vita ed un destino estremo.

Privilegi

A differenza delle altre donne, le Vestali potevano uscire liberamente e godevano di diritti, privilegi ed oneri civili. Tra questi la possibilità di fare testamento, essere custodi di trattati e testamenti (grazie all’ inviolabilità del tempio e della loro persona) e potevano testimoniare senza giuramento. Mantenute a spese dello Stato, venivano anche rispettate dai magistrati che al loro passaggio abbassavano i fasci consolari. Essendo sacerdotesse consacrate alla Dea Vesta, a Roma venivano sepolte entro il pomerio (terreno consacrato per la sepoltura) e potevano chiedere la grazia per i condannati a morte incontrati casualmente.

Vestali: una focaccia ..per purificarsi.

Durante le feste di Vesta (le Vestalia dal 9 al 15 giugno) le vestali erano addette alla preparazione della ‘mola salsa’, una specie di focaccia fatta con sale, farro e acqua sorgiva, offerta alla dea e distribuita ai credenti come atto di purificazione. Con essa si preparavano gli animali al sacrificio ed il nostro termine ‘immolare’ (nel senso di sacrificare) deriva proprio da questo rito antico.

La Barbie di una sconosciuta

Si direbbe che anche più di duemila anni fa i bambini giocavano agli adulti..

Nell’area del sepolcro di Cossinia il basamento di tre gradini celava una tomba di una ragazza giovane cui era stata messa vicina la sua bambolina preferita (ora al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo a Roma presso Termini): fatta d’avorio e ornata con braccialetti d’oro nei polsi e caviglie, collana d’oro, con i capelli ‘alla moda’ di quel tempo cioè alla moda del tempo di Giulia Domna moglie dell’imperatore Settimio Severo. Probabilmente la nostra sconosciuta giovane era morta precocemente e il ricordo della sua bambolina preferita è segno di una tenerezza e raffinatezza del tutto speciale.

 

>Posizione

LA CASA GOTICA, ARMONIA DI UN’ ARCHITETTURA MEDIEVALE

monument

A PRIMA VISTA

via campitelliPasseggiando per  via Campitelli è impossibile non rimanere incantati dalla bellezza rustica degli edifici e dall’ accurata esecuzione stilistica dell’ insieme: la muratura a vista, le cornici delle bucature, il bugnato dei portali, le falde delle coperture in legno e laterizio e la lunga scalinata avvolta dall’ edilizia storica. Scendendo lungo la via, la Casa gotica rimane nascosta sulla sinistra e solo un visitatore scrupoloso può riuscire nell’ immediato a scorgerne la presenza. Prevale da subito la forte realtà costruttiva ed estetica del profferlo , elemento d’ ingresso al piano terra, che con la scala laterale nasconde l’ arretrato prospetto principale. La bellezza risiede nell’ estrema minuziosità degli elementi in primo piano (la colonna di reimpiego o gli archetti ornamentali) e la semplicità della facciata con le tre  bucature decentrate sulla sinistra. Insieme al profferlo accentuano ancora di più la voluta asimmetria dell’ insieme verso la visuale principale, quella in asse con la via, adornata da preesistenze medievali e rinascimentali di una diligente particolarità.

RACCONTO DELL’ OPERA

La Casa Gotica, fa parte di una serie di case nate isolate in epoca medievale ed unificate in epoche successive. La prima fase costruttiva si sviluppa tra il XII e XIII secolo, periodo in cui diviene predominante l’ utilizzo delle cortine in pietra locale. Il prospetto principale (9,75 m x 12 m di h sino al colmo), è delimitato da cantonali in conci squadrati di peperino e costituito da una superficie muraria in muratura irregolare intonacata. Il periodo costruttivo che ha conferito l’ aspetto attuale è quello tra il XIII-XIV sec. quando viene costruito il profferlo, elemento aggettante  collegato ad una una scala a una sola rampa con gradini diEdicola recupero di lastre in peperino, che correndo lungo la facciata dell’edificio porta all’ attuale ingresso dell’ abitazione posto al primo piano. Ad interrompere la linearità della scala, l’ edicola in muratura intonacata, originariamente era affrescata su entrambi i lati mentre ora ne è leggibile solo una parte in cui è raffigurata una Madonna con Bambino. Al piano terra, anticamente adibito a bottega, delinea il vano d’ ingresso (1,80 x h 2,65 m), una ghiera in laterizio a sesto ribassato dalla tipica tipologia  a piattabanda. Comune ornamento di Tivoli dal XI-XII sec., é costituito da materiale di risulta (in genere bipedali, intorno ai 0,30 m) accuratamente selezionato per ottenere delle voltature perfette. Il magnifico profferlo (4,55 cm x h 3,60 m) è costituito da diverse tipologie murarie nonché da una colonna classica con fusto in granito,probabilmente originaria di Villa Adriana, testimone della pratica del reimpiego tipica del XII-XIII secolo che nel nostro caso non è imputabile a criteri di risparmio o disponibilità ma piuttosto ad un  richiamo simbolico con il passato  della contemporanea rinascita comunale. La differenza tra i paramenti murari del profferlo e quella del  prospetto principale, testimonia il divario cronologico tra le due costruzioni. Dal rilievo eseguito dall’ Arch.  M. Di Lorenzo, si sono riscontrate principalmente  tre tipologie murarie: muratura in tufelli di travertino e pietra calcarea nel cantonale sinistro, muratura in blocchetti calcarei e tufacei irregolari nella mezzeria e muratura irregolare ( calcare compatto, tufo e laterizio) nella parte sommitale. Opposta alla materia costruttiva, la colonna portante alta 1,92 m, con i suoi elementi classici (definiti dall’ Alberti “redivivus” ossia “di rimpiego”) come il fusto in granito (raggio di circa 30 cm), la base attica ed il capitello ionico angolare di epoca imperiale, conferisce estrema eleganza all’ insieme. Sopra il piedistallo in travertino, la base attica in marmo,ben proporzionata, presenta come modanature dal basso verso l’ alto, il plinto, il toro inferiore, la scozia ed il toro superiore. Il capitello ionico di epoca imperiale , reimpiegato e posizionato al contrario, ha le volute ioniche con il fronte rivolto a destra. La lucentezza dei diversi microcristalli del marmo presente nel capitello , in alcune mensole degli archetti e nella base dell’ ordine, e’ offuscata dal degrado ed é riconoscibile solo nelle parti frammentate degli elementi. A questo periodo risalgono anche le attuali bucature del prospetto principale, la porta d’ ingresso al primo piano con cornice a sesto acuto in conci di peperino squadrato e le due a tutto sesto del secondo livello.  Nella terza fase, tra il XV-XVI secolo, la Casa non subisce trasformazioni se non nell’ assetto distributivo. Di fatti, l’ ingresso al primo e secondo piano viene posto sul prospetto lungo via Campitelli dove tuttora attraverso il cancello è possibile ammirare il cortile con la splendida fontana riconducibile allo stile rustico di Villa d’ Este e di alcune fontane monumentali del periodo, tipiche della cerchia di Pirro Ligorio ed Alberto Galvani (seconda metà XVI sec.). Viene definita “del pipistrello” in quanto la vasca che raccoglie l’ acqua inquadrata dalla nicchia e dall’ ordine sormontato da timpano triangolare, ricorda nella forma il mammifero. Di questo periodo sono anche le attuali finestre del prospetto su via Campitelli. Sostanzialmente, quello principale è rimasto inalterato dalla fine del XIV secolo ,le modifiche apportate fino al periodo moderno (XIX sec. )riguardano solo frazionamenti delle proprietà e modifiche interne distributive e funzionali.  La bellezza stilistica e costruttiva è rimasta invariata nel tempo e ad oggi, è quindi ancora possibile contemplare il monumento con lo stesso sguardo degli antichi.

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

L’ edilizia “campestre” di via Campitelli

Via Campitelli costituisce l’ asse maggiore del settore urbano di ponente di Tivoli. Dall’ andamento acclive, collega due importanti chiese di origine paleocristiana della città (XII sec.), la Chiesa di San Pietro alla Carità e quella di S. Silvestro ,quest’ ultima presso l’ antico tracciato della via Tiburtina, l’ odierna via del Colle. A causa di diversi rinvenimenti classici, l’ origine della via è riconducibile all’ epoca romana. Nel medioevo continua ad essere esterna alle mura come le due chiese, che secondo l’ uso comune delle località minori, venivano ubicate fuori dalla cerchia muraria. Data la vicinanza della via Tiburtina, arteria importante di traffico verso Roma, la via faceva parte di un’ edilizia di saturazione fra il borgo e il Santuario d’ Ercole Vincitore ed era costituita prevalentemente da case unifamiliari a schiera di contadini e pastori. L’ accesso su strada avveniva tramite scala interna od esterna che conduceva alla residenza a livello superiore mentre a livello inferiore, attività commerciali ed artigianali. Un sito ed un’ edilizia “campestre”, di “casupole ammassate nel borgo medievale” ,da cui probabilmente l’ origine del nome “Campitelli”. La “bellezza pittorica” dell’ insieme, con le torri, le preesistenze storiche e l’architettura civile, fece divenire Tivoli una delle tappe del famigerato itinerario europeo del Grand Tour lasciandoci in eredità dipinti, disegni ,incisioni e romantiche poesie di personaggi illustri.

La colonna “ionica”

Di straordinaria bellezza, l’ echino con kyma ionico del capitello della colonna portante, presenta quattro ovuli “dallo sguscio poco profondo separati da freccette leggermente cuspidate e raccordato con le volute da semipalmette”.

Maestranze esterne?

La tipologia di profferlo (con motivi decorativi arabi come gli archetti ornamentali) e l’ edicola in muratura intonacata posta a metà della scala, unici elementi rinvenuti a Tivoli, fanno pensare che le maestranze della costruzione non fossero locali. L’ area di maggior diffusione del profferlo è il Lazio in particolare Viterbo con esempi come la casa della Poscia e la casa di Piazza Cappella mentre per quanto riguarda l’ edicola si trovano rari esempi sempre nel Lazio come nel campanile del Duomo di Gaeta e di Terracina.

Ritrovamenti nelle vicinanze

La manutenzione di un pluviale incassato nella muratura di un edificio adiacente la Casa Gotica , ha riportato alla luce un capitello corinzieggiante figurato (tuttora visibile) con fusto presumibilmente anch’ essi adrianei.

Le Fontane Rinascimentali di Tivoli

Per impreziosire l’ ingresso di Villa d’ Este, tra il XV-XVI secolo furono edificate lungo il tragitto diverse fontane che stilisticamente riconducevano all’ architettura della Villa nonché agli archi monumentali romani seguendo una linea estetica tra misto di eleganza e di rustico. Esempi sono la Fontana dei Votani presso Porta del Colle e la fontana adiacente la Chiesa di S. Silvestro, con il meraviglioso coronamento ad attico sormontato da rocce artificiali.

La musica della Fontana dell’ Organo

Risalendo verso il centro cittadino, in asse con la via Campitelli, si trova uno degli ingressi secondari di Villa d’ Este dal quel è possibile scorgere l’ incantevole Fontana dell’ Organo che ogni due ore dalle 10,30 di ogni giorno allieta con la sua musica i visitatori ed il vicinato.

>Posizione

Latitudine: 41.9645968

Longitudine: 12.795706900000027

S.GIOVANNI EVANGELISTA: UNO SCRIGNO INASPETTATO


Church

 

A PRIMA VISTA

Nascosta dalle mura dell’Ospedale che sostengono un antico ingresso alla città, Porta San Giovanni, la chiesa sembra quasi celarsi agli sguardi più distratti, difficilmente catturabili dalla lineare semplicità dei suoi esterni. La facciata settecentesca in stile barocco, infatti, si presenta composta da un solo ordine, con al centro il portone d’accesso, un finestrone centinato sormontato da un timpano ricurvo e, ai lati, due coppie di lesene terminanti in capitelli ionici. Piccola perla spesso sottovalutata dal turismo di massa, S. Giovanni Evangelista si offre a chi, per curiosità o bisogno, vi si rechi ad ammirarne la ricchezza inattesa che ospita al suo interno: il più prestigioso ciclo d’affreschi della città di Tivoli.

UN PO’ DI STORIA ..

L’edificio religioso sorge tra le costruzioni dell’omonimo Ospedale Civico di Tivoli. In quest’area della città, in prossimità del fiume Aniene, non si ritrovano i resti delle antiche vestigia storiche e artistiche di cui Tivoli gode, concentrate per lo più nel prezioso e noto centro storico, in quanto la zona venne edificata soltanto nel Seicento, quando fu prevalentemente adibita alla sistemazione di collegi e di scuole nei pressi dell’ospedale. L’intero complesso è ancora oggi accessibile passando attraverso l’antica Porta San Giovanni, un tempo detta “Porta dei Prati”, in quanto si apriva sui prati che circondavano la città, attraversati da via dell’Acquaregna.

Dalle fonti si ha testimonianza dell’esistenza della chiesa già a partire dal XIV sec., quando ancora era intitolata a S. Cristoforo. Solo successivamente, agli inizi del Quattrocento, in occasione del passaggio dell’attività assistenziale- ospitaliera cittadina alla confraternita tiburtina di S. Giovanni Evangelista, l’ospedale e la chiesa antistante cambiarono il loro nome, mantenendolo fino ad oggi.

Tuttavia, esternamente, della struttura originaria della chiesa non è rimasto nulla, in quanto facciata e campanile vennero trasformati in occasione della costruzione del nuovo ospedale, nel Settecento.

 Gli affreschi. Datati attorno all’ultimo quarto del XV sec., oltre all’evidente valore estetico e all’ottimo stato di conservazione di cui godono, gli affreschi che riempiono le pareti del presbiterio devono la loro fortuna anche all’acceso dibattito critico, tuttora non completamente risolto, che ha visto numerosi studiosi scontrarsi per l’attribuzione della paternità del ciclo. san giovanniInfatti, mentre per quelli che percorrono l’intera navata è stato facile riconoscere la mano di Francesco Salviati, noto pittore manierista, per quelli del presbiterio non è possibile annoverare un artista certo. Quel che è indubbia è l’influenza della migliore produzione artistica del momento a Roma e nell’Italia centrale, potendovi riconoscere richiami al Perugino e al Ghirlandaio. In ogni caso, gli autori più accreditati risultano Antoniazzo Romano, a cui fa riferimento la targa fuori l’ingresso della chiesa, e Melozzo da Forlì. Per il primo risulta plausibile la committenza della stessa confraternita di S. Giovanni Evangelista, mentre per il secondo quella dell’allora papa Sisto IV, il quale incaricò Melozzo, in quegli stessi anni, di numerose imprese romane.

Una notazione particolare meritano la maestria prospettica, la bellezza dei volti e i sapienti passaggi cromatici delle scene dipinte. In particolare, sulla parete sinistra è possibile ammirare l’Assuntio Beate Virginis inserita in una mandorla sorretta da quattro angeli in volo, sullo sfondo di un paesaggio collinare, in cui è possibile scorgere una città fortificata sulla sinistra e Roma in lontananza. Sembrerebbe inoltre, secondo alcuni degli studi più recenti e puntali, che la Vergine non fosse vestita di bianco per alludere alla sua immacolata concezione, ma perché bianco era il colore indossato dai membri della confraternita di S. Giovanni Evangelista, avvalorando in questo modo la tesi che li vorrebbe committenti dell’intero ciclo. Sulla parete di destra, invece, il riferimento è al santo eponimo, con la raffigurazione degli episodi della Nascita di S. Giovanni e l’imposizione del nome, collocati in due ambienti separati. Sulla volta, invece, è stato raffigurato il Cristo benedicente al centro dei quattro Evangelisti, accompagnati da altrettante figure di santi.s. giovanni

Molto interessanti, e senz’altro più insolite, sono le figure del sottarco d’ingresso al presbiterio, dove si trovano, oltre alla figura di S. Domenico a cui corrispondeva nella parte opposta S. Francesco (oggi perduto), le dodici Sibille inscritte nei clipei che recano l’espressione SIC AIT, in riferimento alla profezia che ognuna riporta sotto il proprio ritratto, o spesso all’interno di un cartiglio retto dalle stesse Sibille. Tra tutte, una meritevole attenzione va data alla Sibilla Tiburtina nel sott’arco sinistro, la quale, secondo la tradizione cristiana, fu colei che predisse la nascita di Cristo. Il suo cartiglio infatti recita: “NASCETUR CHRISTUS IN BETLEM .. PARIET SUB FINIBUS INCLITA VIRGO .. QUA TAMEN EX ORIS ADVENA NAZAREIS” (Cristo nascerà in Betlemme, l’illustre Vergine partorirà presso i confini come straniera delle regioni nazarene) .

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Criptogramma … ?

Nel 1932 lo storico tiburtino Vincenzo Pacifici trovò, negli affreschi del presbiterio, dei precisi riferimenti a sostegno della tesi che voleva Melozzo da Forlì autore del ciclo, sciogliendo un criptogramma posto, secondo lui, lungo il bordo del fasciatoio e sorretto da una delle ancelle nella scena della Nascita del Battista, ma ritenuto tuttavia inesistente da molti critici. Secondo lo studioso il criptogramma riportava le seguenti parole: “ Ecco la data precisa che attesta quale fosse il primo grande lavoro romano del forlivese ed il maggior ciclo pittorico che di lui ci resti” da cui era possibile trarne la testimonianza inequivocabile della paternità del pittore”.

Tiburtini vs Castellani

Luogo di degenza e soccorso, oltre che di accoglimento spirituale, un tempo questa zona fu teatro di un episodio di grande scelleratezza da parte del popolo tiburtino, ai danni dei vicini abitanti di Castel Madama. Nel XVI secolo venne infatti istituita una gabella per il passaggio di Porta San Giovanni, unico collegamento per molti paesi con Roma. Così nel 1540 i Castellani, stanchi di pagare a Tivoli l’illegittimo pedaggio, incendiarono di notte la “porta delle tasse”, scatenando una reazione sanguinaria del popolo tiburtino, il quale volle gloriosamente ricordare tale brutalità facendo scrivere sulla porta il seguente promemoria: “IGNITAS PORTAS EXTINSIT SANGUINE TIBUR” (Tivoli estinse con il sangue le porte bruciate).

 

>Posizione

 

VILLA GREGORIANA: IMPRESSIONANTE IDEA DEL PIACEVOLE

Villa Gregorianamonument

A PRIMA VISTA

Uno dei più bei parchi del mondo, si può rimanere stupefatti guardando l’impressionante e romantico precipizio scavato dal fiume Aniene, fiume mitico.   Il fiume scorre attraversando ed erodendo una roccia pittoresca, il cosiddetto ‘tartaro’ delle cascate. I ripidi pendii sono coperti da un bosco-giardino lussureggiante, formato da piante autoctone ed esotiche; eretto, al di sopra dell’antica acropoli di Tivoli, il meraviglioso tempio circolare, relativo ai culti di Vesta o Sibilla. Il paesaggio così ne risulta romantico, pieno di luce e come sospeso.

UN PO’ DI STORIA ..

E’ proprio qui che i primi abitanti pre-romani decisero di insediarsi, anzi incontrarsi o scontrarsi, provenendo dalla Sabina, dal Lazio, dalla Grecia..secondo alcune tradizioni per primi vennero gli antichi popoli che poi si insediarono in Sicilia.

tempio di vestaIn epoca Romana con lo sviluppo edilizio lo scenario naturale si arricchì soprattutto dei templi dell’Acropoli e della Villa di Manlio Vopisco.

I primi sorgono in epoca repubblicana (II-I sec a.C.): le attribuzioni sono diverse e non ancora accertate. Il tempio rettangolare attribuito al culto di Tiburno, Vesta o Sibilla, quello circolare a Vesta o Sibilla.

 

RACCONTO DELL’ OPERA

Il particolare arroccamento su rocce travertinose cavernose ha impegnato in fondazioni che dovevano livellare e riempire, nel posto più aggettante, sospeso ed esposto alle piene.

Il tempio rettangolare è cosiddetto pseudoperiptero (semicolonne inglobate nelle mura), quello circolare è periptero, con un raffinato colonnato a capitello corinzio dotato di un corridoio anulare, al centro vi è a cella in tufelli e la copertura era conica.

Le vestali, figure di prim’ordine nella vita religiosa romana, custodivano il ‘fuoco sacro’, senza mai farlo spegnere per evitare conseguenze dannose per la città.

La Sibilla (che qui si chiamava Albunea o Tiburtina) era una profetessa che prevedeva il futuro alle genti: quella che qui era venerata è nota per aver predetto la nascita di Gesù a Ottaviano Augusto, un culto quindi molto importante.

Questi due templi erano visti da chi frequentava la Villa di Vopisco, una personalità ricca e facoltosa vissuta nel I sec d.C., che probabilmente acquisì il nucleo di età repubblicana.

La struttura era inserita mirabilmente nella natura, su due padiglioni che sorgevano nei versanti ai lati di un fossato canale poi detto canale della Stipa: l’irregolarità del travertino era seguita e in certi punti rettificata e stabilizzata per resistere agli urti delle piene dell’Aniene; a questo scopo si erano scavati tutta una fitta serie di canali diversori sotterranei che poi scaricavano nel lago del Pelago, creando un gioco di cascate e cascatelle ancora più ricco di quello odierno.

Ma le piene erano catastrofiche (soprattutto quella avvenuta nel 105 d.C.) e la villa fu quasi interamente distrutta.

Pochi resti rimangono ma estremamente suggestivi per immaginare ciò che ci descrive  Stazio nelle sue Silvae del 92 d.C.: la villa era diffusa nel bosco con piscine, belvederi ed aveva una estrema raffinatezza architettonica. Un capolavoro di mimetismo rispettoso della natura: Manlio Vopisco era un ecologista raffinato ante-litteram.

Nelle epoche successive ci fu un abbandono seguito da un riuso ambienti della villa: coltivazioni agricole, mulini ad acqua, polveriere, deposito di rifiuti.  Il sito cambiò volto, lasciando come unica evidente testimonianza i due templi dell’acropoli, sebbene parzialmente diruti.

Una presenza costante invece era la forza dirompente delle piene dell’Aniene, che tormentarono e condizionarono non poco la storia di Tivoli.

Villa Gregoriana prende il nome proprio dal papa, Gregorio XVI, che ordinò di risolvere radicalmente questo problema. Nel 1826 una piena particolarmente devastante portò via case, strade, la Chiesa di S.Lucia, il ponte sull’Aniene.

I danni furono così gravi da decidere per una drastica soluzione ingegneristica: due tunnel scavati nelle viscere del Monte Catillo, per spostare il corso del fiume lontano dalla città.

Il progetto fu presentato dall’ingegner Clemente Folchi e nell’ottobre del 1835 fu creata ed inaugurata la nuova Grande Cascata che affianca il parco di Villa Gregoriana, cambiando per sempre il paesaggi delle acque e salvando Tivoli.

Inoltre Papa Gregorio XVI commissionò la ricostruzione del ponte (che oggi si chiama appunto Gregoriano) e la creazione di un giardino, concepito da Mons Massimo ed il card. Rivarola. Si unirono così ragioni di sopravvivenza con un estetica naturalistica tipica dell’epoca del Romanticismo.

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Il paradiso a Tivoli con..pesce fresco!

Chi viveva nella villa di Manlio Vopisco poteva avere pesce d’acqua dolce: le rovine nascondono il cosiddetto vivarium, una tipica vasca di allevamento dei pesci usata dai romani.

Come era bella la vita in villa: si poteva ammirare una sintesi unica fatte di acque, roccia, templi e bosco e nello stesso tempo mangiar pietanze a base di pesce pescata nello stesso irrequieto Aniene.

Affrontare il rischio per visitare le grotte di Nettuno e delle Sirene.

Siamo in una profonda valle fluviale, ma la forza delle acque e’ stata così forte, nel corso della storia, che i viaggiatori e gli avventurieri hanno immaginato divinità e creature del mare!

Nonostante il pericolo(questa è nota anche come la Valle dell’Inferno) molti artisti ed amanti della natura scendevano lungo il versante appesi ad una corda legata alla base delle colonne del tempio dull’acropoli: tale era ed è la magia che circonda Villa Gregoriana..

>Audioguida

 

>Posizione

 

VILLA GREGORIANA: IMPRESSIVE AND DELIGHTFUL

FIRST LOOK

You are facing one of the most beautiful park in the world. You’ll remain surprised looking over the impressive and romantic precipice dug out by the Aniene, mythical river.

The river flows crossing and eroding a picturesque rock, the so-called waterfall ‘tartaro’.

Covering the deep slope there’s a luxuriant and evergreen wood formed  by native and esotic vegetation; above all, standing on the acropolis of the ancient Tibur, the round marvellous temple related to the worship of Vesta or Sibilla.

The landscape come out as suspended, romantic and lightful.

WALKING ACROSS HISTORY

The first pre-Roman people decided to settle just on the acropolis, coming from Sabina, Latium, Greece they got together or fight against each other. According to some authors at first came the ancient people called Sicani or Siculi, who afterwards went to Sicily.

In the Roman age the natural landscape was enriched especially by Acropoli’s temples and  Villa of Manlio Vopisco.

Acropoli’s temples

This temples rose in the repubblican age (II-I century B.C.) and the attibution is uncertain.

The rectangular one is attributed to the worship of Tiburno, Vestal or Sybil; the round one related to Vestal or Sybil.

The particular position above cavernous rocks caused the building to fill the natural hole and to level the slope, in the most dangerous, sospended and flood exposed area.

The rectangular temple is so called pseudo peripteral(semicolumn included in the walls); the round one is peripteral and shows an elegant colonnade with Corinthian capital, inside there’s a concentric tuff block cella, once perhaps covered with a conic roof. This rounf temple is one the most important  monument in Tivoli.

The vestal virgin, important religious authority in the Roman age, kept the ‘holy fire’ inside the temple always burning, to avoid catastrophic effect(so they believed).

The Sibyl (here called Tiburtina or Albunea) foresaw the future to the people: Sybil albunea is known  for her prophecy regarding Jesus birth, revealed to emperor Ottaviano Augusto, thus a very important worship.

Villa of Manlio Vopisco.

The two temples were seen by who lived in the ancient Vopisco’s villa.

Manlio Vopisco was a rich cultivated man, living in the I century a.C., who probably bought a repubblican villa.

This villa was wonderfully set in the nature, composed by two parts on each side of a canal, later called Stipa canal. The irregular rock was sometimes followed and sometimes made strong and straight to face and resist Aniene’s flood; to this aim were dug 3 underground canal , flowin into the Pelago’ lake and creating such water landscape, enrichened by big and little waterfall.

But the flood were so strong to distroy almost all the Vopisco’s villa (especially that happened in 105 a.C.).

So we can see few but suggesting ruins; we can imagine what is described by the roman poet Stazio in his Silvae(92 a.C.): this villa was ‘spread’ in the wood, including termal baths, lookout, nymphaeums, showing fine architectural taste. A nature-camouflage masterpiece: M. Vopisco was probably an ecologist ahead of out time.

Successive ages

In the successive medieval ages the area of Villa Gregoriana was abandoned; later on were set agricultural cultivation, water mill, even if  powder magazine and dump!

The place changed his face, leaving only the ancient Acropolis’ temples, although damaged.

In spite Aniene’s flood continued to ruin and strongly damage the city of Tivoli.

Pope Gregorio XVI

Villa Gregoriana takes his name from Pope Gregory XVI who ordered to solve the problem due to the flood of the Aniene river. There were such terrible devastation since II century B.C. (the first known took place in the 105 B.C.) and in every century. In 1826 a particurartly devasting flood swept away building, streets, the church od S.Lucia, the bridge; the damage was so strong to decide a radical work of engineering: two tunnels escavated in Mount Catillo to rerout the water of the river far away from the heart of the city.

The project was presented by engineer Clemente Folchi and in 1835 was created the new Great Waterfall nearby Villa gregoriana, changing forever the water landscape and saving Tivoli.

In addition pope Gregorio XVI commisioned the rebuilding of the bridge(called gregorian bridge) and the creation of a romantic garden, conceived by Mons. Saverio Massimo with Cardinal Rivarola, thus combining practical reasons of survival with the aesthetic of the sublime in nature, typical of the Romanticism.

CURIOSITIES AND FASCINATING ASPECTS

Tibur paradise and ..fresh food

Once who lived in the ancient villa of Manlio Vopisco could have fresh water fish: the ruins of this ancient villa hide the so called vivarium.(foto), a roman fish pond. Imagine how delightful was the life inside the villa: one could see a unique combination of water, rocks, temples and wood, but also could eat very good food taken from the same river Aniene.

 Facing the death to reach Sirene e Nettuno caves

we are in a deep river valley, but the power of the water was so strong, throughout the history, that the travellers and the adventurers imagined sea God and creatures.

Despite the danger (this is also known as the Hell valley!) many artists and nature-lover let themeselves down the cliff, tiying a rope at the base of the round temple: there was and there is such a magic surrounding Villa Gregoriana.

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