S.LORENZO: I TESORI DEL DUOMO

RACCONTO DELL’OPERA 

1) LA DEPOSIZIONE DI CRISTO DALLA CROCE-CAPPELLA DELLA DEPOSIZIONE

IL Cardinal Roma per ornare degnamente la cattedrale appena costruita fece trasportare il gruppo della Deposizione lignea dalla Chiesa di S. Pietro di Tivoli; ora si trova nell’ultima cappella sulla destra, ambiente protetto da luminosità intensa e alte temperature.

Di autore ignoto è concordemente riconosciuto come un capolavoro, raro e prezioso esempio della statuaria lignea medioevale, risalente al XIII secolo. Dopo essere state restaurate e ridipinte nel 1815, le statue hanno subito altri tre restauri, l’ultimo nel 1988-90.

Diverse le ipotesi per l’ambito di provenienza: influenze lombarde dell’arte di Benedetto Antelami o filoni di classicismo duecentesco in ambito laziale; C. Pierattini (autore di un’analisi stilistica e storica) arriva ad ipotizzare un ‘atelier’ scultoreo qui a Tivoli, specializzato nelle Deposizioni lignee.

Il gruppo rappresenta Cristo mentre vien accolto giù dalla croce da Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea; a destra S.Giovanni Evangelista (con una lunga tunica) e a sinistra la Vergine con lungo mantello, in cima alla croce un’angelo in volo.

 

2) CAPPELLA DEL SANTISSIMO SALVATORE: TRITTICO DEL SANTISSIMO SALVATORE

Una ieratica maestà simile ad analoghe immagini dove si avverte l’ispirazione dell’arte monastica benedettina‘: da questo pensiero di Carlo Pierattini già si intuisce l’importanza artistica e storica di questo celebre Trittico, dove l’idealità religiosa prevale sulla realtà dell’espressione corporea.

E’ posto nella Cappella del SS. Salvatore (navata sinistra), costituito da tre pannelli con rivestimento in lamina d’argento dorata, i pannelli laterali sono suddivisi in due riquadri.

Nel pannello centrale: Cristo benedicente avvolto da un ampio manto(a differenza della classica nudità cui l’iconografia poi ci ha abituato) seduto su un sedile decorato; in basso i 4 fiumi celesti con 2 cervi che si abbeverano.

Pannello di sinistra: la Vergine avvolta in una lunga veste, con un manto attorno al volto; al di sotto la scena della Dormitio Virginis,la Madonna stesa su  un letto con gli apostoli intorno e Gesù che presenta l’animula ad un angelo.

Pannello di destra: S.Giovanni Evangelista, con il rotulo del suo libro, nel riquadro sotto il Transito di S.Giovanni Battista.

Questo stupendo trittico dovrebbe datarsi al XII secolo, mentre il rivestimento argenteo è del XV secolo; alcuni autori hanno associato le storie laterali ad alcuni affreschi della cripta di S.Nicola in Carcere a Roma e ora nella Pinacoteca Vaticana e distinguono autori diversi per il pannello centrale e i 2 laterali.

Una suggestiva tradizione locale riferisce che sarebbe opera di S.Luca e donata poi alla cattedrale da Papa Simplicio, papa tiburtino.

 

-Rivestimento del Trittico

Una antica consuetudine era quella di ricoprire le immagini più venerate e preziose, e sebbene il rivestimento risalga al XV secolo, alcuni autori hanno proposto di datarne l’originario al 1234, anno della consacrazione della Cappella del Salvatore.

L’attuale rivestimento fu donato da Caterina Ricciardi come ricorda l’iscrizione sui pannelli laterali: ‘HOS DOMINA F(ieri) F(ecit) CATERINA RICCIARDI’ (Questi fece fare Donna Caterina Ricciardi); fu restaurato nel 1449 a cura del priore canonico tiburtino Antonio Scensi e poi nel 1554.

E’ strutturato in due parti: i pannelli corrispondenti al trittico e l’archivolto con coronamento a tabernacoli.

Pannello centrale: Cristo benedicente sagomato su una griglia a maglie quadrate con rosette, in basso sei personaggi rivolti a Gesù con un cero in mano.

Pannelli laterali: sono divisi in 4 scomparti e raffigurano dall’alto in basso i 4 Evangelisti(Marco, Matteo, Giovanni, Luca con i loro simboli), l’Arcangelo Gabriele e la Vergine Annunziata con il padre Eterno come un sole, i Santi Pietro e Paolo, S.Lorenzo e Alessandro papa

Coronamento-archivolto: sole, luna e stelle, nella parte più alta 5 baldacchini con pinnacoli che contengono statuette di S.Lorenzo, Pietro, Giovanni Battista, Paolo e papa Alessandro

Nell’opera si riconoscono due stili diversi: nei pannelli c’è un’arte chiara, sobria e composta, nella parte alta c’è una transizione a modelli nordici di forti rilievi, pinnacoli e linee a ogiva.

Un’opera messa anche in relazione al ‘Sancta Sanctorum‘ di Roma, ulteriore conferma del suo alto valore storico e culturale.

 

Affreschi del Manenti

Per poter accogliere degnamente nella cappella del SS.Salvatore il Trittico, la decorazione fu affidata a Vincenzo Manenti, autore seicentesco ‘diligente e buon coloritore’ non molto noto al grande pubblico ma che però raggiunse una sua maturità ed uno stile gradevole, naturale, diretto e semplice. Lo si può apprezzare qui dove affrescò la volta con gli Evangelisti, le pareti con i miracoli di Cristo (Nozze di Cana, il Cristo e la Samaritana, la Resurrezione di Lazzaro, Cristo e Pietro al lago di Tiberiade)

 

3) LA SAGRESTIA1

Tra le altre azioni messe in atto dal Cardinal Santacroce (Vescovo di Tivoli dal dal 1652 al 1674), per la cattedrale si annovera l’edificazione della sagrestia e antisagrestia (dove fece sistemare anche il fonte battesimale).

L’opera, del 1657, è da attribuire a Giovan Antonio de Rossi (secondo documenti del Fondo Santacroce nell’archivio di Stato), anche se è detta ‘berniniana’ per un interessamento che il celebre architetto avrebbe avuto nel disegnare pianta e alzato, secondo ipotesi recenti.

Gli affreschi della ‘Pietà’ e della ‘Gloria di S.Lorenzo’ vengono riferiti a G.F.Grimaldi(1606-1680), 2già attivo nella cappella dell’Immacolata Concezione (vedi dopo): nella Pietà, posta nella parete di fondo, si evidenziano influenze di  Annibale Carracci (uno dei più importanti e famosi  pittori secenteschi).

L’ambiente accoglie anche il ‘Martirio di S. Lorenzo‘ (di Innocenzo Tacconi, sec XVII), ed altre opere di autore ignoto.

Sono presenti anche i 4 quattro importanti ritratti di Placido Pezzangheri(vescovo), card. Giulio Roma, il card Marcello Santacroce e Papa Pio VII Chiaramonti

 

– IL RECENTE RESTAURO, L’ANTICO SPLENDORE

Come già detto la Cattedrale sorge in un area di Tivoli molto soggetta 1 sall’umidità sia per il sottosuolo fatto di concrezioni travertinose e cavernose sia per la presenza di una fitta rete di canali sotterranei.

In particolare la Sagrestia ha risentito nel tempo dell’afflusso di acqua sia sul tetto che dal sottosuolo per risalita capillare, minando l’integrità di elementi artistici e strutture murarie.

Un primo intervento, ad opera della diocesi, per un corretto smaltimento delle acque piovane contemplò il restauro delle coperture.

Le infiltrazioni esterne sono invece oggetto di un complesso restauro conservativo e artistico, completato nel giugno 2014 voluto dal vescovo di Tivoli Mons. Mauro Parmeggiani, grazie ad un finanziamento concesso per decreto interministeriale.

Una prima fase ha previsto l’utilizzo di una tecnica innovativa per la 2 sdeumidificazione con apparati ad induzione ‘magneto-cinetica’: dopo 12-15 mesi l’umidità era già livelli molto minori.

Sono state inoltre effettuate iniezioni deumidificanti, creato un nuovo impianto illuminotecnico e messa in opera una nuova caldaia a strutturare e potenziare l’impianto per servire tutta la cattedrale in sicurezza.

A questo punto si è potuti procedere al restauro conservativo ed artistico delle decorazioni pittoriche, affreschi, stucchi ed arredo ligneo tutti risalenti alla seconda metà del ‘600.3 s

E’ stato così ridonato alla comunità un bene culturale di notevole pregio e di alto valore storico-artistico: ‘La pietà‘ e ‘La gloria di S.Lorenzo‘ ora spiccano all’interno di una elegante, accogliente, armonica architettura che si sposa benissimo con gli arredi lignei.

E’ stato restituito un importante tassello storico-artistico nella storia di Tivoli e nel patrimonio dei beni culturali.

 

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

La Deposizione lignea e la statua dell’Immacolata: diversi messaggi di spiritualità

La deposizione lignea

Ad osservare bene l’opera nel suo silenzio c’è una convergenza triangolare e sentimentale, un movimento di intimo sentire religioso iniziato da S. Giovanni e la Vergine in maniera composta ma profonda: Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea, più mossi verso il dramma, accolgono il corpo ma sembra vengano anche ‘accolti’ dalle braccia pietose del Cristo, sebbene nel momento dell’estremo dolore.

L’elemento ligneo riverbera e amplifica il significato della croce e l’eco medioevale delle radici cristiane.

La statua dell’Immacolata concezione

Non è Bernini ma sembra incedere in un vento di libera spiritualità, seppur armonica con l’architettura che l’accoglie.

Le vesti così sparigliate sembrano avvolgerla in un movimento a spirale concluso dalle braccia, poggiate sul suo petto: quasi a raccogliere  nel suo cuore e nel suo corpo puro l’energia e la forza di Madre di Dio.

Il volto, sereno e pietoso, rassicura e corona dolcemente un tratto scultoreo che fa lievitare e librare una preghiera così come una ammirazione.

VILLA D’ESTE – IL GIARDINO: SOGNO DI ACQUA

A PRIMA VISTAbelvedere villa

Affacciandosi dalla loggia sul giardino la vista si spalanca piacevolmente sulla delizie del paesaggio naturale (il panorama che si può godere dal ‘balcone’ di Tivoli affacciato sulla campagna romana) e delle architetture d’acqua.

Il piacere della frescura si può accompagnare alla vista attraverso le diverse direzioni: dalla loggia verso l’antico ingresso e viceversa (intuendo quale era l’impatto dal sotto in sù dei visitatori di una volta), dalla fontana dell’Ovato verso la Rometta attraverso le Cento Fontane e viceversa (quinte d’acqua quasi senza interruzione), dalla fontana dell’Organo verso le Peschiere e viceversa.

Piaceri all’ombra di un verde romantico e altro..

 

RACCONTO DELL’OPERA

Contestualmente al palazzo (vedere Qrcode e relativo articolo “Villa d’Este – il Palazzo:sogno di gloria) si diede l’avvio alla realizzazione del giardino, caratterizzato da un notevole sforzo tecnico volto a creare i terrazzamenti e i collegamenti, nonché l’assetto vegetazionale e l’ingegnoso impianto idraulico.

L’impianto del giardino non fu però indolore per la comunità tiburtina: prima del colossale sbancamento del terreno, aspro e roccioso, Ippolito attinse alle sue risorse economiche per acquisire terreni ed edifici nella ‘Valle Gaudente’ (anche con espropri che causarono molte proteste) per poi demolire 40 abitazioni, vigne, orti, oliveti, chiese, strade; un intero quartiere con il suo vissuto agreste, popolare e religioso fu sacrificato al giardino estense. La preesistente ed importante chiesa di S. Pietro alla Carità fu salvaguardata.

Le mura cittadine (donate dal Barbarossa alla città), fecero da sostegno e recinto, con l’erezione di imponenti sostruzioni per consolidare il terreno e creare il piano necessario al giardino.

Le fontane scenografiche

Tivoli è città d’acqua per eccellenza e Pirro Ligorio creò una delle opere di idraulica e architettura più sofisticate del ‘500: il team era costituito da raffinati fontanieri ed eccellenti idraulici.

Si resero necessarie due fonti d’acqua: l’acquedotto Rivellese (che già alimentava la città) dalle sorgenti del monte S.Angelo e le acque del fiume Aniene.

Il primo alimentò, mediante 3 serbatoi, il palazzo e la parte alta del giardino.

Invece le acque del fiume Aniene, che dovevano alimentare il poderoso apparato delle fontane più grandi, furono convogliate scavando (tra il 1564 e il 1565) un grandioso canale, detto canale Estense, che andava a prelevare le  acque del fiume attraversando le viscere della città per oltre 1000 m., con una portata di 600-800 litri/sec., raggiungendo la villa in prossimità della fontana dell’Ovato dove con un sistema di ripartizione (una invenzione tecnica tutt’ora in funzione) si dava il via alla circolazione d’acqua.allegoria villa d este

Tutto sfruttando la gravità con una eccellente disposizione dei condotti tra una fontana e l’altra.

Complessi sono i motivi allegorici e simbolici, che dialogano con i concetti già espressi nel Palazzo.

Ma oltre ai riferimenti colti, la Villa era intesa come un ‘teatro’, in cui il visitatore era spettatore ma anche a volte attore quando veniva ‘investito’ da ‘scherzi d’acqua’ creati ad hoc, oppure da musica creata mirabilmente dal movimento d’acqua.

Questo aspetto avvolgente e coinvolgente è evidente nelle celebri fontane dell’ Ovato (o Fontana di Tivoli), la Rometta, il viale delle Cento Fontane e la fontana dell’Organo.

La Fontana dell’Ovato (detta così per la forma della vasca) organoè  allegoria dell’ambiente tiburtino: monti, grotte, acque su cui troneggia la statua della Sibilla Albunea col figlio Melicerte, ed ai lati i fiumi Aniene ed Ercolaneo (affluente dell’Aniene).

Dal calice centrale cade l’acqua a cascata, echeggiando le famose cascate di Tivoli; al di sotto del monte un portico anulare che all’esterno presentava una volta dentro nicchie statue di ninfe che versavano acqua. In alto sopra la Sibilla il Cavallo di Pegaso; la decorazione della vasca contempla anche un genietto alato all’interno e una raffinata decorazione a maioliche policrome.

E’ stata detta la ‘Regina delle fontane’, appellativo che merita tutto.

viale cento fontane

Il viale delle Cento Fontane è un fenomenale asse acquatico di collegamento tra la fontana di Tivoli e quella di Roma (la Rometta): un ideale rimando all’Aniene ed i suoi affluenti, che si immette nel Tevere.

Le fontane sono decorate con gli immancabili gigli e aquile, e con navicelle ed obelischi; sotto vi sono altorilievi con scene delle Metamorfosi di Ovidio, oggi in gran parte rovinate dalla vegetazione.

Denota un’ attenzione a riprodurre la geografia dei luoghi del territorio che accolgono le storie ed i miti della villa.

 

Nella Fontana di Roma o ‘Rometta’ villa 3le acque del fiume Aniene (il dio fluviale che sorregge il tempio della Sibilla) si riuniscono a quelle del Tevere (statua in basso), incontrando poi una barca simbolo dell’Isola Tiberina e che ha per albero l’obelisco di Esculapio (culto introdotto a Roma associato alla stessa isola); è presente la statua di Roma, con il classico gruppo della Lupa con i mitici gemelli.

Sul podio della fontana, concepita anch’essa dal Ligorio, rimane una parte della rappresentazione simbolica dei Sette Colli con i loro monumenti: una sorta di ‘miniatura’ di Roma, che si fa fatica a riconoscere e che era disposta a semicerchio, creando una quinta teatrale, funzione che  probabilmente aveva in realtà, oltre che da sala da pranzo.

La posizione della fontana indica idealmente la direzione da dove in realtà si può vedere Roma sullo sfondo del panorama: reiterata allusione alle ambizioni papali.

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L’altra famosa Fontana dell’Organo, in cui operano per la realizzazione dell’organo idraulico Luc Leclerc e Claude Venard, fu terminata nel 1611 dal cardinale Alessandro d’Este, disegnata dal Ligorio.

Presenta in cima l’aquila estense e nella nicchia centrale il tempietto a protezione dell’organo idraulico;

ai lati statue di Apollo(dio della luce e della musica) e Orfeo(che con la lira

ammaliava gli animali), soprabassorilievi con la Sfida di Marsia e Orfeo e gli animali; erme a braccia incrociate e cariatidi completano la decorazione.fontane dell organo

L’organo era ed è una attrazione della villa: una meraviglia idraulica in cui la caduta dell’acqua in un a cavità causava l’uscita dell’aria nelle canne ed un altro sistema muoveva i tasti in maniera armonica.

Ancora oggi si può ascoltare una musica … ogni due ore, a partire dalle 10,30 di ogni giorno….anche dall’ interno dell’ adiacente cripta della chiesa di S.Pietro alla Carità. (Qr code – articolo : Monumenti religiosi/S. Pietro alla Carità, ritorno alle origini)

Veniva anche detta Fontana del Diluvio visto che alla fine dello spettacolo musicale ne iniziava uno solo di acqua fatto di molto fragore ed effetti molto vivaci.

Quasi in simbiosi geniale con questa è la sottostante fontana di Nettuno, i cui alti zampilli visti dall’asse delle Peschiere indicano proprio la forma delle canne di un organo; si ripete il simbolismo delle grotte(Grotte delle Sibille) e delle cascate creando nel complesso un trionfo di acque, in cui cela la statua del Nettuno(visibile sotto la cascata centrale)

Era stata concepita in maniera diversa niente meno che dal Bernini, il quale aveva ideato una fontana a cascata su una scogliera a esedra, con l’acqua raccolta dai piedi della fontana dell’Organo.

L’asse acquatico e visivo delle grandi Peschiere prolunga il piacere dalla fontana dell’Organo, con tre grandi vasche tuttora dimora di pesci adornate con i classici vasi di agrumi.

 

Le fontane raccolte

Quasi a far da contrappunto alle grandi fontane sono inserite sotto l’area della Rometta due fontane quasi nascoste alle visuali di acqua del parco: la fontana della Civetta e di Proserpina.

La fontana della Civetta celebra l’aria ed i suoi abitanti: gli uccelli.fontana civetta

E’ strutturata ad arco trionfale (in ricordo di Roma) con 2 colonne che l’inquadrano, decorate con tralci a spirale ed i classici pomi d’oro; in alto 2 figure femminili e lo stemma di Ippolito. Le figure di Fauni e Satiri danno un’impronta dionisiaca e naturalistica che una volta era accentuata da un’altra piccolo spettacolo della villa: nella roccia artificiale sottili rami di bronzo accoglievano uccellini metallici che cantavano allegri(mossi da congegni ad acqua analoghi a quelli della fontana dell’organo) per tacere quando appariva la civetta; secondo dei racconti a volte arrivavano uccelli veri per partecipare al concerto..

 

La fontana di Proserpina era una volta detta degli Imperatori perchè forse era un monumento onorario relativo ai 4 imperatori che si ritenne edificarono ville nel territorio tiburtino.

La nicchia principale è affiancata da quattro colonne tortili(che avevano come modello le colonne della basilica costantiniana di S. Pietro) decorate a stucco e coperte da viticci; nella esedra centrale vi sono le figure in stucco di Nettuno e Proserpina. L’ambiente era una sala da pranzo all’aperto molto particolare e raffinata.

Per stupire ancora gli ospiti era stata creata anche la vicina Scala dei bollori, in cui bassi getti d’acqua erano così ben congegnati da sembrare acqua bollente: uno degli effetti più apprezzati anche dagli esperti fontanieri.

 

L’asse centrale

Dallo spiazzo detto Rotonda dei cipressi, (per la presenza dei centenari alberi), si ammira l’elevazione del giardino verso il palazzo, mentre verso destra si notano le Fontane dette ‘Mete’ , forse riferite alle Colonne d’Ercole, previste dal Ligorio dentro le Peschiere in una versione meno rustica.

Sulla parte sinistra di questa parte del giardino è presente una Fontanina rustica dell’Inverno.

Ponendosi nel percorso in asse con la loggia del palazzo si incontrano altre bellissime e prestigiose fontane.

 

La fontana dei Draghifontana draghi

Un’avvolgente esedra delineata da una doppia rampa inquadra l’ampio bacino in cui compaiono due delfini e il gruppo scultoreo dei Quattro dragoni alati, da cui escono potenti getti. Una volta la fontana generava effetti sonori dovuti a variazioni della pressione idraulica: piccoli scoppi o crepitii imitando, secondo alcune cronache dell’epoca, le girandole fatte di razzi.

I 4 draghi alludono allo stemma di Gregorio XIII, che visitò solennemente la Villa nel 1572(si narra che per lui fu costruita la fontana in una sola notte!).

 

Il bicchieronebicchierone

E’ una fontana creata dal Bernini su incarico del cardinale Rinaldo d’Este: una grande conchiglia con due calici che iniziò a zampillare  nel 1661 in occasione di visite illustri.

 

Le Grandi Madri

Tra i tanti motivi sottostanti alla creazione di villa d’Este uno è collegato a tre figure femminili legate all’elemento acqua che qui domina: la Sibilla Albunea, Venere, Diana Efesina.

Tutte e tre possono essere ricondotte al principio vitale, di natura generante come grandi madri.

La prima già è stata incontrata nella fontana di Tivoli. Le altre, posizionate in fontane meno altisonanti ma significative.

La Fontana di Venere è la ‘mostra’ dell’acquedotto Rivellese, sovrastata da un busto di Costantino(l’imperatore cristiano) e fatta ad arco trionfale, come quelle della Civetta e Proserpina, ornata da un sarcofago-vasca.

La Venere-ninfa è sdraiata dormiente, in un atteggiamento quasi di attesa di un nuovo sole, sullo sfondo di un paesaggio che già riecheggia ambienti fluviali.

La Fontana di Diana Efesina, all’inizio posta al centro della fontana dell’organo, si pone come ‘Dea della Natura’, centro della vita come una specie di multimamma; simbolismo evidente nelle numerose mammelle.

 

Grotte, logge

Completano questo straordinario complesso una serie di grotte artificiali e logge, poste nella parte alta del giardino, che hanno perso tutte le statue.

Tra le più belle la grotta di Diana, caratterizzata da una ricca decorazione policroma.

La villa era abbellita anche da una ricca serie di statue, busti, bassorilievi, urne, sarcofagi di età classica, che provenivano da scavi eseguiti nelle aree archeologiche circostanti(per esempio Villa Adriana, da cui proviene il tripode presente in copia nel terrazzo davanti la loggia di ingresso), secondo la filosofia di riuso dell’antico tipico del Rinascimento.

Tutto connotava una villa di delizie dove ci si poteva ispirare ma anche solamente godere del piacere di passeggiare.

 

La composizione del verde

La struttura originaria del giardino è ben visibile nella famosi incisione di E.Duperac inviata a Caterina de’ Medici nel 1573, ma anche nel Salone di Tivoli: un insieme di comparti regolari disposti simmetricamente rispetto all’asse loggia superiore-ingresso via del Colle, secondo i dettami dei trattati rinascimentali.

Entrando dal vecchio ingresso quindi i visitatori potevano subito imbattersi in un pergolato di legno  a croce dove si coltivavano uve rare (negli orti estensi a ridosso della villa veniva coltivato anche il pizzutello, rinomata varietà tiburtina); nella parte in piano vi erano classiche presenze come il Giardino dei semplici(erbe officinali, ma anche fiori, piante esotiche, ortaggi, legumi per la mensa di Ippolito),  a sud ovest i labirinti di mirto e alloro oltre che olmi e platani.

Nei riquadri in pendio alberi da frutto, filari di viti ed inoltre piccole selve di specie sempreverdi mediterranee.

Questa struttura subì una trasformazione nel senso di un giardino romantico, che ha quasi del tutto nascosto le geometrie di un classico giardino architettonico.

Eliminati labirinti, pergolati e padiglioni si diede importanza alla prospettiva dal basso, aprendo la visione alla successione delle terrazze verso il palazzo (che così viene a sembrare quasi sospeso in aria, come osservò Fulvio Testi nel 1620).

La  Rotonda dei Cipressi accentuò questa tendenza, pur creando uno spazio ombroso che voleva rimarcare il vecchio padiglione.

Al posto di viti ed alberi da frutto furono impiegati abeti, pini, lecci, cipressi nei riquadri in pendio, tutelando sempre le visuali con il controllo delle siepi.

I vasi di agrumi erano l’ornamento classico del giardino secentesco, collocato ai bordi delle Peschiere, terrazzamenti, loggiati, scalinate: il bel portamento e fogliame, il profumo intenso di fiori e frutti può ancora oggi essere apprezzato in villa.rosa2

La parte più vicina al palazzo era costituita dal il giardino segreto riservato al cardinale e lo spiazzo della pallacorda, ambienti tutt’ora presenti ai lati dell’edificio estense ma che hanno perso la loro funzione.

 

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Le rose e l’acqua

Per impreziosire una visita a Villa d’Este di emozioni e di sorprese, scoprendo angoli insoliti e più intimi, si può programmare una visita a maggio: lo scintillio e la fresca trasparenza delle acque è accompagnata dalle rose.rose 4

Una presenza discreta reintrodotta in modo consistente nel 1995, dopo alterne vicende e che muta nel corso degli anni colorando e profumando la passeggiata.

Una sosta è d’obbligo nella bordura del vialone a destra del palazzo per ammirare rose antiche come la Rosa gallica classica (‘Officinalis’) e la curiosa ‘Versicolor’(una mutazione che rende striato e variegato il rosa-rosso);  così come la altre galliche e damascene presenti nella siepe centrale(tra le tante ‘Belle de Crecy’ che muta colore dai boccioli cremisi ai petali ciliegia-rosa scuro-malva-magenta-lillà).

E’ difficile non essere sedotti dai splendidi arbusti di ‘Blush Noisette’, all’uscita della fontana dell’Ovato cosi come dall’altra fondamentale rosa antica, la Rosa alba che si affaccia con una grazia raffinata vicino la fontana del Bicchierone, aprendo il suo bianco con sfumatura di rosa carne.rose 3

Tanti altri sono gli angoli in cui le rose trasmettono il loro fascino, a loro agio nel fascino della villa.

 

I banchetti di Ippolito

Villa d’Este era lo scenario maestoso dove si accoglievano artisti, letterati, uomini illustri nel piacere idilliaco del giardino.

Il cardinale Ippolito d’Este amava dare dei sontuosi banchetti anche all’aperto visto lo scenario unico che aveva creato.

Questa era la composizione di un banchetto tenuto nella sua residenza di Belfiore nel 1529, a base di pesce: pane intorno al latte e zucchero, insalate di asparagi e acciughe, pastelli ripieni di polpette di storione, crostata di fave e cacio pecorino, statue di zucchero dorate e dipinte, storione decorato, 400 gamberi e pastelli. Il tutto accompagnato da intrattenimenti e balli di damigelle.rose 5

Non è finita qui: a questo punto apparivano 8 mori e 7 donne nudi fatti di pasta di ‘sosamelli‘ (tipica ciambella delle regioni meridionali), con ghirlande di alloro in testa e fiori e verdure a coprire le vergogne..

Il suono dei pifferi sembrava dar fine al banchetto ma era uno scherzo! Si continuava tra musiche canti e balli a mangiare ogni sorta di vivanda e per concludere il cardinale regalava ogni sorta di oggetti (collanine, braccialetti, guanti profumati,etc.) per ribadire la sua generosità.

 

 

 

 

EX-CHIESA DI S.STEFANO AI FERRI – CASE TORRI: NUCLEO NASCOSTO DI MEDIOEVO

S.STEFANOA PRIMA VISTA

I vicoli stretti ed intimi della Tivoli storica quasi fanno ‘serpeggiare’ lo sguardo e fanno crescere la curiosità, costellando la passeggiata di piacevoli sorprese.

Una di queste è in Vicolo dei Ferri: una slargo inatteso ci presenta una facciata in laterizio ambigua e travagliata nella sua struttura. Il primo impatto può far pensare ad un edificio civile, costretto in uno  spazio urbanistico singolare.

Infilando gli occhi nel piccolo cortiletto chiuso a destra si scorge però, letteralmente incastrato da altri corpi edificati, un profilo di campanile romanico chiuso nelle sue finestrelle ad arco, ormai cieche: la Chiesa di S. Stefano, da tempo sconsacrata, si rivela nel suo aspetto più tipico, la trasformazione/mimetismo..

UN PO’ DI STORIA

Stefano è il primo martire di Cristo e nel V sec. d.C. Papa Simplicio, papa tiburtino, fece erigere probabilmente questa chiesa, tra le tante che donò al suo popolo, per diffonderne il culto già vivo tra i fedeli.

Spesso il costruito medioevale nasconde quello romano ed infatti in quest’area sono state osservate strutture murarie in opus quadratum, probabilmente usate per regolarizzare il pendio con terrapieni/terrazze, in un area già racchiusa all’interno delle antiche mura dell’80 a.C..

L’impianto originario medioevale (a cavallo del 1000-1100) era semplice: una sola navata, un portico anteriore (di cui si notano 2 colonne ancora), un campanile; inoltre sul lato destro vi era un orto ed un cimitero cui si accedeva da un altro portichetto.

A dimostrare un uso speciale di quest’area, dietro l’abside vi era una mensa lapidea dove si amministrava la giustizia: forse una specie di legittimazione dell’autorità civile vicino un centro religioso molto importante all’epoca.

Il  XIV secolo vide importanti modifiche: la costruzione della Cappella di S.Stefano, che oggi non comunica più con la navata e che fu trasformata in sagrestia nel XVI secolo, e la Cappella dell’Annunziata (oggi scomparsa).

Una vicenda urbanistica e religiosa

I secoli successivi al medioevo videro una specie di accerchiamento: dall’isolamento in cui la chiesa si trovava nel medioevo (XII secolo), si è passati ad un quasi totale occultamento dell’aspetto iniziale da parte di edifici tutto intorno e dentro lo stesso corpo.

Processo iniziato con problemi manutentivi, connessi anche all’ umidità, presenza quasi costante connessa alla natura idro-geologica del substrato nell’area del centro storico.

Il vero declino continuò con la perdita del titolo di parrocchia nel 1637 e con l’insediamento dei  frati ospitalieri di S. Antonio di Vienna che imposero per un periodo il nome del loro santo alla chiesa, decorando la chiesa ed erigendo un nuovo altare e cantoria, ma che poi mandarono in rovina il complesso.

La chiusura al culto (interdizione nel 1782 da parte di Mons. Natali) determinò la perdita di quell’importanza simbolica e sacrale, con il successivo ‘assedio’ di funzioni e di destinazioni più varie: oltre alle abitazioni civili dentro a attorno la stessa ex chiesa, un teatro nel 1840,  un granaio,  un laboratorio artigiano, una stalla, un fabbro ferraio. Gli eventi bellici della 2° guerra mondiale hanno poi distrutto la copertura in tetto ligneo.

Una azione di ‘riciclo’ e riempimento urbanistico decisamente invasiva ai nostro occhi, ma che si è consolidata storicamente dando un lascito di memoria medioevale, che si legge intensa nel gioco quasi inestricabile della facciata e nello spazio ‘denso’ all’intorno.MORELLI

Questa particolare vicenda può esser stimata osservando lo sviluppo in pianta dal XII secolo al XIX, e confrontando il disegno ricostruttivo dell’aspetto medioevale del disegnatore A. Morelli con cio’ che si vede: si rimane esterrefatti..

fasi s.s.

Le case torri

Lungo vicolo dei Ferri dopo la Chiesa di S.Stefano,  sulla sinistra scendendo, sono poste due case-torri, struttura tipica di un’epoca medioevale che potremmo definire polifunzionale.

Infatti erano presidi militari atti a offendere e difendere, ma anche residenze dei cosiddetti miles,titolo onorifico di cittadini-soldati.

Con queste strutture Tivoli acquisisce quel ‘volto verticale’ tipico del medioevo, fatto di una rete fitta di campanili-torri di guardia e case-torri, comune a tante altre città: basti pensare alla immagine di Roma nelle stesse epoche.

Una presenza che tuttora  si può scoprire, curiosando tra le maglie del tessuto edilizio storico di Tivoli.

 

Gli affreschi della Cappella di S. Stefano: brani di arte da riscoprire

La scoperta di questi suggestivi affreschi, fatta da Vincenzo Pacifici nel 1909-10, ha svelato un brano importante di arte a Tivoli.

L’ambiente era allora adibito per l’officina di un fabbro ferraio, quindi sono stati necessari lavori di pulitura e restauro che hanno svelato scene del Nuovo Testamento (la Crocifissione, la Natività e la Dormitio Virginis), raffigurazioni dei 4 Evangelisti sulla volta e le storie della vita di S.Stefano.

Gli affreschi, eseguiti da pittori diversi, sono riferiti alla scuola romana del XIV secolo, con la consueta divisione in moduli narrativi per il ciclo di S. Stefano e con influenze e richiami della scuola di Giotto.

La cappellina di S.Stefano ha un accesso esterno anche se non è attualmente visitabile; è visibile il suo corpo sul lato destro della chiesa. E’ tuttora troppo poco conosciuta, meritevole di mirati e accurati interventi di valorizzazione e divulgazione.

affresco abside s.stefano       navata sx s.stefano

part1 s stefano     part 2 s.stefano

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Crociati e cavalieri

Immaginate di demolire con la fantasia le costruzioni sorte attorno alla Chiesa e di tornare indietro nel tempo.

Potreste sicuramente incontrare fedeli e religiosi devoti al culto di S.Stefano, cittadini che si rivolgono al giudice presente dietro l’area absidale, ma anche imbattervi in una scena altamente simbolica: la benedizione dei Crociati nella Cappella dell’Annunziata prima di partire in Terra Santa.

E’ doveroso dire che è solo un’ipotesi avanzata da Giuseppe U. Petrocchi nel 1993, considerando le dimensioni del grande arco della Cappella dell’Annunziata e la presenza nella parete sinistra della navata di splendidi affreschi raffiguranti cavalieri, in marcia nel senso abside-uscita, con una precisa figurazione sugli scudi.

Tale scenario ci riconduce comunque a quel piacere della memoria e della suggestione che avvolge gli angoli della Tivoli medioevale.

 La leggenda di Santo Stefano

Secondo la leggenda, riportata puntualmente negli episodi della Cappella, il santo, figlio di due coniugi molto ricchi della Giudea che non riuscivano ad aver figli, ebbe contatto con il male appena nato: il diavolo lo rapì, fu allattato da una cerva bianca e affidato al vescovo Giuliano, di lì la sua forte attività di evangelizzazione, connotata anche da prodigi e conversioni, fino alla lapidazione.

Curiosa ed anche un po’ inquietante l’episodio degli affreschi che ritrae proprio il diavolo che riesce a rapire Stefano ingannando la sua nutrice, che inconsapevolmente continua a cullare.. un demonio.

S.GIOVANNI EVANGELISTA: UNO SCRIGNO INASPETTATO


Church

 

A PRIMA VISTA

Nascosta dalle mura dell’Ospedale che sostengono un antico ingresso alla città, Porta San Giovanni, la chiesa sembra quasi celarsi agli sguardi più distratti, difficilmente catturabili dalla lineare semplicità dei suoi esterni. La facciata settecentesca in stile barocco, infatti, si presenta composta da un solo ordine, con al centro il portone d’accesso, un finestrone centinato sormontato da un timpano ricurvo e, ai lati, due coppie di lesene terminanti in capitelli ionici. Piccola perla spesso sottovalutata dal turismo di massa, S. Giovanni Evangelista si offre a chi, per curiosità o bisogno, vi si rechi ad ammirarne la ricchezza inattesa che ospita al suo interno: il più prestigioso ciclo d’affreschi della città di Tivoli.

UN PO’ DI STORIA ..

L’edificio religioso sorge tra le costruzioni dell’omonimo Ospedale Civico di Tivoli. In quest’area della città, in prossimità del fiume Aniene, non si ritrovano i resti delle antiche vestigia storiche e artistiche di cui Tivoli gode, concentrate per lo più nel prezioso e noto centro storico, in quanto la zona venne edificata soltanto nel Seicento, quando fu prevalentemente adibita alla sistemazione di collegi e di scuole nei pressi dell’ospedale. L’intero complesso è ancora oggi accessibile passando attraverso l’antica Porta San Giovanni, un tempo detta “Porta dei Prati”, in quanto si apriva sui prati che circondavano la città, attraversati da via dell’Acquaregna.

Dalle fonti si ha testimonianza dell’esistenza della chiesa già a partire dal XIV sec., quando ancora era intitolata a S. Cristoforo. Solo successivamente, agli inizi del Quattrocento, in occasione del passaggio dell’attività assistenziale- ospitaliera cittadina alla confraternita tiburtina di S. Giovanni Evangelista, l’ospedale e la chiesa antistante cambiarono il loro nome, mantenendolo fino ad oggi.

Tuttavia, esternamente, della struttura originaria della chiesa non è rimasto nulla, in quanto facciata e campanile vennero trasformati in occasione della costruzione del nuovo ospedale, nel Settecento.

 Gli affreschi. Datati attorno all’ultimo quarto del XV sec., oltre all’evidente valore estetico e all’ottimo stato di conservazione di cui godono, gli affreschi che riempiono le pareti del presbiterio devono la loro fortuna anche all’acceso dibattito critico, tuttora non completamente risolto, che ha visto numerosi studiosi scontrarsi per l’attribuzione della paternità del ciclo. san giovanniInfatti, mentre per quelli che percorrono l’intera navata è stato facile riconoscere la mano di Francesco Salviati, noto pittore manierista, per quelli del presbiterio non è possibile annoverare un artista certo. Quel che è indubbia è l’influenza della migliore produzione artistica del momento a Roma e nell’Italia centrale, potendovi riconoscere richiami al Perugino e al Ghirlandaio. In ogni caso, gli autori più accreditati risultano Antoniazzo Romano, a cui fa riferimento la targa fuori l’ingresso della chiesa, e Melozzo da Forlì. Per il primo risulta plausibile la committenza della stessa confraternita di S. Giovanni Evangelista, mentre per il secondo quella dell’allora papa Sisto IV, il quale incaricò Melozzo, in quegli stessi anni, di numerose imprese romane.

Una notazione particolare meritano la maestria prospettica, la bellezza dei volti e i sapienti passaggi cromatici delle scene dipinte. In particolare, sulla parete sinistra è possibile ammirare l’Assuntio Beate Virginis inserita in una mandorla sorretta da quattro angeli in volo, sullo sfondo di un paesaggio collinare, in cui è possibile scorgere una città fortificata sulla sinistra e Roma in lontananza. Sembrerebbe inoltre, secondo alcuni degli studi più recenti e puntali, che la Vergine non fosse vestita di bianco per alludere alla sua immacolata concezione, ma perché bianco era il colore indossato dai membri della confraternita di S. Giovanni Evangelista, avvalorando in questo modo la tesi che li vorrebbe committenti dell’intero ciclo. Sulla parete di destra, invece, il riferimento è al santo eponimo, con la raffigurazione degli episodi della Nascita di S. Giovanni e l’imposizione del nome, collocati in due ambienti separati. Sulla volta, invece, è stato raffigurato il Cristo benedicente al centro dei quattro Evangelisti, accompagnati da altrettante figure di santi.s. giovanni

Molto interessanti, e senz’altro più insolite, sono le figure del sottarco d’ingresso al presbiterio, dove si trovano, oltre alla figura di S. Domenico a cui corrispondeva nella parte opposta S. Francesco (oggi perduto), le dodici Sibille inscritte nei clipei che recano l’espressione SIC AIT, in riferimento alla profezia che ognuna riporta sotto il proprio ritratto, o spesso all’interno di un cartiglio retto dalle stesse Sibille. Tra tutte, una meritevole attenzione va data alla Sibilla Tiburtina nel sott’arco sinistro, la quale, secondo la tradizione cristiana, fu colei che predisse la nascita di Cristo. Il suo cartiglio infatti recita: “NASCETUR CHRISTUS IN BETLEM .. PARIET SUB FINIBUS INCLITA VIRGO .. QUA TAMEN EX ORIS ADVENA NAZAREIS” (Cristo nascerà in Betlemme, l’illustre Vergine partorirà presso i confini come straniera delle regioni nazarene) .

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Criptogramma … ?

Nel 1932 lo storico tiburtino Vincenzo Pacifici trovò, negli affreschi del presbiterio, dei precisi riferimenti a sostegno della tesi che voleva Melozzo da Forlì autore del ciclo, sciogliendo un criptogramma posto, secondo lui, lungo il bordo del fasciatoio e sorretto da una delle ancelle nella scena della Nascita del Battista, ma ritenuto tuttavia inesistente da molti critici. Secondo lo studioso il criptogramma riportava le seguenti parole: “ Ecco la data precisa che attesta quale fosse il primo grande lavoro romano del forlivese ed il maggior ciclo pittorico che di lui ci resti” da cui era possibile trarne la testimonianza inequivocabile della paternità del pittore”.

Tiburtini vs Castellani

Luogo di degenza e soccorso, oltre che di accoglimento spirituale, un tempo questa zona fu teatro di un episodio di grande scelleratezza da parte del popolo tiburtino, ai danni dei vicini abitanti di Castel Madama. Nel XVI secolo venne infatti istituita una gabella per il passaggio di Porta San Giovanni, unico collegamento per molti paesi con Roma. Così nel 1540 i Castellani, stanchi di pagare a Tivoli l’illegittimo pedaggio, incendiarono di notte la “porta delle tasse”, scatenando una reazione sanguinaria del popolo tiburtino, il quale volle gloriosamente ricordare tale brutalità facendo scrivere sulla porta il seguente promemoria: “IGNITAS PORTAS EXTINSIT SANGUINE TIBUR” (Tivoli estinse con il sangue le porte bruciate).

 

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