S.LORENZO: I TESORI DEL DUOMO

RACCONTO DELL’OPERA 

1) LA DEPOSIZIONE DI CRISTO DALLA CROCE-CAPPELLA DELLA DEPOSIZIONE

IL Cardinal Roma per ornare degnamente la cattedrale appena costruita fece trasportare il gruppo della Deposizione lignea dalla Chiesa di S. Pietro di Tivoli; ora si trova nell’ultima cappella sulla destra, ambiente protetto da luminosità intensa e alte temperature.

Di autore ignoto è concordemente riconosciuto come un capolavoro, raro e prezioso esempio della statuaria lignea medioevale, risalente al XIII secolo. Dopo essere state restaurate e ridipinte nel 1815, le statue hanno subito altri tre restauri, l’ultimo nel 1988-90.

Diverse le ipotesi per l’ambito di provenienza: influenze lombarde dell’arte di Benedetto Antelami o filoni di classicismo duecentesco in ambito laziale; C. Pierattini (autore di un’analisi stilistica e storica) arriva ad ipotizzare un ‘atelier’ scultoreo qui a Tivoli, specializzato nelle Deposizioni lignee.

Il gruppo rappresenta Cristo mentre vien accolto giù dalla croce da Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea; a destra S.Giovanni Evangelista (con una lunga tunica) e a sinistra la Vergine con lungo mantello, in cima alla croce un’angelo in volo.

 

2) CAPPELLA DEL SANTISSIMO SALVATORE: TRITTICO DEL SANTISSIMO SALVATORE

Una ieratica maestà simile ad analoghe immagini dove si avverte l’ispirazione dell’arte monastica benedettina‘: da questo pensiero di Carlo Pierattini già si intuisce l’importanza artistica e storica di questo celebre Trittico, dove l’idealità religiosa prevale sulla realtà dell’espressione corporea.

E’ posto nella Cappella del SS. Salvatore (navata sinistra), costituito da tre pannelli con rivestimento in lamina d’argento dorata, i pannelli laterali sono suddivisi in due riquadri.

Nel pannello centrale: Cristo benedicente avvolto da un ampio manto(a differenza della classica nudità cui l’iconografia poi ci ha abituato) seduto su un sedile decorato; in basso i 4 fiumi celesti con 2 cervi che si abbeverano.

Pannello di sinistra: la Vergine avvolta in una lunga veste, con un manto attorno al volto; al di sotto la scena della Dormitio Virginis,la Madonna stesa su  un letto con gli apostoli intorno e Gesù che presenta l’animula ad un angelo.

Pannello di destra: S.Giovanni Evangelista, con il rotulo del suo libro, nel riquadro sotto il Transito di S.Giovanni Battista.

Questo stupendo trittico dovrebbe datarsi al XII secolo, mentre il rivestimento argenteo è del XV secolo; alcuni autori hanno associato le storie laterali ad alcuni affreschi della cripta di S.Nicola in Carcere a Roma e ora nella Pinacoteca Vaticana e distinguono autori diversi per il pannello centrale e i 2 laterali.

Una suggestiva tradizione locale riferisce che sarebbe opera di S.Luca e donata poi alla cattedrale da Papa Simplicio, papa tiburtino.

 

-Rivestimento del Trittico

Una antica consuetudine era quella di ricoprire le immagini più venerate e preziose, e sebbene il rivestimento risalga al XV secolo, alcuni autori hanno proposto di datarne l’originario al 1234, anno della consacrazione della Cappella del Salvatore.

L’attuale rivestimento fu donato da Caterina Ricciardi come ricorda l’iscrizione sui pannelli laterali: ‘HOS DOMINA F(ieri) F(ecit) CATERINA RICCIARDI’ (Questi fece fare Donna Caterina Ricciardi); fu restaurato nel 1449 a cura del priore canonico tiburtino Antonio Scensi e poi nel 1554.

E’ strutturato in due parti: i pannelli corrispondenti al trittico e l’archivolto con coronamento a tabernacoli.

Pannello centrale: Cristo benedicente sagomato su una griglia a maglie quadrate con rosette, in basso sei personaggi rivolti a Gesù con un cero in mano.

Pannelli laterali: sono divisi in 4 scomparti e raffigurano dall’alto in basso i 4 Evangelisti(Marco, Matteo, Giovanni, Luca con i loro simboli), l’Arcangelo Gabriele e la Vergine Annunziata con il padre Eterno come un sole, i Santi Pietro e Paolo, S.Lorenzo e Alessandro papa

Coronamento-archivolto: sole, luna e stelle, nella parte più alta 5 baldacchini con pinnacoli che contengono statuette di S.Lorenzo, Pietro, Giovanni Battista, Paolo e papa Alessandro

Nell’opera si riconoscono due stili diversi: nei pannelli c’è un’arte chiara, sobria e composta, nella parte alta c’è una transizione a modelli nordici di forti rilievi, pinnacoli e linee a ogiva.

Un’opera messa anche in relazione al ‘Sancta Sanctorum‘ di Roma, ulteriore conferma del suo alto valore storico e culturale.

 

Affreschi del Manenti

Per poter accogliere degnamente nella cappella del SS.Salvatore il Trittico, la decorazione fu affidata a Vincenzo Manenti, autore seicentesco ‘diligente e buon coloritore’ non molto noto al grande pubblico ma che però raggiunse una sua maturità ed uno stile gradevole, naturale, diretto e semplice. Lo si può apprezzare qui dove affrescò la volta con gli Evangelisti, le pareti con i miracoli di Cristo (Nozze di Cana, il Cristo e la Samaritana, la Resurrezione di Lazzaro, Cristo e Pietro al lago di Tiberiade)

 

3) LA SAGRESTIA1

Tra le altre azioni messe in atto dal Cardinal Santacroce (Vescovo di Tivoli dal dal 1652 al 1674), per la cattedrale si annovera l’edificazione della sagrestia e antisagrestia (dove fece sistemare anche il fonte battesimale).

L’opera, del 1657, è da attribuire a Giovan Antonio de Rossi (secondo documenti del Fondo Santacroce nell’archivio di Stato), anche se è detta ‘berniniana’ per un interessamento che il celebre architetto avrebbe avuto nel disegnare pianta e alzato, secondo ipotesi recenti.

Gli affreschi della ‘Pietà’ e della ‘Gloria di S.Lorenzo’ vengono riferiti a G.F.Grimaldi(1606-1680), 2già attivo nella cappella dell’Immacolata Concezione (vedi dopo): nella Pietà, posta nella parete di fondo, si evidenziano influenze di  Annibale Carracci (uno dei più importanti e famosi  pittori secenteschi).

L’ambiente accoglie anche il ‘Martirio di S. Lorenzo‘ (di Innocenzo Tacconi, sec XVII), ed altre opere di autore ignoto.

Sono presenti anche i 4 quattro importanti ritratti di Placido Pezzangheri(vescovo), card. Giulio Roma, il card Marcello Santacroce e Papa Pio VII Chiaramonti

 

– IL RECENTE RESTAURO, L’ANTICO SPLENDORE

Come già detto la Cattedrale sorge in un area di Tivoli molto soggetta 1 sall’umidità sia per il sottosuolo fatto di concrezioni travertinose e cavernose sia per la presenza di una fitta rete di canali sotterranei.

In particolare la Sagrestia ha risentito nel tempo dell’afflusso di acqua sia sul tetto che dal sottosuolo per risalita capillare, minando l’integrità di elementi artistici e strutture murarie.

Un primo intervento, ad opera della diocesi, per un corretto smaltimento delle acque piovane contemplò il restauro delle coperture.

Le infiltrazioni esterne sono invece oggetto di un complesso restauro conservativo e artistico, completato nel giugno 2014 voluto dal vescovo di Tivoli Mons. Mauro Parmeggiani, grazie ad un finanziamento concesso per decreto interministeriale.

Una prima fase ha previsto l’utilizzo di una tecnica innovativa per la 2 sdeumidificazione con apparati ad induzione ‘magneto-cinetica’: dopo 12-15 mesi l’umidità era già livelli molto minori.

Sono state inoltre effettuate iniezioni deumidificanti, creato un nuovo impianto illuminotecnico e messa in opera una nuova caldaia a strutturare e potenziare l’impianto per servire tutta la cattedrale in sicurezza.

A questo punto si è potuti procedere al restauro conservativo ed artistico delle decorazioni pittoriche, affreschi, stucchi ed arredo ligneo tutti risalenti alla seconda metà del ‘600.3 s

E’ stato così ridonato alla comunità un bene culturale di notevole pregio e di alto valore storico-artistico: ‘La pietà‘ e ‘La gloria di S.Lorenzo‘ ora spiccano all’interno di una elegante, accogliente, armonica architettura che si sposa benissimo con gli arredi lignei.

E’ stato restituito un importante tassello storico-artistico nella storia di Tivoli e nel patrimonio dei beni culturali.

 

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

La Deposizione lignea e la statua dell’Immacolata: diversi messaggi di spiritualità

La deposizione lignea

Ad osservare bene l’opera nel suo silenzio c’è una convergenza triangolare e sentimentale, un movimento di intimo sentire religioso iniziato da S. Giovanni e la Vergine in maniera composta ma profonda: Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea, più mossi verso il dramma, accolgono il corpo ma sembra vengano anche ‘accolti’ dalle braccia pietose del Cristo, sebbene nel momento dell’estremo dolore.

L’elemento ligneo riverbera e amplifica il significato della croce e l’eco medioevale delle radici cristiane.

La statua dell’Immacolata concezione

Non è Bernini ma sembra incedere in un vento di libera spiritualità, seppur armonica con l’architettura che l’accoglie.

Le vesti così sparigliate sembrano avvolgerla in un movimento a spirale concluso dalle braccia, poggiate sul suo petto: quasi a raccogliere  nel suo cuore e nel suo corpo puro l’energia e la forza di Madre di Dio.

Il volto, sereno e pietoso, rassicura e corona dolcemente un tratto scultoreo che fa lievitare e librare una preghiera così come una ammirazione.

VILLA D’ESTE – IL GIARDINO: SOGNO DI ACQUA

A PRIMA VISTAbelvedere villa

Affacciandosi dalla loggia sul giardino la vista si spalanca piacevolmente sulla delizie del paesaggio naturale (il panorama che si può godere dal ‘balcone’ di Tivoli affacciato sulla campagna romana) e delle architetture d’acqua.

Il piacere della frescura si può accompagnare alla vista attraverso le diverse direzioni: dalla loggia verso l’antico ingresso e viceversa (intuendo quale era l’impatto dal sotto in sù dei visitatori di una volta), dalla fontana dell’Ovato verso la Rometta attraverso le Cento Fontane e viceversa (quinte d’acqua quasi senza interruzione), dalla fontana dell’Organo verso le Peschiere e viceversa.

Piaceri all’ombra di un verde romantico e altro..

 

RACCONTO DELL’OPERA

Contestualmente al palazzo (vedere Qrcode e relativo articolo “Villa d’Este – il Palazzo:sogno di gloria) si diede l’avvio alla realizzazione del giardino, caratterizzato da un notevole sforzo tecnico volto a creare i terrazzamenti e i collegamenti, nonché l’assetto vegetazionale e l’ingegnoso impianto idraulico.

L’impianto del giardino non fu però indolore per la comunità tiburtina: prima del colossale sbancamento del terreno, aspro e roccioso, Ippolito attinse alle sue risorse economiche per acquisire terreni ed edifici nella ‘Valle Gaudente’ (anche con espropri che causarono molte proteste) per poi demolire 40 abitazioni, vigne, orti, oliveti, chiese, strade; un intero quartiere con il suo vissuto agreste, popolare e religioso fu sacrificato al giardino estense. La preesistente ed importante chiesa di S. Pietro alla Carità fu salvaguardata.

Le mura cittadine (donate dal Barbarossa alla città), fecero da sostegno e recinto, con l’erezione di imponenti sostruzioni per consolidare il terreno e creare il piano necessario al giardino.

Le fontane scenografiche

Tivoli è città d’acqua per eccellenza e Pirro Ligorio creò una delle opere di idraulica e architettura più sofisticate del ‘500: il team era costituito da raffinati fontanieri ed eccellenti idraulici.

Si resero necessarie due fonti d’acqua: l’acquedotto Rivellese (che già alimentava la città) dalle sorgenti del monte S.Angelo e le acque del fiume Aniene.

Il primo alimentò, mediante 3 serbatoi, il palazzo e la parte alta del giardino.

Invece le acque del fiume Aniene, che dovevano alimentare il poderoso apparato delle fontane più grandi, furono convogliate scavando (tra il 1564 e il 1565) un grandioso canale, detto canale Estense, che andava a prelevare le  acque del fiume attraversando le viscere della città per oltre 1000 m., con una portata di 600-800 litri/sec., raggiungendo la villa in prossimità della fontana dell’Ovato dove con un sistema di ripartizione (una invenzione tecnica tutt’ora in funzione) si dava il via alla circolazione d’acqua.allegoria villa d este

Tutto sfruttando la gravità con una eccellente disposizione dei condotti tra una fontana e l’altra.

Complessi sono i motivi allegorici e simbolici, che dialogano con i concetti già espressi nel Palazzo.

Ma oltre ai riferimenti colti, la Villa era intesa come un ‘teatro’, in cui il visitatore era spettatore ma anche a volte attore quando veniva ‘investito’ da ‘scherzi d’acqua’ creati ad hoc, oppure da musica creata mirabilmente dal movimento d’acqua.

Questo aspetto avvolgente e coinvolgente è evidente nelle celebri fontane dell’ Ovato (o Fontana di Tivoli), la Rometta, il viale delle Cento Fontane e la fontana dell’Organo.

La Fontana dell’Ovato (detta così per la forma della vasca) organoè  allegoria dell’ambiente tiburtino: monti, grotte, acque su cui troneggia la statua della Sibilla Albunea col figlio Melicerte, ed ai lati i fiumi Aniene ed Ercolaneo (affluente dell’Aniene).

Dal calice centrale cade l’acqua a cascata, echeggiando le famose cascate di Tivoli; al di sotto del monte un portico anulare che all’esterno presentava una volta dentro nicchie statue di ninfe che versavano acqua. In alto sopra la Sibilla il Cavallo di Pegaso; la decorazione della vasca contempla anche un genietto alato all’interno e una raffinata decorazione a maioliche policrome.

E’ stata detta la ‘Regina delle fontane’, appellativo che merita tutto.

viale cento fontane

Il viale delle Cento Fontane è un fenomenale asse acquatico di collegamento tra la fontana di Tivoli e quella di Roma (la Rometta): un ideale rimando all’Aniene ed i suoi affluenti, che si immette nel Tevere.

Le fontane sono decorate con gli immancabili gigli e aquile, e con navicelle ed obelischi; sotto vi sono altorilievi con scene delle Metamorfosi di Ovidio, oggi in gran parte rovinate dalla vegetazione.

Denota un’ attenzione a riprodurre la geografia dei luoghi del territorio che accolgono le storie ed i miti della villa.

 

Nella Fontana di Roma o ‘Rometta’ villa 3le acque del fiume Aniene (il dio fluviale che sorregge il tempio della Sibilla) si riuniscono a quelle del Tevere (statua in basso), incontrando poi una barca simbolo dell’Isola Tiberina e che ha per albero l’obelisco di Esculapio (culto introdotto a Roma associato alla stessa isola); è presente la statua di Roma, con il classico gruppo della Lupa con i mitici gemelli.

Sul podio della fontana, concepita anch’essa dal Ligorio, rimane una parte della rappresentazione simbolica dei Sette Colli con i loro monumenti: una sorta di ‘miniatura’ di Roma, che si fa fatica a riconoscere e che era disposta a semicerchio, creando una quinta teatrale, funzione che  probabilmente aveva in realtà, oltre che da sala da pranzo.

La posizione della fontana indica idealmente la direzione da dove in realtà si può vedere Roma sullo sfondo del panorama: reiterata allusione alle ambizioni papali.

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L’altra famosa Fontana dell’Organo, in cui operano per la realizzazione dell’organo idraulico Luc Leclerc e Claude Venard, fu terminata nel 1611 dal cardinale Alessandro d’Este, disegnata dal Ligorio.

Presenta in cima l’aquila estense e nella nicchia centrale il tempietto a protezione dell’organo idraulico;

ai lati statue di Apollo(dio della luce e della musica) e Orfeo(che con la lira

ammaliava gli animali), soprabassorilievi con la Sfida di Marsia e Orfeo e gli animali; erme a braccia incrociate e cariatidi completano la decorazione.fontane dell organo

L’organo era ed è una attrazione della villa: una meraviglia idraulica in cui la caduta dell’acqua in un a cavità causava l’uscita dell’aria nelle canne ed un altro sistema muoveva i tasti in maniera armonica.

Ancora oggi si può ascoltare una musica … ogni due ore, a partire dalle 10,30 di ogni giorno….anche dall’ interno dell’ adiacente cripta della chiesa di S.Pietro alla Carità. (Qr code – articolo : Monumenti religiosi/S. Pietro alla Carità, ritorno alle origini)

Veniva anche detta Fontana del Diluvio visto che alla fine dello spettacolo musicale ne iniziava uno solo di acqua fatto di molto fragore ed effetti molto vivaci.

Quasi in simbiosi geniale con questa è la sottostante fontana di Nettuno, i cui alti zampilli visti dall’asse delle Peschiere indicano proprio la forma delle canne di un organo; si ripete il simbolismo delle grotte(Grotte delle Sibille) e delle cascate creando nel complesso un trionfo di acque, in cui cela la statua del Nettuno(visibile sotto la cascata centrale)

Era stata concepita in maniera diversa niente meno che dal Bernini, il quale aveva ideato una fontana a cascata su una scogliera a esedra, con l’acqua raccolta dai piedi della fontana dell’Organo.

L’asse acquatico e visivo delle grandi Peschiere prolunga il piacere dalla fontana dell’Organo, con tre grandi vasche tuttora dimora di pesci adornate con i classici vasi di agrumi.

 

Le fontane raccolte

Quasi a far da contrappunto alle grandi fontane sono inserite sotto l’area della Rometta due fontane quasi nascoste alle visuali di acqua del parco: la fontana della Civetta e di Proserpina.

La fontana della Civetta celebra l’aria ed i suoi abitanti: gli uccelli.fontana civetta

E’ strutturata ad arco trionfale (in ricordo di Roma) con 2 colonne che l’inquadrano, decorate con tralci a spirale ed i classici pomi d’oro; in alto 2 figure femminili e lo stemma di Ippolito. Le figure di Fauni e Satiri danno un’impronta dionisiaca e naturalistica che una volta era accentuata da un’altra piccolo spettacolo della villa: nella roccia artificiale sottili rami di bronzo accoglievano uccellini metallici che cantavano allegri(mossi da congegni ad acqua analoghi a quelli della fontana dell’organo) per tacere quando appariva la civetta; secondo dei racconti a volte arrivavano uccelli veri per partecipare al concerto..

 

La fontana di Proserpina era una volta detta degli Imperatori perchè forse era un monumento onorario relativo ai 4 imperatori che si ritenne edificarono ville nel territorio tiburtino.

La nicchia principale è affiancata da quattro colonne tortili(che avevano come modello le colonne della basilica costantiniana di S. Pietro) decorate a stucco e coperte da viticci; nella esedra centrale vi sono le figure in stucco di Nettuno e Proserpina. L’ambiente era una sala da pranzo all’aperto molto particolare e raffinata.

Per stupire ancora gli ospiti era stata creata anche la vicina Scala dei bollori, in cui bassi getti d’acqua erano così ben congegnati da sembrare acqua bollente: uno degli effetti più apprezzati anche dagli esperti fontanieri.

 

L’asse centrale

Dallo spiazzo detto Rotonda dei cipressi, (per la presenza dei centenari alberi), si ammira l’elevazione del giardino verso il palazzo, mentre verso destra si notano le Fontane dette ‘Mete’ , forse riferite alle Colonne d’Ercole, previste dal Ligorio dentro le Peschiere in una versione meno rustica.

Sulla parte sinistra di questa parte del giardino è presente una Fontanina rustica dell’Inverno.

Ponendosi nel percorso in asse con la loggia del palazzo si incontrano altre bellissime e prestigiose fontane.

 

La fontana dei Draghifontana draghi

Un’avvolgente esedra delineata da una doppia rampa inquadra l’ampio bacino in cui compaiono due delfini e il gruppo scultoreo dei Quattro dragoni alati, da cui escono potenti getti. Una volta la fontana generava effetti sonori dovuti a variazioni della pressione idraulica: piccoli scoppi o crepitii imitando, secondo alcune cronache dell’epoca, le girandole fatte di razzi.

I 4 draghi alludono allo stemma di Gregorio XIII, che visitò solennemente la Villa nel 1572(si narra che per lui fu costruita la fontana in una sola notte!).

 

Il bicchieronebicchierone

E’ una fontana creata dal Bernini su incarico del cardinale Rinaldo d’Este: una grande conchiglia con due calici che iniziò a zampillare  nel 1661 in occasione di visite illustri.

 

Le Grandi Madri

Tra i tanti motivi sottostanti alla creazione di villa d’Este uno è collegato a tre figure femminili legate all’elemento acqua che qui domina: la Sibilla Albunea, Venere, Diana Efesina.

Tutte e tre possono essere ricondotte al principio vitale, di natura generante come grandi madri.

La prima già è stata incontrata nella fontana di Tivoli. Le altre, posizionate in fontane meno altisonanti ma significative.

La Fontana di Venere è la ‘mostra’ dell’acquedotto Rivellese, sovrastata da un busto di Costantino(l’imperatore cristiano) e fatta ad arco trionfale, come quelle della Civetta e Proserpina, ornata da un sarcofago-vasca.

La Venere-ninfa è sdraiata dormiente, in un atteggiamento quasi di attesa di un nuovo sole, sullo sfondo di un paesaggio che già riecheggia ambienti fluviali.

La Fontana di Diana Efesina, all’inizio posta al centro della fontana dell’organo, si pone come ‘Dea della Natura’, centro della vita come una specie di multimamma; simbolismo evidente nelle numerose mammelle.

 

Grotte, logge

Completano questo straordinario complesso una serie di grotte artificiali e logge, poste nella parte alta del giardino, che hanno perso tutte le statue.

Tra le più belle la grotta di Diana, caratterizzata da una ricca decorazione policroma.

La villa era abbellita anche da una ricca serie di statue, busti, bassorilievi, urne, sarcofagi di età classica, che provenivano da scavi eseguiti nelle aree archeologiche circostanti(per esempio Villa Adriana, da cui proviene il tripode presente in copia nel terrazzo davanti la loggia di ingresso), secondo la filosofia di riuso dell’antico tipico del Rinascimento.

Tutto connotava una villa di delizie dove ci si poteva ispirare ma anche solamente godere del piacere di passeggiare.

 

La composizione del verde

La struttura originaria del giardino è ben visibile nella famosi incisione di E.Duperac inviata a Caterina de’ Medici nel 1573, ma anche nel Salone di Tivoli: un insieme di comparti regolari disposti simmetricamente rispetto all’asse loggia superiore-ingresso via del Colle, secondo i dettami dei trattati rinascimentali.

Entrando dal vecchio ingresso quindi i visitatori potevano subito imbattersi in un pergolato di legno  a croce dove si coltivavano uve rare (negli orti estensi a ridosso della villa veniva coltivato anche il pizzutello, rinomata varietà tiburtina); nella parte in piano vi erano classiche presenze come il Giardino dei semplici(erbe officinali, ma anche fiori, piante esotiche, ortaggi, legumi per la mensa di Ippolito),  a sud ovest i labirinti di mirto e alloro oltre che olmi e platani.

Nei riquadri in pendio alberi da frutto, filari di viti ed inoltre piccole selve di specie sempreverdi mediterranee.

Questa struttura subì una trasformazione nel senso di un giardino romantico, che ha quasi del tutto nascosto le geometrie di un classico giardino architettonico.

Eliminati labirinti, pergolati e padiglioni si diede importanza alla prospettiva dal basso, aprendo la visione alla successione delle terrazze verso il palazzo (che così viene a sembrare quasi sospeso in aria, come osservò Fulvio Testi nel 1620).

La  Rotonda dei Cipressi accentuò questa tendenza, pur creando uno spazio ombroso che voleva rimarcare il vecchio padiglione.

Al posto di viti ed alberi da frutto furono impiegati abeti, pini, lecci, cipressi nei riquadri in pendio, tutelando sempre le visuali con il controllo delle siepi.

I vasi di agrumi erano l’ornamento classico del giardino secentesco, collocato ai bordi delle Peschiere, terrazzamenti, loggiati, scalinate: il bel portamento e fogliame, il profumo intenso di fiori e frutti può ancora oggi essere apprezzato in villa.rosa2

La parte più vicina al palazzo era costituita dal il giardino segreto riservato al cardinale e lo spiazzo della pallacorda, ambienti tutt’ora presenti ai lati dell’edificio estense ma che hanno perso la loro funzione.

 

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Le rose e l’acqua

Per impreziosire una visita a Villa d’Este di emozioni e di sorprese, scoprendo angoli insoliti e più intimi, si può programmare una visita a maggio: lo scintillio e la fresca trasparenza delle acque è accompagnata dalle rose.rose 4

Una presenza discreta reintrodotta in modo consistente nel 1995, dopo alterne vicende e che muta nel corso degli anni colorando e profumando la passeggiata.

Una sosta è d’obbligo nella bordura del vialone a destra del palazzo per ammirare rose antiche come la Rosa gallica classica (‘Officinalis’) e la curiosa ‘Versicolor’(una mutazione che rende striato e variegato il rosa-rosso);  così come la altre galliche e damascene presenti nella siepe centrale(tra le tante ‘Belle de Crecy’ che muta colore dai boccioli cremisi ai petali ciliegia-rosa scuro-malva-magenta-lillà).

E’ difficile non essere sedotti dai splendidi arbusti di ‘Blush Noisette’, all’uscita della fontana dell’Ovato cosi come dall’altra fondamentale rosa antica, la Rosa alba che si affaccia con una grazia raffinata vicino la fontana del Bicchierone, aprendo il suo bianco con sfumatura di rosa carne.rose 3

Tanti altri sono gli angoli in cui le rose trasmettono il loro fascino, a loro agio nel fascino della villa.

 

I banchetti di Ippolito

Villa d’Este era lo scenario maestoso dove si accoglievano artisti, letterati, uomini illustri nel piacere idilliaco del giardino.

Il cardinale Ippolito d’Este amava dare dei sontuosi banchetti anche all’aperto visto lo scenario unico che aveva creato.

Questa era la composizione di un banchetto tenuto nella sua residenza di Belfiore nel 1529, a base di pesce: pane intorno al latte e zucchero, insalate di asparagi e acciughe, pastelli ripieni di polpette di storione, crostata di fave e cacio pecorino, statue di zucchero dorate e dipinte, storione decorato, 400 gamberi e pastelli. Il tutto accompagnato da intrattenimenti e balli di damigelle.rose 5

Non è finita qui: a questo punto apparivano 8 mori e 7 donne nudi fatti di pasta di ‘sosamelli‘ (tipica ciambella delle regioni meridionali), con ghirlande di alloro in testa e fiori e verdure a coprire le vergogne..

Il suono dei pifferi sembrava dar fine al banchetto ma era uno scherzo! Si continuava tra musiche canti e balli a mangiare ogni sorta di vivanda e per concludere il cardinale regalava ogni sorta di oggetti (collanine, braccialetti, guanti profumati,etc.) per ribadire la sua generosità.

 

 

 

 

SANTA MARIA MAGGIORE (O SAN FRANCESCO): LO SPIRITO BENEDETTINO E FRANCESCANO DELLA TIVOLI MEDIEVALE

scultura piazzaA PRIMA VISTA

Dall’ incrocio della chiesa di Santa Maria Maggiore con il Palazzo estense, si costruisce l’unico angolo della storica piazza Trento, la quale si allarga irregolare scendendo da piazza Garibaldi.

La chiesa, che in questo modo direziona e accompagna lo sguardo verso l’entrata di villa d’Este, colpisce per la monumentalità e per la bellezza della facciata che ancora conserva, a dispetto dell’interno, la sua facies medievale, abbellita da evidenti elementi gotici e neogotici.

È una chiesa che racconta la sua storia attraverso i cambiamenti architettonici ancora visibili dal prospetto, ma anche la storia di una piazza le cui vicende sono così strettamente legate al suo culto, e infine la storia di una comunità, quella tiburtina, che ogni anno, il 14 e il 15 agosto, si riunisce di fronte ad essa, per celebrare la tradizionale festa dell’Inchinata.

UN PO’ DI STORIA …

Secondo la tradizione, pare che anche questa chiesa (al pari di San Silvestro e Santo Stefano) sia stata edificata da papa Simplicio nel V secolo, sui ruderi di una antica villa romana.

In realtà sembra più probabile l’ipotesi che vuole la fondazione della chiesa al IX secolo, in occasione dell’avvento a Tivoli di una comunità di monaci benedettini provenienti da Farfa, che per alcuni secoli usufruirono della basilica e dell’annesso monastero.

FRONTE

Originariamente l’ingresso di quest’ultima non si affacciava, come lo troviamo oggi, sulla piazza, ma si apriva sul lato opposto verso la campagna. Fu in seguito all’inserimento dell’edificio nelle mura cittadine, nel XII secolo, che se ne invertì il verso, realizzando la facciata su un muro laterale del precedente monastero, come dimostrano i resti delle intelaiature in marmo bianco delle antiche finestre, ancora visibili.

L’importanza di questo luogo, garante della cultura e delle civiltà antiche, risiedeva in particolare nella presenza di una ricca biblioteca che conservava e produceva manoscritti, grazie al lavoro dei monaci copisti.

Nei secoli a venire la chiesa passò a diversi ordini, tra cui nel 1256 a CAMPANILEquello dei Francescani, dai quali derivò il secondo nome dell’edificio, che tuttavia non ebbe molta fortuna tra i tiburtini ormai tradizionalmente legati all’ origine mariana del culto.

In occasione poi della costruzione di villa d’Este, secondo la volontà del cardinal Ippolito, il vecchio chiostro benedettino fu annesso al complesso del palazzo estense.

In ultimo, alla fine del ‘500 risale la costruzione del campanile, per opera dell’architetto Galvani.

 

Il francescanesimo a Tivoli

Secondo gli studi di alcuni storici locali del secolo scorso, pare che San Francesco abbia fatto, tra il 1218 e il 1222, una piccola sosta a Tivoli, nel corso di un viaggio verso Subiaco.

Fu in questa occasione che i tiburtini ebbero l’opportunità di ascoltare le prediche del Santo che, da quel momento in poi, suggellarono l’appartenenza al suo grande esempio di fede e di carità a cui la città di Tivoli, nei secoli, ha voluto ispirarsi.

Tuttavia, nonostante ciò, il passaggio tra i due Ordini, Benedettini e Francescani, avvenuto nel 1256 sotto Papa Alessandro IV, non fu subito accettato favorevolmente dalla comunità locale, soprattutto in seguito alla chiusura della scuola, particolarmente benvoluta, gestita appunto dai monaci di San Benedetto.

I primi malcontenti, però, fecero ben presto spazio a un più sperato clima di fiducia e affetto nei confronti dei Frati minori Conventuali, fino a quel momento vissuti fuori la porta del Colle.

Nel 1461 Papa Piccolomini siglò un documento pontificio con il quale vennero ceduti ai Frati Minori Osservanti sia il convento che la chiesa di Santa Maria Maggiore.

L’Inchinata

La cerimonia che ogni anno, ad agosto, in occasione della festa dell’Assunta, vede la partecipazione di moltissime persone che giungono presso Santa Maria Maggiore, ha origini molto antiche, oltre che un importante valore simbolico per questa città.

Che la processione fu indetta la prima volta dai francescani nel XIII secolo, o risalisse ai tempi di papa Simplicio nell’ alto medioevo non è certo, tuttavia sembrerebbe che la cerimonia con tanto di teoforia (letteralmente: “trasporto dell’immagine di Dio”) ripeta le processioni fatte nel mese di agosto in onore di Cesare Augusto, con la sostituzione dell’immagine di Cristo a quella imperiale.

L’occasione di questa commemorazione è la dormitio virginis (dormizione della Vergine) e la sua successiva assunzione in cielo, in seguito all’incontro di Maria con il figlio Gesù.

Secondo le Sacre Scritture, Cristo scese dal cielo avvolto da un fascio di luce, per confortare la madre negli ultimi momenti che la tenevano in vita. Così, stringendola in braccio come fosse una figlia, la condusse con sé in Paradiso.

La processione che ha inizio il 14 agosto con il trasporto dell’immagine di Cristo, partendo dal Duomo dove è conservata durante l’anno e continuando per le vie di Tivoli, rievoca il lungo cammino fatto per giungere al cospetto di Maria.

Durante questa sfilata, una prima sosta viene fatta sul Ponte Gregoriano, per la benedizione delle acque dell’Aniene, mentre una seconda nei pressi dell’Ospedale, dove il cappellano lava simbolicamente i piedi di Cristo.

Il rito dell’Inchinata, invece, si riferisce al momento del saluto della Madre con il Figlio, attraverso i tre inchini delle due macchine processionali, che un tempo avvenivano sotto gli antichi archi trionfali che scandivano la facciata della chiesa.

Il giorno dopo, gli abitanti di Tivoli, per celebrare l’assunzione della Vergine in cielo, ripetono nuovamente la stessa funzione.

 

RACCONTO DELL’OPERA

Partendo dall’esterno, la chiesa di Santa Maria Maggiore presenta una muratura irregolare in laterizi, tufelli rettangolari e inserti di pietra calcarea.

Il prospetto è arricchito dal tipico portale gotico strombato ad arco ogivale e in marmo bianco, sovrastato da un tabernacolo (opera dello scultore Angelo da Tivoli), da quattro strette monofore disposte in prossimità delle due navate laterali, e da due oculi.

Nella parte superiore, invece, s’innalza il fronte della navata centrale, decorato da un grande rosone e abbellito dalla presenza del campanile di fine Cinquecento che spunta a sinistra.

Come già evidenziato, la facciata della chiesa mostra ancora chiaramente le tracce dei vari cambiamenti a cui nei secoli è andata incontro, in particolare si notano ancora le arcate delle antiche aperture in prossimità delle due navate laterali, che vennero chiuse nel XV secolo.

Ma le trasformazioni maggiori si ebbero nel secolo successivo, quando, con la costruzione di Villa d’Este, fu distrutto l’antico convento e ridotto lo spazio della navata destra, un tempo scandita dalla presenze delle cappelle.

Una volta superato l’ingresso della chiesa, subito ci si accorge che ben poco conserva dell’atmosfera medievale assaporata all’esterno.

Infatti, fatta eccezione per il portale gotico di forma ogivale, che dall’ antico nartece immette nella navata centrale, per il dipinto contenuto all’interno del tabernacolo di scuola toscana (quest’ultimo di epoca rinascimentale) sulla destra, per i pavimenti cosmateschi del XIII secolo (voluti dalla nobildonna tiburtina Maria Bonini) e per qualche altra suppellettile, il resto delle decorazioni e degli interni restituisce un aspetto dato dalla compresenza di epoche successive.

Oltrepassato l’atrio, dove sono disposte diverse lapidi recanti iscrizioni funerarie, si accede alla navata centrale cadenzata, oltre che dalle cromie del pavimento cosmatesco, dalla presenza di clipei nella parte alta delle pareti, con all’ interno le raffigurazioni dei Santi francescani, che conducono il fedele sino alla zona presbiteriale dove, nella volta, è rappresentata la colomba dello Spirito Santo con intorno i Santi Francesco, Bernardino da Siena, Antonio da Padova e Simplicio.

La serie fu realizzata negli anni intorno all’ultimo ventennio dell’Ottocento da Michelangelo Cianti, pittore appartenente all’Ordine francescano e di chiara ispirazione rinascimentale per l’impostazione ieratica delle figure e le linee marcate del panneggio.

Sul fondo della navata, si staglia l’altare maggiore, realizzato con molta probabilità alla fine del Cinquecento dallo stesso architetto estense, Galvani, che realizzò il campanile.

Purtroppo però nel 1698 l’altare fu colpito da un fulmine, necessitando di un intervento di restauro.

Lo stile preannuncia evidentemente alcuni dettami barocchi, segnalati dalla presenza dello sfondo color oro e delle colonne di finti marmi che sostengono un timpano culminante in una raggiera.

Al di sotto, la mensa d’altare reca al centro lo stemma dell’ordine francescano, rappresentato da due braccia che si incrociano dinanzi alla croce.

L’intera struttura incorona e accoglie al centro, protetta da una lastra vitrea, l’immagine della “Vergine Avvocata” o dell’Intercessione (così chiamata perché allude all’incarico conferitole dall’arcangelo Gabriele di intercedere presso di noi per conto di Dio), a lungo creduta opera del pittore romano Jacopo Torriti, il quale avrebbe dipinto su tavola, alla fine del XIII secolo, l’immagine della Vergine, rifacendosi chiaramente allo stile delle icone bizantine per la marcata staticità della figura, e per il fondo oro.

Tuttavia, con il restauro del dipinto condotto nel 1969 è emerso evidentemente che, quella che sembrava essere l’opera del pittore romano, nonché la copia della Madonna Avvocata conservata nella basilica romana di Santa Maria in Aracoeli, fosse in realtà una copia “recente”, risalente al XVIII – XIX secolo, rifatta “all’antica” per sostituire l’originale, danneggiatosi a causa dell’incidente con il fulmine.

Il culto di questa immagine divenne, sin dal 1592 (quando fu posta presso l’altare), particolarmente sentito a Tivoli, tanto che ogni anno, in occasione dell’Inchinata, viene portata in processione insieme al Trittico del Salvatore, conservato invece presso il Duomo.

Passando alla navata sinistra, questa è arricchita dalla presenza delle cappelle decorate da affreschi realizzati in epoche diverse.

Merita sicuramente un’attenzione in più quella dedicata a S. Francesco (la terza cappella venendo dall’ingresso) ricoperta dagli affreschi che ritraggono scene di vita del fondatore dell’ordine francescano, da S. Francecsco che riceve le sante stimmate alla Morte di S. Francesco, inserite all’interno di riquadri ed elementi decorativi in stucco bianco e dorato.

Sulla datazione, i vari studiosi sembrano concordi nel collocare le scene dipinte al XVI secolo, mentre più incerta è l’attribuzione, per alcuni riconducibile alla scuola degli Zuccari (per cui immediato risulta il riferimento a Villa d’Este e alla sue sale affrescate proprio da Federico Zuccari), ma per altri più probabile che si tratti di artisti locali formatisi a Roma.

Anche la navata destra un tempo era articolata da diverse cappelle, volute dalle varie Università dei mestieri che le avevano dotate di altari, di cui oggi non rimane più nulla. L’ampiezza originaria della navata, infatti, è stata mutata per consentire la costruzione del Palazzo estense.

In questa navata, in prossimità di quella che doveva essere la terza cappella, è possibile ammirare il crocefisso quattrocentesco, recentemente restaurato, e attribuito allo scultore toscano Baccio da Montelupo, autore di diverse sculture disseminate in varie chiese dell’Italia centrale.

Il Cristo seraficamente contenuto nell’esprimere il dolore, sembra celare la drammaticità dell’evento a favore di una più beata accettazione del suo sacrificio, addolcito oltretutto dalla presenza degli angeli dipinti nell’affresco che decora lo sfondo, e datato al XVI secolo.

Di particolare pregio, in ultimo, sono le opere ospitate nel presbiterio e disposte sulle sue pareti.

In quella di sinistra troviamo il Trittico di Bartolomeo Bulgarini, artista senese del XIV secolo, nonché allievo di Piero Lorenzetti.

Ancora avvolta da misteriosi dubbi circa la sua originaria destinazione e composizione, la tavola, costituita da due ante e da un corpo centrale, inizialmente era smembrata e custodita in luoghi diversi. In ottimo stato conservativo, grazie anche al restauro avvenuto negli anni ’20 del secolo scorso, l’opera presenta al centro la figura della Vergine assisa in trono con il Bambino sorreggente un cartiglio che arreca la scritta a caratteri gotici “Ergo sum via veritas et vita” , mentre ai lati sono ritratti rispettivamente S. Francesco e il vescovo di Tolosa, il tutto su fondo dorato. Sul dorso del bellissimo trittico è presente invece un’Annunciazione.

Sulla parete di destra, invece, è possibile ammirare il Polittico della Vergine datato tra il XV e il XVI secolo e probabile opera di un allievo di Luca Signorelli. Anche in questo caso la scena è tripartita, con al centro una Vergine assisa in trono con il braccio il Bambino e il piccolo S. Giovanni Battista, e ai lati S. Lorenzo e S. Giuseppe accompagnati rispettivamente dai francescani S. Francesco e S. Bernardino da Siena. Al centro della predella, originariamente decorata da sette scene, sono raffigurati i santi martiri tiburtini Getulio e Sinforosa con i loro sette figli, a conferma del fatto che il Polittico sia stato da sempre destinato a questa chiesa.

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

La coperta argentea

In occasione del giorno dell’Inchinata, anche l’immagine della Vergine si veste a festa, indossando l’abito argenteo che risplende, nel corso della processione, sotto i raggi del sole agostano.

Durante l’anno, la coperta argentea è custodita all’interno della chiesa di Santa Maria Maggiore, da quando venne realizzata nel XVII secolo su commissione dell’Università dei muratori e dei cementari (come riportato da un’iscrizione sul fondo della coperta), gli stessi che dovevano scortare l’immagine della Vergine durante la processione. Possibile opera dell’argentiere Marco Gamberucci, la coperta ha necessitato di diversi restauri (l’ultimo nel 1991) a causa di un notevole deterioramento della sua integrità strutturale, dovuto in buona parte proprio per via delle oscillazioni durante il trasporto processionale.

Il rilievo raffigura S. Gregorio Magno tra due angeli su uno sfondo di stelle e nuvole, mentre altri due angeli in volo sorreggono la corona che cinge il capo della Vergine che si affaccia in corrispondenza dell’apposita apertura.

Ad oggi la decorazione della coperta argentea si mostra ulteriormente impreziosita dalla corona dorata, eseguita nel secolo scorso come copia di quella donata nel 1851 dal capitolo della basilica Vaticana (purtroppo rubata) e una stella d’oro con croce centrale donata nel esattamente un secolo dopo.

A BROKEN KISS, LA SCULTURA DI MITORAJ IN PIAZZA TRENTO: UN TUFFO NEL … CONTEMPORANEO

A PRIMA VISTA

scultura piazza

Per il visitatore che giunge presso piazza Trento con l’intenzione di immergersi nell’atmosfera Rinascimentale dei giardini e degli affreschi di Villa d’Este, la visione di una scultura contemporanea in dialogo con la facciata medievale della chiesa di Santa Maria Maggiore, proprio all’ingresso della suddetta villa, potrebbe apparire insolita e inaspettata.

Cosa ci fa una scultura contemporanea in una piazza così fortemente pregna di memoria e di storia antiche?

E soprattutto cosa ci fa una scultura che esibisce, neanche troppo velatamente, una sensualità profana, di fronte a una chiesa simbolo del francescanesimo tiburtino?

È ciò che in tanti si sono chiesti da quando, nel 2008, la scultura – fontana del famoso artista polacco, Igor Mitoraj, è stata collocata in questa piazza, generando alcune perplessità circa la sua armonia con il contesto, soprattutto religioso.

Perplessità che potremmo definire, ancora oggi, abbastanza “tipiche” nei confronti delle opere contemporanee che difficilmente riescono ad interpretare le aspettative di una collettività, il cui gusto è solitamente più influenzato dalle opere d’arte del passato.

A BROKEN KISS

 

Tuttavia, l’ispirazione a modelli classici, tipica dello stile dello scultore, è da considerarsi molto vicina alle passioni del Cardinale Ippolito II d’Este, grande estimatore dell’arte classica e piuttosto avvezzo a certe licenziosità, il quale probabilmente avrebbe apprezzato, da buon mecenate qual era, l’accostamento di questa scultura alla sua meravigliosa villa.

 

UN PO’ DI STORIA …

La scultura-fontana è stata praticamente donata da Mitoraj alla città di Tivoli e venne collocata nel 2008 in seguito alla richiesta della Soprintendenza di coprire un punto di degrado sul fondo della piazza.

DSC_0025Questa, fino a non molti anni fa, era ristretta dalla presenza di un largo marciapiede e delle bancarelle per la vendita di souvenir, che mortificavano l’autorevolezza e la raffinatezza del luogo. Per questi motivi sono stati necessari dei lavori volti a migliorare l’aspetto complessivo di quest’area, secondo precise direttive stabilite dall’Unesco.

Purtroppo però, in questi anni, la scultura è stata al centro di numerose polemiche e battaglie cittadine, determinate da chi considerava l’opera un “fastidioso intralcio” alle funzioni svolte durante la festa dell’Inchinata (cfr. Santa Maria Maggiore), e da chi addirittura riteneva offensive le nudità esposte sui rilievi del basamento, nei confronti della Madonna ritratta sulla tavola duecentesca che, in occasione della festa, viene portata ogni anno in processione.

Nonostante l’assurdità di simili avversioni, per queste ragioni, la scultura è stata per anni spostata in occasione delle celebrazioni agostane, per poi essere ripristinata al termine delle stesse. Fortunatamente un auspicato buonsenso ha evitato lo spostamento definitivo dell’opera, voluto e promosso da alcuni, che avrebbe umiliato il gesto di uno tra i più celebri scultori della nostra epoca.

RACCONTO DELL’OPERA

A Broken Kiss ci appare sospesa tra la memoria e la storia, tra ciò che attualizza il passato, e ciò che attesta l’inesorabile scorrere del tempo.

In questo intervallo indefinito ci accoglie il silenzio … Il silenzio di un volto marmoreo di cui restano soltanto le labbra serrate e la sensazione di un’impenetrabile fissità, e che aggiunge allo spazio fortemente storicizzato della piazza, un’aurea di eternità.

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Realizzata in marmo la scultura – fontana, ad oggi, si mostra arricchita da striature cangianti, dovute all’effetto dell’acqua sulla superficie lapidea, che sembrerebbero quasi dipinte. Sotto, nella parte basamentale, continuano le citazioni ai rilievi classici con busti acefali e volti privi di membra che mantengono la scelta del frammento e del non finito di michelangiolesca memoria, tipica dello stile di questo scultore.

Ancora una volta poi, l’ elemento dell’acqua che forma uno specchio ai piedi della scultura, aggiunge un dettaglio che stabilisce un contatto con questa città, i cui giochi d’acqua, naturali o artificiali che siano, ne costituiscono un simbolo.

Igor Mitoraj

Igor-Mitoraj_01Recentemente scomparso Igor Mitoraj ( Oederan 26 marzo 1944 – Parigi 6 ottobre 2014 ) fu uno scultore di origini polacche che seguì la sua formazione artistica prima a Cracovia e o poi a Parigi, dove decise, nei primi anni ’70, di dedicarsi esclusivamente alla scultura.

La sua arte tenta di conciliare influenze contrastanti, attinte durante i suoi lunghi soggiorni a New York, capitale della modernità, e in Grecia, regno della classicità.

All’ inizio degli anni ’80 decise di dividere il suo lavoro principalmente tra la Francia e l’Italia, dove aprì uno studio in Toscana (precisamente a Pietrasanta dove sono stati celebrati i suoi funerali), e dove iniziò a concentrarsi esclusivamente sulla lavorazione del marmo e del bronzo.

L’espressione di una “classicità frantumata” o “frammentaria”, è sicuramente la chiave di tutte le sue opere, senza però voler in alcun modo restituire una lettura troppo nostalgica, ma con l’intento di creare uno stato di sospensione, di suggerire un livello di maggiore attenzione nei confronti di un dettaglio cha ha più valore del senso dell’insieme.

Mitoraj si concentra dunque sulla modernità delle linee e dei volumi delle sculture classiche, che mette in risalto proprio attraverso la resa frammentaria dei soggetti che rappresenta, imprigionati in un tempo immobile che si rivela nelle superfici perfettamente levigate delle sue opere.

Come a voler affermare che nessun segno potrà mai intaccare o consumare ciò che è e resterà eterno.

Tuttavia, a questo sentimentalismo romantico, lo scultore voleva senz’altro aggiungere un altro tema molto importante e di urgente attualità:

la denuncia sullo stato di degrado in cui versa il patrimonio artistico e archeologico italiano.

Difatti, spesso, i suoi busti e i suoi volti di eroi lontani che appartengono al tempo indefinito del mito, compaiono come fossero stati casualmente trovati e abbandonati, lasciati a terra e inclinati su un lato.

Con questo Mitoraj voleva mettere in risalto la poca cura e il mancato rispetto di buona parte del popolo italiano nei confronti del suo inestimabile patrimonio che, oltre ad essere una risorsa culturale, sociale, emozionale ed economica per il Paese, costituisce per quest’ultimo una responsabilità onerosa, nei confronti dell’intera umanità.

 

EX-CHIESA DI S.STEFANO AI FERRI – CASE TORRI: NUCLEO NASCOSTO DI MEDIOEVO

S.STEFANOA PRIMA VISTA

I vicoli stretti ed intimi della Tivoli storica quasi fanno ‘serpeggiare’ lo sguardo e fanno crescere la curiosità, costellando la passeggiata di piacevoli sorprese.

Una di queste è in Vicolo dei Ferri: una slargo inatteso ci presenta una facciata in laterizio ambigua e travagliata nella sua struttura. Il primo impatto può far pensare ad un edificio civile, costretto in uno  spazio urbanistico singolare.

Infilando gli occhi nel piccolo cortiletto chiuso a destra si scorge però, letteralmente incastrato da altri corpi edificati, un profilo di campanile romanico chiuso nelle sue finestrelle ad arco, ormai cieche: la Chiesa di S. Stefano, da tempo sconsacrata, si rivela nel suo aspetto più tipico, la trasformazione/mimetismo..

UN PO’ DI STORIA

Stefano è il primo martire di Cristo e nel V sec. d.C. Papa Simplicio, papa tiburtino, fece erigere probabilmente questa chiesa, tra le tante che donò al suo popolo, per diffonderne il culto già vivo tra i fedeli.

Spesso il costruito medioevale nasconde quello romano ed infatti in quest’area sono state osservate strutture murarie in opus quadratum, probabilmente usate per regolarizzare il pendio con terrapieni/terrazze, in un area già racchiusa all’interno delle antiche mura dell’80 a.C..

L’impianto originario medioevale (a cavallo del 1000-1100) era semplice: una sola navata, un portico anteriore (di cui si notano 2 colonne ancora), un campanile; inoltre sul lato destro vi era un orto ed un cimitero cui si accedeva da un altro portichetto.

A dimostrare un uso speciale di quest’area, dietro l’abside vi era una mensa lapidea dove si amministrava la giustizia: forse una specie di legittimazione dell’autorità civile vicino un centro religioso molto importante all’epoca.

Il  XIV secolo vide importanti modifiche: la costruzione della Cappella di S.Stefano, che oggi non comunica più con la navata e che fu trasformata in sagrestia nel XVI secolo, e la Cappella dell’Annunziata (oggi scomparsa).

Una vicenda urbanistica e religiosa

I secoli successivi al medioevo videro una specie di accerchiamento: dall’isolamento in cui la chiesa si trovava nel medioevo (XII secolo), si è passati ad un quasi totale occultamento dell’aspetto iniziale da parte di edifici tutto intorno e dentro lo stesso corpo.

Processo iniziato con problemi manutentivi, connessi anche all’ umidità, presenza quasi costante connessa alla natura idro-geologica del substrato nell’area del centro storico.

Il vero declino continuò con la perdita del titolo di parrocchia nel 1637 e con l’insediamento dei  frati ospitalieri di S. Antonio di Vienna che imposero per un periodo il nome del loro santo alla chiesa, decorando la chiesa ed erigendo un nuovo altare e cantoria, ma che poi mandarono in rovina il complesso.

La chiusura al culto (interdizione nel 1782 da parte di Mons. Natali) determinò la perdita di quell’importanza simbolica e sacrale, con il successivo ‘assedio’ di funzioni e di destinazioni più varie: oltre alle abitazioni civili dentro a attorno la stessa ex chiesa, un teatro nel 1840,  un granaio,  un laboratorio artigiano, una stalla, un fabbro ferraio. Gli eventi bellici della 2° guerra mondiale hanno poi distrutto la copertura in tetto ligneo.

Una azione di ‘riciclo’ e riempimento urbanistico decisamente invasiva ai nostro occhi, ma che si è consolidata storicamente dando un lascito di memoria medioevale, che si legge intensa nel gioco quasi inestricabile della facciata e nello spazio ‘denso’ all’intorno.MORELLI

Questa particolare vicenda può esser stimata osservando lo sviluppo in pianta dal XII secolo al XIX, e confrontando il disegno ricostruttivo dell’aspetto medioevale del disegnatore A. Morelli con cio’ che si vede: si rimane esterrefatti..

fasi s.s.

Le case torri

Lungo vicolo dei Ferri dopo la Chiesa di S.Stefano,  sulla sinistra scendendo, sono poste due case-torri, struttura tipica di un’epoca medioevale che potremmo definire polifunzionale.

Infatti erano presidi militari atti a offendere e difendere, ma anche residenze dei cosiddetti miles,titolo onorifico di cittadini-soldati.

Con queste strutture Tivoli acquisisce quel ‘volto verticale’ tipico del medioevo, fatto di una rete fitta di campanili-torri di guardia e case-torri, comune a tante altre città: basti pensare alla immagine di Roma nelle stesse epoche.

Una presenza che tuttora  si può scoprire, curiosando tra le maglie del tessuto edilizio storico di Tivoli.

 

Gli affreschi della Cappella di S. Stefano: brani di arte da riscoprire

La scoperta di questi suggestivi affreschi, fatta da Vincenzo Pacifici nel 1909-10, ha svelato un brano importante di arte a Tivoli.

L’ambiente era allora adibito per l’officina di un fabbro ferraio, quindi sono stati necessari lavori di pulitura e restauro che hanno svelato scene del Nuovo Testamento (la Crocifissione, la Natività e la Dormitio Virginis), raffigurazioni dei 4 Evangelisti sulla volta e le storie della vita di S.Stefano.

Gli affreschi, eseguiti da pittori diversi, sono riferiti alla scuola romana del XIV secolo, con la consueta divisione in moduli narrativi per il ciclo di S. Stefano e con influenze e richiami della scuola di Giotto.

La cappellina di S.Stefano ha un accesso esterno anche se non è attualmente visitabile; è visibile il suo corpo sul lato destro della chiesa. E’ tuttora troppo poco conosciuta, meritevole di mirati e accurati interventi di valorizzazione e divulgazione.

affresco abside s.stefano       navata sx s.stefano

part1 s stefano     part 2 s.stefano

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Crociati e cavalieri

Immaginate di demolire con la fantasia le costruzioni sorte attorno alla Chiesa e di tornare indietro nel tempo.

Potreste sicuramente incontrare fedeli e religiosi devoti al culto di S.Stefano, cittadini che si rivolgono al giudice presente dietro l’area absidale, ma anche imbattervi in una scena altamente simbolica: la benedizione dei Crociati nella Cappella dell’Annunziata prima di partire in Terra Santa.

E’ doveroso dire che è solo un’ipotesi avanzata da Giuseppe U. Petrocchi nel 1993, considerando le dimensioni del grande arco della Cappella dell’Annunziata e la presenza nella parete sinistra della navata di splendidi affreschi raffiguranti cavalieri, in marcia nel senso abside-uscita, con una precisa figurazione sugli scudi.

Tale scenario ci riconduce comunque a quel piacere della memoria e della suggestione che avvolge gli angoli della Tivoli medioevale.

 La leggenda di Santo Stefano

Secondo la leggenda, riportata puntualmente negli episodi della Cappella, il santo, figlio di due coniugi molto ricchi della Giudea che non riuscivano ad aver figli, ebbe contatto con il male appena nato: il diavolo lo rapì, fu allattato da una cerva bianca e affidato al vescovo Giuliano, di lì la sua forte attività di evangelizzazione, connotata anche da prodigi e conversioni, fino alla lapidazione.

Curiosa ed anche un po’ inquietante l’episodio degli affreschi che ritrae proprio il diavolo che riesce a rapire Stefano ingannando la sua nutrice, che inconsapevolmente continua a cullare.. un demonio.

ARCO DEI PADRI COSTITUENTI “L’IMMAGINIFICO RACCORDO” IN PIAZZA GARIBALDI

 

L’Arco muta qui del tutto la sua tradizionale valenza storica di ornamento trionfale, ponendosi piuttosto come segno di continuità territoriale tra l’anfiteatro di Bleso e Villa d’Este, quasi raccordo immaginifico, nella complessiva potenza architettonica di Tivoli, e fluido  passaggio tra luoghi eminenti”.

(A. Pomodoro)

 

A PRIMA VISTA

Realizzato da Arnaldo Pomodoro e ultimato nel 2009 in occasione dell’opera di riqualificazione, commissionata dal comune di Tivoli e cofinanziata dalla Provincia di Roma e dalla Regione Lazio, dell’area che circoscrive villa d’Este, il grande arco di 7 metri, in bronzo e acciaio, si trova al centro di Piazza Garibaldi. Fin da subito, non ha goduto di una grande fortuna, accogliendo da sempre pareri contrastanti tra gli abitanti di Tivoli, accomunati, per lo più, da un generale scetticismo per lo stile contemporaneo che restituirebbe alla piazza un volto freddo, e per certi versi troppo essenziale. Inoltre, osservando l’arco con lo sguardo verso il centro della città, le due palazzine degli anni Settanta, che si stagliano sullo sfondo, ne comprometterebbero l’armonia del prospetto.

Esaminando la scultura del maestro Pomodoro, a un primo sguardo la base dell’arco pare innalzarsi da un accumulo di detriti a forma di sfere e scaglie che, per dimensioni e regolarità morfologica, sembrano venute da lontano. Concrezioni geometriche della materia, che assomigliano a forme naturali ma che ci rimandano complessivamente a una struttura coerente, come a voler sottolineare il nesso tra casualità della natura ed intervento umano. L’ambiguità è quindi suggerita dal tentativo mimetico della creazione artificiale, di simulare quella naturale.

Tuttavia, abbandonando per un attimo lo studio analitico dell’opera, e riportando la percezione di questa, al particolare e per certi versi unico contesto tiburtino, è possibile concedersi una suggestione  soggettiva. Infatti, se è vero che ogni scultura, a differenza di un dipinto, ha tante più sfaccettature quante più sono le angolazioni e le distanze da cui è possibile osservarla, si potrebbe azzardare un punto di vista ideale per poter catturare, dall’arco di Tivoli, quel fascino poetico che ben si sposerebbe con la vicina villa d’Este, di cui le due vasche alla base sembrerebbero un preludio.

Visto di tre quarti e a distanza ravvicinata, l’arco pare formarsi da due zampilli d’acqua che si uniscono nel punto in cui si assottigliano, divenendo flusso continuo e alimento reciproco delle due vasche gemelle sottostanti. Queste ultime potrebbero così alludere, rispettivamente, al passato e al presente di Tivoli, che ha da sempre forgiato la sua identità e la sua storia sull’elemento dell’acqua.

In qualsiasi modo lo si voglia vedere, l’arco rimanda, in ogni caso, a un’idea di compenetrazione e dialogo di varie epoche storiche, che corrisponde al volto attuale della nostra splendida città.

 

UN PO’ DI STORIA ..

La Piazza. Piazza Garibaldi deve il suo nome all’eroe dei due mondi che, nel luglio del 1849, in fuga dai suoi nemici, passò da Tivoli per ristorarsi sotto l’ombra di un olmo, situato nei pressi dell’attuale piazza. Prospicente ad essa è il giardino pubblico, abbellito dalla presenza di tre fontane monumentali, inserite dopo la seconda guerra mondiale, oltre che dalla presenza del busto commemorativo in onore, sempre, di Garibaldi. Ad aggiungere una nota di bellezza al giardino è il suo sguardo alla famosa “panoramica” di Tivoli, da cui è possibile godere di un panorama unico con Roma sullo sfondo, reso ancora più spettacolare al tramonto quando il cielo della città si colora di sfumature pittoresche.

Su questa storica piazza, da cui è possibile l’accesso a villa d’Este si trovano inoltre due importanti complessi, uno situato al termine della panoramica ed è il Convitto Nazionale, ricostruito nell’ attuale edificio moderno, in seguito ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, e l’altro è l’imponente struttura squadrata con copertura a tetto, un tempo occupata dalle scuderie di Ippolito d’Este e dove oggi vengono spesso ospitati convegni, concerti, presentazioni di libri e allestite mostre, il più delle volte di artisti locali.

Arnaldo Pomodoro. Nato a Morciano di Romagna nel 1926, Arnaldo Pomodoro è uno scultore e orafo, che ormai da diversi decenni gode di fama internazionale. Le sue opere sono infatti presenti nelle più importanti città del mondo tra cui Los Angeles, Dublino, Copenaghen, Brisbane, Roma e in numerose altre località. La sua carriera è iniziata come orafo, realizzando gioielli e monili in piombo e argento attraverso una tecnica di fusione in negativo su osso di seppia, imparata presso una bottega pesarese, e costituendo successivamente, insieme all’altrettanto celebre fratello Giò, il gruppo 3P. Diversi critici hanno riscontrato in questi primi lavori di oreficeria, degli esempi di statue in miniatura che anticipavano le forme monumentali, realizzate per lo più con il metodo di fusione a cera persa in bronzo. Nel 1954 Pomodoro si trasferì a Milano, dove iniziò a collaborare con diversi artisti e uomini di cultura, in un panorama ricco di influenze internazionali. Importante è stato l’incontro con Lucio Fontana, il quale gli aprì la strada verso una nuova e personale ricerca della spazialità, e con il quale, insieme ad altri artisti tra cui il fratello Giò, costituì il gruppo Continuità nei primi anni Sessanta. Fondamentale inoltre, per la sua evoluzione artistica, è stata l’esperienza negli Stati Uniti, dove si recò la prima volta nel 1959. Qui il maestro ebbe l’occasione di dialogare con un contesto culturale il cui fermento avanguardista nel campo delle arti era all’epoca attualissimo e dirompente, offrendogli l’occasione di estendere la sua esperienza dello spazio, in un ambiente completamente diverso da quello italiano.

Tutto il lavoro dello sculture si orienta molto sulla necessità di realizzare opere spesso destinate ad occupare spazi esterni, e quindi ad entrare in dialogo con la collettività e con il suo spazio quotidiano. Questa stretta relazione tra scultura monumentale e tessuto urbano, rende il suo lavoro molto vicino all’architettura.

Per quanto riguarda lo stile, in tutti i suoi lavori ciò che domina è l’aderenza alle forme geometriche essenziali, prediligendo quelle sferiche oltre al cubo e al cono.

Queste sculture sembrano a prima vista dei meteoriti arrivati dallo spazio, che ci mostrano la complessità dei propri rapporti interni, imprigionati in geometrie che, se non fossero squarciate, sarebbero perfette. Per lo scultore le sue opere non sono chiuse in se stesse ma continuano a muoversi, a fondersi con l’ambiente che le circonda, arricchendosi delle esperienze di chi osservandole, o anche solo passandogli vicino, vi aggiunge un pezzo del proprio quotidiano. È per questo che Pomodoro le definisce “stratificazioni della storia”.  

 

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Parenti apparenti …

… Sì perché l’arco di Tivoli non è l’unico esemplare presente in Italia ma ce ne sono degli altri. Un esempio è quello in terracotta che si trova nell’isola di Ischia, presso il centro termale di Negombo nella località Lacco Ameno, ma anche quello situato nel comune piemontese di Castellamonte, noto per essere la città della ceramica. Accomunati dallo stile inconfondibile del maestro Pomodoro, sono diversi per struttura e composizione rispetto all’arco di Tivoli, dimostrando ancora una volta di volersi integrare con il contesto in cui si trovano, seppur non amalgamandosi mai del tutto ad esso. L’intento infatti è sempre quello di mutare il senso di una determinata dimensione urbana, riqualificando l’ambiente circostante, al passo con il proprio tempo.

> Posizione

Latitudine: 41.9609089

Longitudine: 12.796436099999937

 

ANFITEATRO c.d. DI BLESO

 A PRIMA VISTA

Ai piedi dell’imponente costruzione della Rocca Pia sono più o meno anfoteatrovisibili dalla strada i resti di un’altrettanto imponente struttura di epoca imperiale, sebbene poco e male conosciuta: l’Anfiteatro detto di “Bleso”.

La recinzione metallica che lo circonda con le sue fitte maglie non consente dall’esterno di apprezzare pienamente le potenzialità evocative che questo monumento potrebbe offrire; quando infatti si ha la possibilità di accedervi si entra in una dimensione nuova, quantomeno inaspettata proprio perché celata dall’esterno, vuoi per la recinzione di cui sopra, vuoi per la struttura dell’anfiteatro stesso con i suoi muri superstiti nascosti dall’avvallamento naturale nel quale fu realizzato.

 

UN PO’ DI STORIA…

L’Anfiteatro sorge in un’area che fu protagonista dell’espansione urbanistica che caratterizzò Tibur tra la fine del I sec. a.C. fino al pieno II sec. d.C.; è detto di “Bleso” per un’iscrizione che cita un tale M. Tullius Blaesius (metà II sec. d.C.) che “contribuì” all’inaugurazione del monumento con 200.000 sesterzi e 200 giornate lavorative.

Un’altra iscrizione, del 24 luglio del 184 d.C., posta dai “Tiburtes municipes” ricorda un certo M. Lurius Lucretianus il quale avrebbe indetto nell’anfiteatro giochi con venti coppie di gladiatori e una venatio.

L’attribuzione a Bleso risulta quindi inesatta, anche se ormai è diventato automatico attribuire a lui la costruzione del monumento, dal momento che egli si preoccupò “solo” di pagare le spese per l’inaugurazione.

Fonti medievali parlano di un fundum amphiteatrum ma per lungo tempo si credette che qualsiasi traccia del monumento fosse andata persa per sempre poiché un documento del 14 agosto del 1461 ci descrive come in quella data iniziarono i lavori della Rocca Pia; il significato del testo fu male interpretato per cui a lungo si credette che la Rocca fosse stata eretta nel luogo esatto in cui in antico era l’anfiteatro e non, come poi invece è stato scoperto, “nei pressi” del monumento, anche se per chiare motivazioni strategiche tutte le strutture murarie che si alzavano oltre lo spiccato della Rocca furono livellate e non superano oggi un’altezza di tre metri.

Del tutto inaspettatamente emersero dunque i resti dell’anfiteatro nel 1948, durante i lavori intrapresi per l’apertura di una via di collegamento tra Largo Garibaldi e Via dell’ Inversata.

Successivamente alla sua scoperta si succedettero negli anni una serie di campagne di scavo che contribuirono a riportare alla luce il monumento così come possiamo apprezzarlo oggi.

RACCONTO DELL’ OPERA…

Analizzando l’urbanistica antica l’Anfiteatro risultava posto all’estremità meridionale dell’area abitata, quasi adagiato sul pendio della collina, e per questo strutturalmente si colloca a metà fra la tipologia degli anfiteatri detti a struttura piena” (o “provinciali”) e quelli detti a “struttura aperta” (o “canonica”), dal momento che sfrutta allo stesso tempo sia il pendio naturale sia il terrapieno ricavato dall’ escavazione del catino dell’area e le macerie degli edifici precedenti, rappresentando un esempio particolare di adattamento architettonico.

L’ellisse esterna misura 83 metri lungo l’asse maggiore e 64 metri lungo quella minore; gli assi dell’arena misurano rispettivamente 57 e 37 metri.

I paramenti esterni (cortina e facciata) e interni (podio e ambulacro) sono delimitati da muri curvilinei collegati da setti murari radiali all’ellisse.

L’ambulacro di servizio è largo 2,20 metri e si sviluppava intorno all’arena con la quale era collegato direttamente per mezzo di porte o finestre, mentre altre aperture consentivano di raggiungere i cunei retrostanti dei settori settentrionali.

Gli accessi all’Anfiteatro erano quattro: due principali e due secondari (in realtà di questi ultimi solo uno fu completato).

Per quanto riguarda la tecnica costruttiva impiegata nella realizzazione delle cortine murarie risulta essere preponderante l’opus mixtum con reticolato di tufo e travertino e liste di mattoni; in corrispondenza dei muri radiali della cavea si incontrano, come ornamenti architettonici, delle semicolonne con paramento in parallelepipedi di travertino.

CURIOSITA’ E FASCINAZIONI

Il monumento fu riutilizzato in seguito al suo abbandono almeno fino al XVI secolo, come testimoniano sia alcune sepolture di epoca medievale rintracciabili in vari ambienti dell’Anfiteatro sia i documenti tiburtini che ci ricordano come l’area in questione fosse stata trasformata dal Cardinale D’Este in un “Barchetto” o piccolo parco di caccia.